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Palo Santo: se bruciare l’incenso non è sostenibile

Un consumo scellerato, non etico e poco consapevole sta mettendo a rischio la salvaguardia del Bursera graveolens, l'albero sacro da cui si produce il Palo Santo. Il mondo new age dovrebbe interrogarsi a riguardo.

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Un consumo insostenibile

Palo Santo, in italiano “Albero Sacro”, è il nome con cui chiamiamo il legno del Bursera graveolens, pianta originaria del Sudamerica nota soprattutto per l’estrazione del suo pregiato olio essenziale e per il gradevole profumo che si sprigiona dalla sua combustione.

Il suo utilizzo è semplice ed immediato tanto quanto piacevole è il suo effetto sull’ambiente, tanto da essere diventato uno degli incensi più utilizzati negli ambienti di yoga e new age, dove riti quotidiani sono officiati, individualmente o in gruppo.

Questo è quanto sappiamo superficialmente ma alcuni ricercatori indipendenti sembrano abbiano scoperto la natura “insostenibile”, di questa abitudine, sottolineando come il largo consumo di Palo Santo non sia ecosostenibile.
 

Dai riti sciamanici ai riti new age

Il consumismo crea bisogni e neanche il mondo new age sembra fare eccezione.

Ecco allora che il bisogno di “purificare” le proprie energie e quelle del proprio ambiente diventa un motivo per acquistare oggetti ad hoc.

Il Palo Santo negli ultimi anni ha riempito questa nicchia ed il suo consumo è aumentato esponenzialmente.

Se in origine il Palo Santo era utilizzato dagli sciamani di alcune tribù americane esclusivamente durante riti e in specifici stati di coscienza, oggi il Palo Santo è usato a come profumatore di ambienti e spesso viene bruciato al di là del suo principale.
 

Lo sfruttamento dei terreni e delle piante

L’incremento della domanda ne ha forzato la produzione e quella che un tempo era la semplice raccolta del legno di alcuni alberi che crescevano spontaneamente, è adesso diventata un'attività meccanicizzata di una specie vegetale coltivata per questo scopo.

I terreni sono sovrasfruttati e sul mercato sono stati introdotti nuovi "brand" di palo santo, qualcosa che si allontana del tutto dalla cultura indigena da cui il tutto ha avuto origine.

Molte compagnie, per niente eco-friendly, hanno fiutato il crescente profitto dietro al mercato del Palo Santo, approfittando dell’assenza di regole in molte aree indigene sudamericane, per dare il via a coltivazioni intensive, con forte uso di chimica, spreco di acqua, e raccolta selvaggia di piante ancora giovani, per sopperire alla domanda.
 

New age vs religione

L’immagine stereotipata e sempre più comune di vip e persone comuni che utilizzano senza specifiche ragioni il Palo Santo, specie sui social media, ha creato un’idea sbagliata, ovvero quella del Palo Santo come oggetto di consumo comune, quotidiano, e quindi per niente “sacro”.

L’uso tradizionale si è dileguato quasi del tutto: da un lato è vero che il movimento new age nasce anche per prendere distanza dalla religiosità ossequiosa, pomposa e troppo strutturata, e per orientarsi verso una spiritualità semplice, spontanea, naturale, senza bisogno di ministri, tuttavia talvolta questa distanza diventa disorientamento, mancanza di consapevolezza e soddisfazione delle proprie bizzarre fantasie.

E’ in questo contesto che l’uso del Palo Santo dovrebbe ricollegarsi a quello tradizionale delle sue origini. 
 

Salvaguardare il Palo Santo a rischio

Il vero Palo Santo non può essere coltivato con metodi forzati, come sta accadendo ultimamente.

Il suo legno può essere bruciato solo dopo che l’albero è morto naturalmente, andando incontro ad una naturale essiccazione. Non è un caso che la pianta che produce il Palo Santo, la succitata Bursera graveolens sia recentemente stata inserita nelle liste del CITES, una convenzione internazionale per il commercio di fauna e flora a rischio.

Non sempre spiritualità new age ed etica ambientalista vanno a braccetto.