Chi erano i no global del 2001

A vent’anni di distanza, le istanze di chi manifestava contro il G8 di Genova restano più attuali che mai. Facciamo un passo indietro per ripercorrere la storia e l’identità del movimento no global.

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©Lucide / Wikimedia Commons

A vent’anni di distanza, il G8 di Genova di luglio del 2001 si conferma come una delle pagine più controverse della storia recente italiana. Pagine macchiate di sangue dall’uccisione di Carlo Giuliani e dalla “macelleria messicana” messa in atto alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto. Condannare la violenza di quei giorni, però, non deve farci dimenticare i temi per cui lottavano le centinaia di migliaia di persone scese in piazza. Temi che, ancora oggi, restano più attuali che mai.

 

 

Il movimento no global

È il 1999 e presso il Washington State Convention and Trade Center di Seattle, negli Stati Uniti, si riunisce la conferenza dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). I dibattiti all’ordine del giorno però passano ben presto in secondo piano perché a catturare l’attenzione sono i giganteschi cortei che invadono la città. 

 

I manifestanti, ribattezzati come “popolo di Seattle”, contestano la stessa legittimità del Wto, così come del Fondo monetario internazionale (Fmi) e altre organizzazioni non elettive che, in un mondo ormai globalizzato, decidono per tutti. Anche per i più deboli, sistematicamente tagliati fuori dal modello di sviluppo.

 

Inizialmente pacifiche, le proteste prendono un’altra piega quando alcune frange di anarchici – ribattezzati Black bloc perché vestiti di nero – iniziano a vandalizzare negozi e banche. Le forze di polizia reagiscono con una dura repressione che in seguito costerà il posto al capo della polizia Norm Stamper e anche al sindaco Greg Nickels, non riconfermato alle successive elezioni.

 

Prende il via così il movimento no global, una coalizione di gruppi accomunati dal dissenso nei confronti della globalizzazione. Dopo Seattle, nel 2001 dà vita a due contro-vertici: il Social Forum di Porto Alegre, contraltare del World Economic Forum di Davos (Svizzera), e il Genoa Social Forum, in occasione del G8.

 

Il Genoa Social Forum

In Italia a portare avanti queste istanze è stato il Genoa Social Forum, costituito alla vigilia del G8. Il suo elemento distintivo stava nella capacità di unire sotto la stessa bandiera 1.184 realtà molto diverse tra loro per princìpi, ideologia e caratteristiche:

  • Sindacati come Cobas, Cgil, Rsu, Cisl, Fiom.
  • Organizzazioni ambientaliste come Greenpeace, Wwf e Legambiente.
  • Partiti politici come i Verdi, Rifondazione comunista e i Democratici di sinistra.
  • Ong attive nella cooperazione allo sviluppo come la Rete Lilliput.
  • Diversi collettivi studenteschi.
  • Circoli Arci e associazioni culturali.
  • Movimenti religiosi come Pax Christi, chiese metodiste e valdesi.
  • Centri sociali come il Leoncavallo di Milano e il Brancaleone di Roma.
  • Realtà che si battono per una finanza più equa, come Banca etica e Attac.
  • Arcigay, Arcilesbica e altre organizzazioni per i diritti Lgbt+.

 

Due i portavoce: Vittorio Agnoletto, medico fortemente impegnato sul tema dell’Aids e presidente della Lila (Lega italiana per la lotta contro l'Aids), e Luca Casarini, cresciuto politicamente tra il centro sociale Pedro di Padova e il Rivolta di Porto Marghera e leader del movimento di sinistra extraparlamentare Tute bianche. 

 

Cosa chiedeva il popolo di Seattle

Voi G8, noi 6 miliardi: con questo slogan i manifestanti contestavano una globalizzazione che appariva ormai inevitabile, urlando a gran voce che “un altro mondo è possibile”. 

 

I loro bersagli numero uno erano le grandi multinazionali, pronte a delocalizzare la produzione nei paesi più poveri senza curarsi delle condizioni di lavoro, dell’impatto ambientale e delle tensioni sociopolitiche. 

 

Territori che venivano sfruttati, con una visione quasi coloniale, da superpotenze economiche molto attente a custodire gelosamente i profitti per sé. Anche approfittando dei paradisi fiscali, della mancanza di una tassazione sulle transazioni finanziarie e, più in generale, di un sistema economico lontano anni luce da un’autentica redistribuzione del valore.

 

Una parte della colpa spettava anche ai governi delle potenze industrializzate, complici delle grandi corporation. Nella visione del popolo di Seattle, il mondo globalizzato, era un mondo in cui pochi potenti si arrogavano il diritto di dettare legge. Un mondo iniquo, disuguale, tutt’altro che democratico.

 

Letture, ascolti e visioni sul G8 di Genova 

Di seguito consigliamo alcune letture, film, brani e podcast per chi vuole ripercorrere ciò che è successo al G8 di Genova a mente fredda o per chi, all’epoca, era ancora un bambino.

Limoni. Il G8 di Genova vent’anni dopo. Un postcast di Internazionale a cura della giornalista Annalisa Camilli

Cosa successe al G8 di Genova. Un lungo articolo di Stefano Nazzi pubblicato dalla testata il Post

Piazza Alimonda, canzone di Francesco Guccini dedicata a Carlo Giuliani

Diaz – Don’t Clean Up This Blood. Documentario del 2012 per la regia di Daniele Vicari, non adatto alle persone più impressionabili.

La rivoluzione non è che un sentimento. Venti interviste a vent’anni dal G8 di Genova, a cura di Archivi della resistenza

No logo. Il saggio di Naomi Klein pietra miliare del pensiero no global

Genova per noi, dossier di Valori.it con molte testimonianze di chi all’epoca era a Genova.

Lo stato di gravità permanente secondo Noam Chomsky, intervista al Manifesto.

Impero: Il nuovo ordine della globalizzazione, libro scritto da Toni Negri nel 2000.

Clandestino, brano di Manu Chao divenuto inno del movimento no global.

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