Vertical farming, cos'è

Coltivazioni di verdure e ortaggi che non si sviluppano più in orizzontale bensì in verticale, sfruttando ogni goccia d’acqua e moltiplicando le rese produttive senza “aiuti” chimici. Questa è la promessa del vertical farming, un nuovo modello agricolo che farà parlare di sé.

vertical-farming

Credit foto
©isampuntarat / 123rf.com

 

Quando l’agricoltura è insostenibile

Nel 1975 sulla Terra vivevano 4 miliardi di persone, oggi siamo a quota 7,85 miliardi e – sostiene l’Onu – arriveremo a 10 entro la fine del secolo. Dieci miliardi di persone che andranno sfamate. 

 

Il modello che i colossi dell’agroindustria ci hanno imposto finora si chiama agricoltura intensiva e sacrifica foreste, zone umide e altri ecosistemi naturali per lasciare spazio a immense coltivazioni di una sola piantagione (tipicamente grano, mais, soia, palma da olio). Così facendo, però, agricoltura e allevamento (con l’uso del suolo a essi correlato) sono arrivati a emettere 9,3 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente nel 2018, contribuendo in modo determinante alla crisi climatica.

 

Per non parlare dell’uso spropositato di pesticidi, diserbanti e fertilizzanti chimici che compromettono la biodiversità e avvelenano il suolo, l’aria e l’acqua.

 

Insomma, appare chiaro che l’agricoltura, così com’è, non può funzionare. Serve un’alternativa. Sì, ma quale? 

 

Vertical farming, un nuovo concetto di agricoltura

Una possibile soluzione si chiama vertical farming. Come suggerisce il nome, si tratta di una coltivazione di verdure e ortaggi che non si sviluppa più in orizzontale – cioè consumando suolo – bensì in verticale, sfruttando serre, strutture costruite ad hoc oppure facciate di palazzi esistenti. Un modello che si integra perfettamente nel tessuto urbano; e non è un vantaggio da poco, considerato che – secondo le proiezioni dell’Onu – nel 2050 il 68% della popolazione globale vivrà in città.

 

Aziende, ingegneri e centri di ricerca stanno lavorando da qualche anno per sviluppare tecniche di coltivazione ad hoc per questi nuovi spazi. Tecniche che, con una precisione quasi chirurgica, sfruttino ogni goccia d’acqua e ogni grammo di nutrienti, moltiplicando le rese produttive senza dover fare ricorso ad “aiuti” chimici. 

 

Le tecniche di coltivazione

Si possono distinguere tre tecniche di coltivazione:

  • Aeroponico. La particolarità della coltivazione aeroponica sta nel fatto che non c’è bisogno di terra. Le piante infatti, sorrette da apposite strutture, ricavano la luce dall’illuminazione a LED a basso consumo, e il nutrimento dall’acqua nebulizzata e dalle sostanze nutritive che vengono spruzzate direttamente sulle radici. Questo sistema permette di usare esclusivamente l’acqua strettamente necessaria, senza disperderne neanche una goccia. Tutto questo, senza alcun bisogno di pesticidi o diserbanti chimici. 
  • Idroponico. Anche in questo caso la terra non serve, perché viene sostituita da perlite, argilla, lana di roccia o altri inerti simili, e non serve nemmeno l’irrigazione così come la intendiamo di solito. Il nutrimento arriva dal vapore acqueo mescolato con sostanze minerali. Rispetto alle coltivazioni tradizionali, si parla di una crescita raddoppiata a fronte di un fabbisogno idrico del 70% più basso.
  • Acquaponico. Stavolta invece di acqua ce n’è a bizzeffe, ma è quella riciclata dagli allevamenti di pesci e crostacei. I loro scarichi infatti sono ricchissimi di residui di cibo, che si rivelano eccellenti fertilizzanti a impatto zero. Il ciclo dell’acqua non finisce qui, perché le piante la purificano e permettono di riutilizzarla nuovamente per l’allevamento.

 

Agricoltura verticale a Bristol

Avrà sede nei pressi di Bristol, nel Regno Unito, la più grande “vertical farm” del mondo. A dare l’annuncio è la società Jones Food Company che già ne possiede un’altra a Schunthorpe, lo storico polo siderurgico del Lincolnshire.

 

Il quotidiano The Independent, citando le informazioni diffuse dall’azienda, spiega che il nuovo progetto avrà una superficie coltivabile di quasi 14mila metri quadrati. Negli intenti del fondatore James Lloyd-Jones, queste nuove tecniche si rendono necessarie per sopperire alle crisi della filiera produttiva e, in ultima analisi, per garantire la sicurezza alimentare della popolazione d’Oltremanica.  

 

In un momento storico in cui – anche per via della Brexit – sempre più spesso gli scaffali dei supermercati sono vuoti, l’intento è quello di coprire il 70% della produzione britannica di verdure fresche nell’arco dei prossimi dieci anni.