Articolo

Carne coltivata: i pro e i contro e cos'è davvero

La carne coltivata è un'alternativa più sostenibile ed etica alla carne tradizionale. Vediamo come si produce, quali sono i pro e i contro e cosa prevede la normativa sulla carne prodotta in vitro.

carne-coltivata-1

Credit foto
©123rf

 

Cos'è la carne coltivata?

La carne coltivata è un prodotto nato con lo scopo di trovare un’alternativa più sostenibile alla carne convenzionale.

La carne coltivata ha infatti l’obiettivo di fornire proteine della carne, dunque proteine ad alto valore biologico, riducendo l’impatto degli allevamenti intensivi.

La tecnologia per poter produrre carne in vitro viene studiata dall’inizio di questo secolo, ma si è riusciti a produrre il primo burger solo dieci anni fa e, ad oggi, i prodotti a base di carne coltivata sono disponibili solo a Singapore.

Si tratta di un prodotto molto processato e diverso dalla carne tradizionale sia per sapore sia per consistenza e valore nutrizionale.

 

Come si produce la carne coltivata?

Per produrre carne coltivata si prelevano cellule muscolari da un animale attraverso una biopsia. Successivamente, le cellule vengono seminate in un terreno di coltura e inserite in un bioreattore di modo che possano riprodursi.

Le cellule vengono poi prelevate e processate per ottenere una sorta di macinato di carne, con sapore, consistenza e valore nutrizionale diversi dalla carne convenzionale.

Il sapore e le proprietà nutrizionali possono essere migliorati grazie all’aggiunta di additivi alimentari, ma la consistenza della carne coltivata fa sì che questo prodotto possa essere impiegato per realizzare burger, polpette, nuggets e altre preparazioni in cui normalmente viene utilizzata carne macinata.

 

Carne coltivata vs carne tradizionale

La carne tradizionale deve le sue caratteristiche a diversi fattori: la consistenza della carne convenzionale dipende infatti da processi che avvengono dopo la morte dell’animale e che conferiscono alla carne colore, sapore e consistenza. Questi processi non si verificano nella coltura in vitro, quindi la carne coltivata non ha di per sé il classico aspetto e gusto della carne.

Inoltre, la carne coltivata è costituita da cellule muscolari e manca di tessuto connettivo, vascolare e adiposo: questo modifica la texture ma ha un impatto anche sul gusto e gli aspetti nutrizionali poiché, ad esempio, i grassi conferiscono palatabilità e aumentano l’assorbimento di vitamine e altri composti liposolubili.

La carne convenzionale è poi fonte di importanti vitamine e minerali tra cui la vitamina B12, presente solo negli alimenti di origine animale, e il ferro eme, cioè il ferro legato all’emoglobina che troviamo nelle carni e che risulta maggiormente disponibile per il nostro organismo.

Ciò che manca nella carne coltivata può essere aggiunto sotto forma di additivi alimentari, ma difficilmente si riescono a replicare del tutto le caratteristiche della carne convenzionale.

 

I pro e i contro della carne coltivata

Il principale vantaggio della carne coltivata è quello di offrire proteine ad alto valore biologico riducendo la produzione di carne tradizionale, quindi diminuendo l’impatto ambientale degli allevamenti intensivi.

Oltre all’impatto ambientale, esiste anche l’aspetto etico legato alla sofferenza e alla morte di milioni di animali oggi detenuti negli allevamenti per essere macellati.

La carne coltivata infatti prevede la morte dell’animale da cui sono prelevate le cellule ma il numero di animali sacrificati si ridurrebbe in modo considerevole e non vi sarebbe la necessità di grandi allevamenti.

Produrre carne coltivata ha però diversi svantaggi. Come abbiamo visto, riprodurre in tutto e per tutto la carne tradizionale non è semplice e per avvicinarsi alle caratteristiche della carne occorrerebbe ricorrere a numerosi additivi.

Inoltre, la produzione di carne coltivata comporta dei rischi. Alcuni, come il rischio di contaminazione ambientale e microbiologico sono simili a quelli di qualsiasi produzione alimentare, mentre altri sono caratteristici di questo prodotto.

Ad esempio, la coltivazione di cellule può portare alla formazione di proteine allergeniche e prioni, con problemi anche importanti per la sicurezza dei consumatori.

 

Le leggi, i dibattiti e le prese di posizione

Il dibattito sulla carne coltivata divide l’opinione pubblica tra chi la considera come una valida alternativa alla carne, più etica e sostenibile, e chi è contrario alla sua immissione in commercio non solo perché “innaturale”, ultraprocessata e percepita come poco sicura, ma anche per le sue possibili ripercussioni economiche e sociali.

L’introduzione di un prodotto che sostituisca, almeno parzialmente, la carne tradizionale comporterebbe infatti verosimilmente una perdita di posti di lavoro; la produzione di carne coltivata porterebbe a nuove assunzione, ma il personale impiegato nel settore della carne sarebbe difficilmente ricollocabile.

Inoltre non è chiaro il target, cioè a chi sia destinata la carne coltivata. Vegetariani e vegani difficilmente introdurrebbero nella loro alimentazione un prodotto ricavato da un animale che viene sacrificato ed è improbabile che chi segue una dieta onnivora rinunci alla carne tradizionale in favore di quella coltivata, soprattutto se questa viene presentata come carne sintetica, carne artificiale o altri termini che evocano qualcosa di poco genuino.

Per quanto riguarda la sicurezza e la normativa, ad oggi la carne coltivata non è stata sottoposta a una valutazione del rischio da parte di EFSA e non si trova in vendita in Europa e in Italia. Se la carne prodotta in vitro dovesse ricevere in futuro l’approvazione da parte delle autorità ed essere immessa in commercio, in assenza di una specifica legge sulla carne coltivata, la sua produzione e la vendita sarebbero regolamentate dal Regolamento Europeo sui Novel Food (2283/2015).