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Cosa si è fatto per il clima nel 2020 e le sfide del 2021

Si è chiuso un anno che ci ha dimostrato, ancora una volta, quanto l'emergenza climatica sia presente nelle nostre vite. I leader mondiali si sono impegnati a voltare pagina: il vero banco di prova sarà la Cop 26 del 2021.

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©Kampee Patisena / 123rf.com

Il clima dimenticato nell’anno della pandemia

Ci siamo lasciati alle spalle anche il 2020, un anno che ci ha messi duramente alla prova. Lo ricorderemo a lungo come l’anno della pandemia, l’anno in cui ci siamo scoperti fragili, abbiamo temuto per la salute dei nostri cari e abbiamo rinunciato all’improvviso a libertà che ci sembravano intoccabili – viaggiare, incontrare familiari e amici, addirittura uscire di casa.

 

L’emergenza sanitaria però non può e non deve eclissare quella climatica. Per due motivi. Il primo sta nel fatto che lo spillover (salto di specie dell’agente patogeno dall’animale all’uomo) viene favorito dalla distruzione degli ecosistemi e dal contatto prolungato tra uomo e specie selvatiche. Lo sostengono autorevoli studi scientifici. Ricostruire un rapporto più equilibrato con il Pianeta, quindi, significa anche tutelarsi dalla possibilità di nuove pandemie.

 

Il secondo grande motivo è legato al fatto che, mentre le attività umane erano paralizzate per il lockdown, la crisi climatica continuava a correre. 

 

A un primo sguardo può sembrare che il 2020 sia stato un anno di tregua perché, con gli aerei bloccati negli hangar e la vita lavorativa spostata tra le quattro mura domestiche, si stima che le emissioni di CO2 in atmosfera siano calate del 7% rispetto all’anno precedente. Osservando quella che gli inglesi chiamano “big picture”, però, è chiaro che questo dato influirà poco o nulla sul riscaldamento globale. Per la precisione, lo attenuerà di appena 0,01 gradi centigradi da qui al 2050. 

 

Lo afferma l’Emissions Gap Report pubblicato dall’Unep, il Programma Onu per l’Ambiente. Che avverte: anche se tutti i Paesi del mondo si attenessero alla lettera ai piani di riduzione delle emissioni presentati nel quadro dell’Accordo di Parigi, le temperature medie globali sarebbero comunque destinate ad aumentare di 3 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali entro la fine del secolo.

 

La lista potrebbe continuare ancora a lungo, ma già questi pochi dati sono sufficienti a dare una dimensione del problema. È per questo che, complice anche la pressione da parte degli attivisti, “il 2020 doveva essere lo spartiacque per l’azione per il clima, l’anno in cui il mondo avrebbe aperto gli occhi di fronte a questa sfida e avrebbe iniziato a prenderla sul serio. Invece, ha simbolicamente chiuso un decennio di promesse sprecate”. 

 

Sono le parole di un approfondimento della Cnn che fa il punto sui (pochi) passi avanti compiuti nei dodici mesi appena trascorsi e sulle priorità a cui dovremo dedicare i prossimi.

 

L’impatto del clima impazzito nel 2020

Anche mentre il coronavirus monopolizzava i nostri pensieri, il clima ha continuato a presentarci il conto. Un recente report dell’organizzazione no profit Christian Aid seleziona dieci disastri naturali susseguitisi nel 2020: gli incendi in Australia e negli Usa, l’invasione delle cavallette nel Corno d’Africa, le tempeste Ciara e Alex in Europa, il ciclone Ampham nel Bengala, gli uragani nell’Atlantico, le inondazioni in Cina, India, Giappone e Pakistan. 

 

Ciascuno di essi ha avuto un costo – calcolato in base al valore dei beni assicurati – superiore al miliardo di dollari. Sommandoli si arriva a un totale di 145,4 miliardi di dollari, grossomodo equivalente al Pil dell’Ungheria. Per non parlare del ben più drammatico bilancio in termini di vite umane perse, animali morti o sradicati dal loro habitat, distruzione degli ecosistemi.

 

Questi eventi estremi diventano sempre più frequenti e intensi a causa del riscaldamento globale che anche nel 2020 ha toccato nuove vette. Secondo le stime preliminari dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo), quello appena trascorso si spartirà con il 2016 e il 2019 il poco invidiabile podio degli anni più caldi mai registrati. A chiusura del decennio più torrido della storia.  

 

Dall’Europa alla Cina, si promette di voltare pagina

Se finora l’emergenza climatica è stata colpevolmente tenuta in secondo piano nell’agenda politica, nel 2020 qualcosa è cambiato. Quantomeno a livello di impegni ufficiali.

 

A tracciare la strada è stata la nuova Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, insediatasi alla fine del 2019. Tra i pilastri del suo mandato c’è il Green Deal europeo, un imponente piano d’azione volto ad azzerare l’impatto climatico del Continente entro il 2050. 

 

Nemmeno la pandemia ha fermato questo percorso, anzi: nel Discorso sullo Stato dell’Unione tenuto a settembre, von der Leyen ha proposto di aggiornare i piani di riduzione delle emissioni per il 2030, raggiungendo almeno un -55% rispetto ai livelli del 1990.

 

Non è tutto. Per uscire dalla crisi economica, l’Unione ha varato il fondo Next Generation Eu, con una capacità complessiva pari a 750 miliardi di euro. Il 37% di questa cifra, ha promesso, verrà investito direttamente per gli obiettivi del Green Deal.

 

Con queste scelte, l’Europa ha fatto scuola. Anche Regno Unito, Sudafrica, Giappone, Corea del Sud e Canada si sono impegnati per la carbon neutrality entro il 2050. Anche il presidente cinese Xi Jinping ha promesso di azzerare le emissioni nette entro il 2060; una scelta che potrebbe davvero spostare gli equilibri, visto che oggi la superpotenza asiatica da sola è responsabile del 29% delle emissioni globali di gas serra. 

 

Riflettori puntati sulla Cop 26 di Glasgow

Mancano ancora all’appello gli Stati Uniti. L’amministrazione guidata da Donald Trump si è da subito posta in controtendenza rispetto alla comunità internazionale, avviando a novembre 2019 la procedura per uscire dall’Accordo di Parigi sul clima.

 

L’iter burocratico è arrivato a compimento proprio durante le convulse giornate in cui venivano conteggiati i voti delle elezioni presidenziali di novembre 2020. Operazioni che, dopo una lunga attesa non priva di polemiche, hanno decretato la vittoria del suo sfidante Joe Biden.

 

Nella giornata di oggi l’amministrazione Trump ha ufficialmente lasciato l’Accordo di Parigi. E, fra 77 giorni esatti, una nuova amministrazione Biden vi rientrerà”, ha twittato l’esponente democratico che il 20 gennaio si insedierà alla Casa Bianca.

 

Nel programma con cui si è presentato alle elezioni, il clima ha un ruolo preponderante. Gli Usa – assicura – raggiungeranno il 100% di energia da fonti rinnovabili e la carbon neutrality entro il 2050, con una transizione verde che li renderà “più forti e resilienti”.

 

Sarà Joe Biden a rappresentare gli Stati Uniti alla Cop 26 di Glasgow, originariamente prevista per la fine del 2020 ma slittata di un anno a causa del Covid-19. Un appuntamento in cui i potenti del Pianeta saranno chiamati a prendere posizione in modo ancora più deciso, trasformando le generiche dichiarazioni d'intenti in obiettivi seri, vincolanti e misurabili. Un’occasione che non può andare sprecata.

 

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