Fast fashion, cos'è

Negli ultimi due decenni il settore della moda è profondamente cambiato, con l’affermazione del fast fashion. Un modello che pone forti problematicità di carattere ambientale e sociale.

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Fast fashion: cos'è 

Ci sono termini talmente presenti nelle conversazioni quotidiane e nella narrazione giornalistica da essere quasi dati per scontati, come se il significato fosse univoco per tutti. Uno di questi è senza dubbio fast fashion. Quali marchi possono essere definiti come fast fashion e quali no? Dipende dal prezzo dei capi, dalla loro qualità o dal luogo in cui vengono fabbricati? 

 

In realtà, nessuno di questi criteri è sufficiente da solo ma tutti, nel loro insieme, contribuiscono a definire questo comparto. Si parla infatti di fast fashion quando le aziende riescono ad accorciare il più possibile il ciclo di produzione di un capo, realizzandolo molto velocemente e abbattendo i costi.

 

Per comprendere questo ragionamento, bisogna ricordare che la filiera della moda è lunga, complessa e globalizzata. I grandi brand che conosciamo spesso non hanno fabbriche di proprietà, ma detengono soltanto il marchio, il design, la logistica e il marketing. Tutti gli altri passaggi (coltivazione o sintesi della fibra tessile, tessitura, tintura, stampa e ricamo del tessuto, taglio e produzione del capo) vengono eseguiti altrove, spesso nei Paesi emergenti

 

Abbattere i tempi e i costi significa anche sacrificare la qualità del prodotto: il consumatore della fast fashion ormai è abituato a fare incetta di maglie, camicie e jeans costati pochi euro, consapevole del fatto che li indosserà per una o due stagioni, non di più. Non distingue nemmeno più i marchi in termini di stile, perché le aziende imitano reciprocamente le ultime tendenze, anche facendo leva sull’intelligenza artificiale.

 

Da un lato, tutto questo ha democratizzato la moda. Se fino a qualche decennio fa un maglione o un paio di jeans erano un acquisto impegnativo e da ponderare, oggi chiunque può permettersi di variare il proprio stile e seguire i trend. Dall’altro lato, però, il settore della fast fashion comporta enormi problemi di carattere ambientale, etico e sociale.

 

Fast fashion: i brand e i numeri

I numeri aiutano a rendere ancora più concreto questo discorso. Fino agli anni Ottanta esistevano due collezioni moda, primavera/estate e autunno/inverno, declinate su uomo e donna. Oggi ci sono brand che ne sfornano 24 l’anno, cioè non più una a semestre bensì una ogni quindici giorni.

 

Tutto questo incrementa all’inverosimile il fabbisogno di fibre tessili. A livello globale, la produzione si attestava sugli 8,3 chilogrammi annui pro capite nel 1975; nel 2022 è a quota 14,6 kg pro capite. Nel 2000 si producevano 58 milioni di tonnellate di fibre tessili; nel 2022 è stato toccato il record di 116 milioni di tonnellate; andando avanti di questo passo, si sfonderà il tetto dei 147 milioni di tonnellate nel 2030.

 

Anche la produzione di vestiti è raddoppiata tra il 2000 e il 2014, accompagnandosi a un +60% del numero di indumenti acquistati pro capite. Sempre nell’arco di questi quindici anni, si è dimezzata la vita utile di un indumento: e ci sono capi a basso costo che vengono considerati praticamente usa e getta, perché vengono usati sette o otto volte al massimo e poi buttati via.

 

I più famosi brand di fast fashion ci sono quelli che affollano le vetrine delle nostre città, tra cui H&M, Zara, Mango, Primark, Benetton, Oysho, Zuiki. 

 

Ma negli ultimi anni si è fatta avanti una tendenza ancora più estrema, l’ultra fast fashion, il cui simbolo è Shein. Il principio resta sempre quello del fast fashion ma viene spinto all’estremo, perché non esistono negozi fisici (la vendita è solo online) e anche il design e la definizione dei prezzi sono in capo agli algoritmi di intelligenza artificiale

 

Ogni singolo giorno, Shein fabbrica – o meglio, fa fabbricare da stabilimenti di terzi – tra i 35mila e i 100mila capi. E crea la domanda attraverso una strategia social imperniata sugli haul video, in cui le influencer aprono scatoloni zeppi di vestiti comprati a cifre ridicole, per invogliare i loro follower a fare altrettanto. 

 

Una fonte di inquinamento  

Fin qui abbiamo citato numeri sulla produzione e sul consumo, ma l’elefante nella stanza è il colossale inquinamento che la fast fashion comporta. “Inquinamento” di per sé è un termine un po’ generico, perché gli impatti ambientali sono tanti e diversificati.

 

Acqua. Fare una stima di quanta acqua consumi il settore fashion è pressoché impossibile, ma possiamo aiutarci con alcuni dati sull’impronta idrica dei singoli capi di abbigliamento, cioè sulla quantità di acqua associata al loro intero ciclo di vita. Le stime condotte sul tema parlano di 2.700 litri d’acqua per una semplice t-shirt bianca di cotone, tra i 7 e i 10mila litri d’acqua per un paio di jeans, 11.385 litri d’acqua per un paio di stivali in pelle.

 

Suolo. Per la catena produttiva dei prodotti tessili acquistati dagli europei nel solo 2020 sono stati necessari 180mila chilometri quadrati di suolo, cioè 400 mq per ogni singola persona. Soltanto l’8% di questo suolo è in Europa; per la maggior parte è occupato dalla coltivazione di cotone in Cina e India. Cotone che, peraltro, se coltivato con metodi intensivi richiede una vasta quantità di pesticidi.

 

Emissioni di CO2. L’industria della moda, nel suo insieme, incide notevolmente sulle emissioni di gas a effetto serra e, quindi, sul riscaldamento globale. Il report Fashion on Climate parla infatti di 2,1 miliardi di tonnellate di CO2 nel 2018, circa il 4% del totale planetario. È l’equivalente delle emissioni annue di Francia, Germania e Regno Unito messi insieme. In assenza di drastici cambiamenti di rotta, il totale arriverà a 2,7 miliardi di tonnellate l’anno entro il 2030. 

 

Ad oggi, per il 70% tali emissioni derivano dalla produzione e lavorazione dei materiali; il restante 30% è associato alla vendita, all’uso e al fine vita. Un esempio emblematico è il poliestere, una fibra sintetica che nel 2022 rappresentava il 54% del totale delle fibre prodotte nel mondo. La sua produzione richiede 350 milioni di barili di petrolio ogni anno, il che corrisponde a 700 milioni di tonnellate di CO2 in atmosfera: è come se ci fossero 180 centrali termoelettriche a carbone che lavorano a pieno regime per produrre gli abiti in poliestere.

 

Microplastiche. Sempre il poliestere è tra le cause primarie di una delle grandi emergenze ambientali della nostra epoca, cioè l’inquinamento da plastica in mare. Le microplastiche, cioè le particelle di diametro inferiore ai 5 millimetri, si suddividono in due categorie: primarie, se sono rilasciate direttamente nell’ambiente, e secondarie, se derivano dalla degradazione di oggetti più grandi.

 

Ebbene, la fonte del 35% delle microplastiche primarie è il lavaggio dei capi sintetici in lavatrice. In assenza di appositi filtri, infatti, tali particelle passano attraverso gli scarichi e finiscono nei fiumi e poi nei mari. Lì vengono ingerite dai pesci, entrano nella catena alimentare e quindi nel nostro organismo.

 

Rifiuti. Sono i dati a dimostrare che prodotti tessili abbiano un ciclo di vita sempre più corto: ogni cittadino europeo ne consuma ogni anno quasi 26 chili e ne smaltisce circa 11 chili. L’assoluta maggioranza dei rifiuti tessili (l’87%) finisce in discarica o in un inceneritore.

 

Lo sfruttamento dei lavoratori: il crollo del Rana Plaza

L’altro enorme tema non è ambientale ma sociale. Il 2013 è stato l’anno in cui il mondo ha preso coscienza delle drammatiche condizioni di lavoro nella filiera del fast fashion, con il crollo del Rana Plaza in Bangladesh.

 

Era un gigantesco edificio di otto piani alla periferia di Dacca e ospitava i fornitori di decine di brand occidentali del fast fashion. Dopo diversi allarmi ignorati, lo stabile è crollato nel mattino del 24 aprile. Sugli oltre 3mila operai presenti, 1.134 sono morti.

 

Questo drammatico episodio è definito come il ground zero della moda, perché è il più grave incidente mai avvenuto nella storia del settore. Ma non è un caso isolato, tant’è che solo l’anno prima è stato preceduto dall’incendio alla Ali Enterprises in Pakistan, con altri 250 morti. Le campagne a favore di una moda sostenibile da anni si battono per accendere i riflettori su questi episodi, pungolando lo spirito critico dei consumatori.

 

Diverse inchieste di ong e giornali dimostrano quanto le condizioni di lavoro nelle fabbriche tessili del sud del mondo siano difficili per noi anche da immaginare: turni estenuanti, mancato rispetto degli standard di sicurezza, lavoro minorile e forzato, salari al di sotto della soglia di sussistenza.

 

Di recente ha destato scalpore il marchio Shein e l'inchiesta shock sulle sue fabbriche. Alcuni operai hanno dichiarato di lavorare 75 ore alla settimana, quasi il doppio rispetto alle 40 previste legalmente da contratto. Altri sostengono di avere un solo giorno libero al mese. In una fabbrica, il salario base è di 550 euro al mese; in un secondo stabilimento invece i dipendenti vengono pagati 4 centesimi per ogni indumento confezionato. 

 

Il deserto di Acatama: un simbolo del consumismo

Un altro simbolo delle storture del fast fashion è il deserto di Acatama, il più arido del mondo, che si trova in Cile. Come rivela un’inchiesta di France Press, infatti, il Paese sudamericano è da tempo una delle principali piazze per gli indumenti invenduti e di seconda mano; sulle 59mila tonnellate in arrivo ogni anno, però, circa 39mila sono inutilizzabili. 

 

Le discariche municipali non le accettano, perché non sono biodegradabili e contengono sostanze chimiche. Così, queste migliaia di tonnellate di vestiti finiscono nel deserto, in parte seppellite, in parte a formare giganteschi cumuli a cielo aperto. In termini ambientali, l’impatto è devastante: questi materiali impiegano secoli per degradarsi, secoli in cui continuano a rilasciare sostanze inquinanti per l’aria, l’acqua e il suolo.

 

Rinunciare alla fast fashion si può 

Il sistema consumistico in cui viviamo ci ha portati, negli ultimi vent’anni, a pensare che i capi d’abbigliamento abbiano un valore irrisorio e possano essere rimpiazzati di stagione in stagione. In realtà, non è così.

 

Esistono molte alternative alla fast fashion: marchi che producono localmente, con materie prime biologiche e certificate, su scala artigianale, garantendo un giusto compenso ai lavoratori.

 

Chiaramente, marchi del genere non possono vendere i loro prodotti a prezzi comparabili con quelli stracciati di marchi come Shein. Ciò non significa, però, che la moda sostenibile sia elitaria. Bisognerebbe semplicemente riscoprire lo slogan reso celebre da Vivienne Westwood: “buy less, choose well, make it last” (compra meno, scegli bene, fai durare). 

 

Il prezzo di un paio di jeans o di un maglione può sembrare in partenza alto, ma va valutato sul ciclo di vita del prodotto stesso: più si allunga la sua vita utile, prendendosene cura e anche riparando piccole imperfezioni, più quel costo iniziale verrà ammortizzato nel tempo risultando, in ultima analisi, molto più conveniente rispetto a quello di un prodotto analogo che finisce nella spazzatura dopo una stagione.

 

Moda riciclata e second hand

Una delle opportunità per gratificarsi con un bel vestito, contenendo il proprio impatto ambientale, è il mercato della moda second hand. Il tempo dei classici (e un po’ tristi) mercatini delle pulci è superato: piattaforme come Vinted o Depop permettono di rimettere in circolazione con pochi clic i capi che giacciono inutilizzati nell’armadio, per dare loro una seconda vita. Siti come Vestiaire Collective si focalizzano invece sul segmento lusso, facendo da garanti per l’autenticità degli articoli.

 

Un’altra strada è il noleggio. Esistono servizi su abbonamento che ogni mese spediscono a casa un set di abiti da provare, usare e restituire. Altri invece consentono di noleggiare un vestito, una borsa o un accessorio particolare per una cerimonia o un’altra occasione speciale.

 

Infine c’è il mondo della moda riciclata, di cui l’Italia è pioniera con lo storico distretto tessile di Prato. Basta una veloce ricerca in Rete per imbattersi in brand che coniugano sostenibilità e stile, realizzando capi a partire da materiali di riciclo (come il rPET), rigenerati (come cotone, lana o cashmere) o ancora da rimanenze tessili. Qualche esempio? Rifò, Esthé, Belt Bag, Garbage Core.