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Anche le bioplastiche si degradano lentamente nell'ambiente

Ben venga la sostituzione della plastica con le bioplastiche, ma con un’accortezza: se disperse nell’ambiente, inquinano anch’esse. Di fronte a quest’avvertimento del Cnr, l’associazione di categoria insorge.

Bioplastiche

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©fengari3211 / 123rf.com

Le bioplastiche al centro di un acceso dibattito

La notizia, a ragione, ha fatto enorme scalpore. Con la direttiva europea sulla plastica monouso (nota come direttiva Sup, da single-use plastic), l’Unione europea ha tolto dal commercio numerosi prodotti fatti di plastica usa e getta. Nello specifico cotton fioc, posate e piatti (ma non i bicchieri), cannucce, mescolatori per bevande, aste per palloncini (ma non i palloncini stessi), tazze e contenitori per alimenti e bevande in polistirene espanso.

 

Descritto così, sembra tutto fin troppo semplice. In realtà a questa vittoria ambientale si è arrivati con un lungo iter legislativo che ha preso il via nel 2018. Dal 3 luglio 2021 tutti e 27 gli Stati membri sono tenuti ad applicare la direttiva; l’Italia l’ha fatto, con un po’ di ritardo, con il decreto legislativo n.196 dell’8 novembre 2021, entrato in vigore il 14 gennaio 2022.

 

E non è tutto qui. La direttiva Sup, infatti, mette esattamente sullo stesso piano la plastica tradizionale (fatta con il petrolio) e le bioplastiche ottenute con materie prime biodegradabili e compostabili. Scelta che ha provocato una levata di scudi da parte dell’Italia, che produce i due terzi di tutta la plastica biodegradabile d’Europa. Anche per non mandare in fumo da un giorno all’altro un settore fiorente, il nostro Paese finora è riuscito a salvare le bioplastiche mediante una deroga ad hoc.

 

Lo studio del Cnr sulla degradazione delle bioplastiche

Fatta questa premessa, si può intuire il polverone scatenato da uno studio scientifico pubblicato nella rivista open access Polymers, a seguito di un esperimento condotto dal Cnr – per la precisione, dall’Istituto dei processi chimico-fisici (Cnr-Ipcf) e dall’Istituto di scienze marine (Cnr-Ismar) – insieme all’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e al distretto ligure per le tecnologie marine (Dltm).

 

I ricercatori hanno disperso nella sabbia e nell’acqua di mare due polimeri di plastica tradizionale (HDPE e PP) e due di plastica biodegradabile (PLA e BPAT). Durante i sei mesi di osservazione, i vari campioni si sono comportati più o meno allo stesso modo, cioè non si sono degradati quasi per nulla

 

Osservandoli in laboratorio ed effettuando analisi chimiche, spettroscopiche e termiche, i ricercatori sono giunti a una conclusione netta: le bioplastiche hanno il grande vantaggio di poter essere conferite negli impianti di compostaggio industriali ma, se invece vengono disperse nell’ambiente, hanno tempi di degradazione lunghissimi. In parole più semplici, inquinano. E non poco.

 

“Data l’altissima diffusione di questi materiali, è importante essere consapevoli dei rischi ambientali che l’utilizzo della bioplastica pone, se dispersa o non opportunamente conferita per lo smaltimento: è necessario informare correttamente”, spiega Silvia Merlino, ricercatrice del Cnr-Ismar di Lerici e coordinatrice del progetto.

 

L’accusa di Assobioplastiche: “Operazione strumentale”

Decisamente piccata la replica di Assobioplastiche. Attraverso un comunicato stampa, l’associazione italiana di categoria presieduta da Luca Bianconi accusa il Cnr di aver condotto un’operazione “strumentale”, diffondendo i risultati della ricerca “non casualmente proprio nelle ore in cui si sta discutendo di una possibile via italiana al recepimento della Direttiva europea sulle plastiche monouso”.

 

Risultati che sarebbero innanzitutto preliminari, perché relativi soltanto al primo campionamento effettuato dopo appena tre mesi, all’interno di un esperimento della durata di tre anni. Oltretutto, sarebbero anche poco precisi perché parlano genericamente di tempi di degradazione “lunghi” e “significativi”. Per contestualizzarli in modo esatto, sostiene Assoplastiche, sarebbe necessario un elemento in più, cioè il pellet di materiale lignocellulosico, un composto polimerico naturale che per questi esperimenti ha lo stesso ruolo del metronomo nella musica.

 

Un’ulteriore imprecisione, conclude l’associazione di categoria, sta nella scelta di nominare i rischi ambientali della dispersione delle bioplastiche senza prendere in esame i parametri che servono per determinare i rischi stessi, in primis il pericolo e la concentrazione nell’ambiente.

 

Il vero nemico dell’ambiente è l’usa e getta

Sulle questioni scientifiche, è giusto che sia la scienza a esprimersi. Ma che conclusioni possiamo trarre noi cittadini, comprensibilmente disorientati di fronte a queste indicazioni contrastanti? 

 

A darci uno spunto di riflessione utile è l’organizzazione ambientalista Legambiente, di per sé favorevole alla deroga a favore delle bioplastiche, definita come “un passaggio fondamentale per riconoscere il valore della filiera tutta italiana della chimica verde e della produzione di compost, su cui il nostro Paese deve fare da apripista in Europa”.

 

Al tempo stesso, però, il presidente nazionale Stefano Ciafani ci tiene a mettere i puntini sulle i. “Quando dieci anni fa sono stati banditi i sacchetti per la spesa in plastica, non c’è stata una sostituzione ‘uno a uno’. Grazie a quella legge, l’uso dei sacchetti usa e getta è crollato del 70 per cento e portarsi da casa una borsa riutilizzabile è diventato la normalità”, dichiara, intervistato da LifeGate all’indomani dell’entrata in vigore della direttiva europea Sup. 

 

“Ora deve succedere esattamente la stessa cosa. Non si può assolutamente pensare che il prodotto monouso in plastica tradizionale debba essere sostituito da un analogo prodotto monouso, ma compostabile.”