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Lotta alla plastica monouso, i passi indietro

L’emergenza covid ha inciso negativamente sulla lotta alla plastica monouso. Uno studio rivela che guanti e prodotti per l'igienizzazione hanno fatto aumentare la quantità di microplastiche nei mari italiani. Vanno così in fumo gli sforzi fatti nel tempo?

Microplastiche covid

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©Paolo Galasso / 123rf.com

Su Science è stato diffuso un dato allramante: nei sedimenti raccolti nel Mar Tirreno tra Sardegna, Corsica, Lazio e Toscana sono stati riscontrati 1,9 milioni di frammenti di microplastiche per metro quadro. Ovvero la concentrazione più alta mai registrata in precedenza.

 

E il preoccupante tasso di contaminazione sembrerebbe destinato ad aumentare nei prossimi mesi a seguito dell’ampio consumo di plastica legato all’emergenza in atto e al rinvio dell’entrata in vigore della plastic tax.
 

I passi indietro rispetto al passato

Numerosi segnali attestano come l’inquinamento causato dalle plastiche monouso abbia subito una crescente impennata a causa del massiccio utilizzo di guanti monouso e altri prodotti per la gestione di COVID-19 e che attualmente sia tangibile il rischio di vanificare i buoni risultati ottenuti nei mesi pre-pandemia.

 

Nei mesi scorsi, infatti, erano molte le iniziative volte a ridurre il consumo di prodotti inquinanti. La onlus Marevivo, ad esempio, all’inizio del 2020 aveva redatto una guida zero waste per promuovere uno stile di vita sostenibile, mentre nel capoluogo lombardo era stata lanciata l’iniziativa Milano plastic free, che aveva visto coinvolti il Comune, Legambiente e Confcommercio Milano e la onlus Worldrise

 

Parliamo di una campagna pionieristica nata con l'intento di incentivare i locali milanesi a sostituire la plastica usa e getta con alternative più rispettose dell’ambiente, dalla quale era partito anche uno spinoff. Ovvero No plastic more fun, un'iniziativa incentrata sulla vita notturna della città.

L’incidenza del COVID-19 sull’aumento dell’inquinamento

L’uso forzato e diffuso per necessità di utilizzare dispositivi di protezione individuali usa e getta ha inciso ulteriormente sul problema. Se guanti e mascherine non vengono smaltiti correttamente, ma abbandonati nell’ambiente circostante, le conseguenze sono deleterie. 

 

Parliamo, infatti, di dispositivi realizzati perlopiù in materiali non biodegradabili e plastici, non riutilizzabili. E potenzialmente infetti, tanto che un loro errato smaltimento può incidere sull’ecosistema marino e anche sulla salute. 

 

Molte specie ittiche, infatti, si cibano involontariamente di plastiche e microplastiche che rischiano di essere successivamente ingerite anche dall’uomo. I guanti in lattice possono essere confusi con del cibo commestibile da uccelli marini o tartarughe, mentre gli elastici delle mascherine dispersi nei corsi d'acqua possono diventare trappole mortali.

 

A tutto questo si aggiunge anche un ulteriore aspetto critico: durante la Fase 1, infatti, è cresciuto il consumo di prodotti alimentari confezionati, così come quello di cibo da asporto e il fenomeo della spesa a domicilio. E con essi, quindi, anche la produzione di imballaggi e del packaging monouso.
 

Come limitare la produzione di plastiche monouso

La lotta alle plastiche monouso non deve fermarsi a causa del coronavirus. Un primo passo concreto in un'ottica sostenibile, dunque, può essere quello di preferire mascherine di stoffa riutilizzabili, ma anche gel lavamani così da limitare l’utilizzo dei guanti.

 

Senza dimenticare anche l'importanza del riciclo, che permette di ovviare all’impiego di imballaggi in plastica optando per soluzioni green.   

 

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