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L’importanza del combattimento nelle arti marziali

Alcune arti marziali eleggono il combattimento a scopo assoluto della pratica, mentre altre lo escludono al contrario ritenendolo negativo per la formazione marziale interiore. Chi ha ragione?

L’importanza del combattimento nelle arti marziali

E’ stato detto numerose volte e da più fonti autorevoli che la vera efficacia delle arti marziali deriva da un preciso equilibrio interiore tra corpo e mente.

Molte arti marziali classiche prevedono esercizi di controllo della mente, di meditazione, di scoperta delle energie interiori, di passaggio da uno stato di coscienza all’altro, e infine esercizi appositi per in qualche modo trovare stabilità in una condizione dove le eruzioni delle emozioni e il macinio della mente pensante sono assenti, una zona dove si vive nell’attimo della prestazione senza pensare ai risultati e agli esiti.

Questo è valido anche nelle discipline sportive da combattimento, nelle quali ai nostri giorni i migliori atleti sono seguiti anche da mind trainer e speciali coach che li aiutano, tramite visualizzazioni, respirazioni ed esercizi mentali ad ottimizzare il proprio lavoro e a superare i propri limiti, alzando l’asticella dei propri standard.

 

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Una corretta valutazione di sé

Ma è possibile imparare a nuotare senza entrare in acqua?

Talvolta infatti accade una sorta di sbilanciamento tra la cura dei due poli, corpo e mente, ed alcune arti marziali, alcuni maestri ed alcune scuole, si focalizzano troppo sul lavoro sulla mente, sul temperamento, sullo stato di coscienza, creando, non poche volte, una non corretta valutazione di sé, e in alcuni casi l’illusione, un trucco della mente appunto, di essere un artista marziale migliore di quanto lo si sia in realtà.

L’illusione conduce alla disillusione, spesso dolorosa e demoralizzante.

 

L'importanza della Praxis

Ogni teoria, ogni visualizzazione e lavoro interiore hanno bisogno di essere testati, ha bisogno di una praxis che ci dica se valga la pena di continuare o meno con questa tipologia di esercizi, se essi producono effettivamente un’effetto nel reale.

Ed è in questo senso che va presa la competizione sportiva nelle arti marziali. Non si compete con gli altri ma con se stessi, per correggere il tiro nei nostri allenamenti.

Il combattimento con delle regole è la cosa più prossima ad un combattimento reale, alla guerra, dove la sopravvivenza è in gioco, dove le emozioni e i pensieri prendono il sopravvento, ed è per questo il banco di prova migliore per le nostre arti marziali.

Troppo facile è non testare, o testare in un ambiente che non provoca stress, le nostre tecniche.

 

Un guerriero in un giardino o un giardiniere in una guerra?

In Giappone si usa dire che è meglio essere un guerriero in un giardino che un giardiniere in una guerra. Prendiamo il caso di uno dei più famosi maestri Morihei Ueshiba, fondatore dell’aikido, una classica arte marziale con un forte aspetto filosofico e spirituale che non prevede combattimenti e competizione.

Prima di creare questa arte marziale negli anni 20 del secolo scorso, il maestro Ueshiba ha servito nell’esercito giapponese e, stando alla sua biografia, come membro della setta scintoista Oomoto, ha dovuto compriere degli omicidi per proteggere la vita della sua guida spirituale.

Questo processo, magari estremo, ci porta però a capire che per applicare veramente delle arti marziali dolci e privare un ipotetico avversario della capacità di lederci senza lederlo a sua volta, bisogna padroneggiare anche l’altro lato del potere marziale, bisogna essere in grado potenzialmente di ledere per scegliere di non ledere con maestria.

Ueshiba conosceva, per via di anni di praxis, la sua potenziale letalità, sapeva, per via pragmatica, che il suo stato di coscienza era in grado di reggere contesti realistici senza esserne scosso. Le arti marziali si basano su un antico assunto cinese: ciò che è in grado di curare, è anche in grado di uccidere e viceversa.

 

Yin e Yang

Ai nostri giorni sappiamo, grazie ad un revival dei tornei di arti marziali e ad un interesse internazionale verso di esse, che le arti marziali che non prevedono competizione ma si limitano ad allenarsi con un partner che ci asseconda, non hanno grandi risultati.

Secondo le scuole classiche, quelle fondate in epoche di guerra e quindi veramente efficaci in senso marziale, la giovinezza di un artista marziale deve prevedere la competizione e il combattimento regolamentato; un artista marziale deve conoscere realmente la propria energia, il proprio carattere sotto stress, lavorare sulle proprie paure ataviche e sugli eccessi di violenza.

Deve aver sfogato il proprio lato yang, senza reprimerlo, per poi, una volta domato, essere pronto, con un pieno potenziale, ad esprimere il potere sviluppato, attraverso il lato yin delle arti marziali, quello interiore fatto di lavoro sulle energie.

Possiamo dire, per concludere, che le arti marziali che si focalizzano solo sul combattimento e quelle che non lo prevedono, mancano entrambe di un aspetto per creare dei veri artisti marziali.


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