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Le origini dell’arte del bonsai

Alla scoperta delle origini di questa arte botanica orientale, con tutta la sua storia e tutte le sue implicazioni filosofiche ed estetiche.

Le origini dell’arte del bonsai

L’arte di crescere gli alberi all’interno di specifici vasi e contenitori ebbe origine in Asia, nello specifico in Cina col nome di Shumu Penjing, come veniva chiamata l’antica arte di creare panorami naturali in miniatura all’interno di vasi utilizzando rocce ed alberi mantenuti in una forma miniaturizzata attraverso specifiche tecniche di potatura e di legatura.

I cinesi amavano avere questi elementi di natura selvaggia miniaturizzata all’interno dei loro giardini e ne fecero una vera e propria arte che in seguito si sviluppò in altri Paesi: in Vietnam sotto forma di hon non bo, che si basa sulla riproduzione in piccolo di interi panorami, ed in Giappone col saikei (simile al hon non bo vietnamita) e col bonsai.

 

Dalle origini all'era moderna del bonsai

L’arte del bonsai vera e propria si separa dalla sua antenata cinese circa un secolo e mezzo fa, quando un gruppo di diplomatici e di monaci zen tornarono da un viaggio in Cina con degli alberi in miniatura come souvenir.

L’arte del bonsai, inizialmente chiamata hachi no ki o "albero da vaso", si sviluppò per circa mezzo secolo differenziandosi e raffinandosi: a differenza dell’arte cinese, l’arte del bonsai ha un numero di alberi ridotto e punta a dargli un aspetto meno selvaggio e naturale, più armonioso e guidato anche se in apparenza più semplice e minimalista (tipica influenza zen).

Col tempo cambiarono anzitutto i contenitori nelle loro forme, invece che vasi circolari e rotondi, si sviluppò la tendenza a prediligere vasi larghi e bassi, basati su forme quadrilatere.

Amata sia dai samurai che dai monaci che dai funzionari amministrativi, l’arte del bonsai raggiunse il suo culmine del XVII secolo per dar via, nel XVIII, al cosiddetto periodo classico, dove tecniche e materiali furono definitivamente codificati, così come lo furono tutti gli strumenti di lavoro: pinzette, spatole, scopette, piccoli rastrelli, forbici, lacci, uncini e spazzole.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Impero giapponese di aprì al mondo occidentale e i bonsai furono esposti ad un grande pubblico internazionale che li trovo intriganti, esotici e misteriosi. Qui prese il via un’ennesima fase della storia dei bonsai, l’era moderna, che si sviluppò grazie all’interesse di botanici e coltivatori di tutto il mondo che dedicarono tempo e passione allo scopo di ampliare le tecniche e il numero di specie miniaturizzabili.

 

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Filosofia estetica del bonsai

Come accennato prima, l’influenza zen fu vitale per la differenziazione tra bonsai e penjing e questo è anche all’origine del fascino che il bonsai ha esercitato sul mondo occidentale. Il bonsai infatti esprime alla perfezione il concetto di estetica zen tutto giapponese chiamato wabi-sabi, basato sull’imperfezione dei dettagli, sull’unicità, sull’asimmetria, sul sottolineare l’impermanenza delle forme come elemento accettabile sia filosoficamente che esteticamente, una sviluppata sensibilità e predilezione verso l’effimero.

Elementi come semplicità, austerità e parsimonia sono molto più considerati dei loro opposti nella cultura zen così attratta dal vuoto. Tutto ciò si contrappone in modo complementare ai canoni classici di estetica europea, basata sui modelli greco-latini di perfezione olimpica e di bellezza ideale.

Il bonsai racchiude in sé questa filosofia di vita, che riconosce alla natura imperfetta tutta la bellezza che gli occidentali generalmente riservano solo all’arte classica che esprime corpi ideali e forme geometriche senza difetti. Non solo: i bonsai tendono alla scarsità e non all’abbondanza, specie in termini di foglie, potate una ad una, e sono maggiormente apprezzati quanto meno si nota la mano del giardiniere, segno di assenza di ego e di appagamento senza bisogno di apprezzamenti e plauso.

 

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