IPCC, il report che attesta gli impatti dei cambiamenti climatici

Considerato che il clima è sempre più al centro delle decisioni politiche ed economiche internazionali, è giusto che sia un’autorità super partes a studiarlo. La più affidabile in assoluto si chiama IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico).

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Cos’è l’IPCC

Cosa c’entra il riscaldamento globale con lo sbiancamento dei coralli e l’intensificarsi degli uragani? E con le carestie in Africa? Com’è possibile che alcuni insediamenti umani siano minacciati dal mare e altri, viceversa, siano destinati a diventare desertici e inospitali?

 

La scienza del clima è complessa, perché ci impone di valutare in modo critico l’oggi e proiettarlo nel lungo periodo. Si nutre di dati e modelli fisico-matematici che, soprattutto per i non addetti ai lavori, possono apparire astrusi. Non c’è troppo da stupirsi se la disinformazione e le fake news trovano ancora terreno fertile, nonostante il 99% degli scienziati concordi sul fatto che i cambiamenti climatici siano stati scatenati dal l’aumento delle emissioni di gas serra di origine antropica.

 

Considerato che il clima è sempre più al centro delle decisioni politiche ed economiche internazionali, è giusto che sia un’autorità super partes a studiarlo. La più affidabile in assoluto si chiama IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico).

 

Istituito nel 1998 dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) e dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), è un forum scientifico a cui aderiscono 195 Paesi e a cui contribuiscono migliaia di accademici ed esperti.

 

L’IPCC non svolge in prima persona ricerche in laboratorio e rilevazioni sul campo. Il suo compito è quello di passare in rassegna migliaia e migliaia di pubblicazioni e sintetizzare i loro risultati attraverso i suoi imponenti studi (chiamati Assessment Report, AR), a loro volta sottoposti a revisione paritaria (peer review).

 

Il sesto report IPCC

Tra il 2021 e il 2022 l’IPCC è al lavoro sul suo sesto report di valutazione (AR6). È suddiviso in tre parti, ciascuna redatta da un gruppo di lavoro differente:

  • Gruppo di lavoro I: basi fisico-scientifiche dei cambiamenti climatici, pubblicato nel mese di agosto 2021.
  • Gruppo di lavoro II: impatti, adattamento e vulnerabilità, pubblicato il 28 febbraio 2022.
  • Gruppo di lavoro III: mitigazione dei cambiamenti climatici, in programma per aprile 2022.

 

Nel mese di settembre 2022 è prevista anche la diffusione di un report di sintesi.

 

AR6, parte 1: le basi del climate change

Il primo gruppo di lavoro ha fatto il punto sulle conoscenze più avanzate che abbiamo a disposizione in materia di clima. Mettendo virtualmente a tacere chi ancora si ostina ad affermare il contrario, il Summary for policymaker (cioè la sintesi per i decisori politici) prende il via con una frase che non potrebbe essere più chiara: “È inequivocabile che l’influenza umana abbia riscaldato l’atmosfera, gli oceani e la terra. Si sono verificati cambiamenti rapidi ed estesi nell’atmosfera, negli oceani, nella criosfera e nella biosfera”.

 

Non “probabile” o “verosimile”, bensì “inequivocabile”. Così come è “inequivocabile” che l’aumento delle emissioni di gas serra verificatosi a partire dal 1750 sia stato provocato dalle attività umane. Per la precisione, è “plausibile” che la temperatura terrestre, a causa dell’uomo, sia aumentata di 1,07 gradi centigradi tra il decennio 1850-1900 e il 2010-2019. È vero che la temperatura media del Pianeta è sempre variata nel corso del tempo, ma è vero anche che un simile riscaldamento ha una velocità “senza precedenti” rispetto agli ultimi duemila anni.

 

L’unico modo per evitare le conseguenze più drammatiche, ribadiscono gli scienziati, è mantenere l’aumento della temperatura media globale entro gli 1,5 gradi centigradi. Bisogna ringraziare anche questo report se, pochi mesi dopo, il Patto di Glasgow stipulato alla Cop26 ha imposto agli Stati di rivedere i loro piani di riduzione delle emissioni (nationally determined contributions) al fine di renderli compatibili con il contenimento del riscaldamento globale entro gli 1,5 gradi. 

 

AR6, parte 2: impatti, adattamento e vulnerabilità

Appurato che il clima sta cambiando, qual è l’impatto sugli ecosistemi? Quanto sono vulnerabili? E cosa possiamo fare per adattarli, rendendoli più resilienti? A queste domande risponde il secondo gruppo di lavoro, formato da 270 autori provenienti da 67 paesi. Le conclusioni a cui sono giunti sono esposte in un report pubblicato il 28 febbraio 2022. 

 

L’uomo nel corso dei secoli ha sperimentato svariate misure di adattamento ai cambiamenti climatici, più o meno avveniristiche: i sistemi di allerta che consentono alle persone di mettersi in salvo dagli uragani, le barriere che riparano dal mare le città costiere (come il Mose a Venezia), la selezione di colture che hanno bisogno di poca acqua.

 

“Nonostante i progressi”, affermano tuttavia gli scienziati, “c’è un divario tra gli attuali livelli di adattamento e quelli necessari per rispondere agli impatti e ridurre i rischi legati al clima”. Un’analisi che, nel suo rigore scientifico, appare impietosa. 

 

“L’adattamento che è stato osservato è per lo più frammentato, su piccola scala, incrementale, settoriale, progettato per rispondere agli impatti attuali o ai rischi su breve termine e focalizzato più sulla pianificazione che sull’implementazione”. Se ciò si aggiunge il fatto che gli investimenti nell’adattamento sono distribuiti in modo diseguale tra Stato e Stato, anche per lo squilibrio in termini di possibilità economiche, il messaggio che ne consegue è cristallino: stiamo andando a rilento.

 

“Questo rapporto è un terribile avvertimento sulle conseguenze dell'inazione”, ha affermato Hoesung Lee, presidente dell'IPCC. “Dimostra che i cambiamenti climatici sono una minaccia grave e crescente per il nostro benessere e per un pianeta sano. Le nostre azioni di oggi determinano il modo in cui in futuro le persone potranno adattarsi e la natura potrà rispondere ai crescenti rischi climatici”.