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L’università Bicocca studia i batteri mangia-plastica

Alcuni microrganismi potrebbero diventare nostri alleati nello smaltimento dei rifiuti di plastica? Un team di ricerca dell'università di Milano-Bicocca sta lavorando in questa direzione.

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©Università di Milano-Bicocca

Cosa ci fa la plastica nella raccolta dell’umido?

Potremo anche conoscere a menadito le regole della raccolta differenziata, ma tutti prima o poi siamo incappati in qualche errore. Sappiamo per certo che gli scarti di frutta e verdura vanno nel bidone dell’umido, ma siamo proprio sicuri di aver sempre rimosso i bollini da mele e banane? Anche i sacchetti spesso e volentieri traggono in inganno: a prima vista sembrano biodegradabili ma, a osservare i loghi con più attenzione, si scopre che non è così.

 

Queste piccole disattenzioni, sommate l’una all’altra, portano a conseguenze di un certo calibro. Le rilevazioni ufficiali dicono che in Italia, sul totale dei rifiuti organici conferiti nell’arco di un anno, circa il 5% è costituito da materiali che in realtà non sono affatto biodegradabili. Oltre a sassolini e metalli, ecco spuntare l’onnipresente plastica che rappresenta l’assoluta maggioranza.

 

Con le tecnologie disponibili negli impianti, però, eliminare questa plastica è decisamente complesso e costoso. Una parte consistente quindi finisce in discarica, con tutto ciò che ne consegue in termini ambientali.

 

Il progetto Micro-Val dell’università Bicocca

Ecco quindi entrare in azione un team di ricerca tutto al femminile dell’università di Milano-Bicocca, diretto dalla professoressa Patrizia Di Gennaro e coordinato dalla ricercatrice Jessica Zampolli. Dopo aver studiato a lungo i microrganismi, la squadra si è concentrata su quelli capaci di eliminare il polietilene.

 

Nel grande mondo che comunemente chiamiamo “plastica”, il polietilene (contrassegnato dalla sigla PE) è la tipologia in assoluto più comune, tanto da rappresentare circa il 65% dei rifiuti plastici a livello globale. È il materiale di cui sono fatti i mobili per esterni, gli isolanti per i cavi elettrici, le buste, i tubi, i giocattoli, i tappi; e quest’elenco potrebbe continuare ancora a lungo.

 

Questo polimero sintetico è vantaggioso perché è estremamente resistente; il che è un vantaggio quando è in uso, non certo quando deve essere smaltito come rifiuto. Anche i più comuni microrganismi possono fare poco o nulla per degradarli.

 

Le studiose hanno quindi deciso di isolare alcuni “super-microrganismi” già in grado di grado di biotrasformare e biodegradare – almeno in parte – le plastiche a base di polietilene. Con il progetto Micro-Val vogliono sfruttare e potenziare le loro capacità, identificando le condizioni in cui riescono a esprimerle al meglio. 

 

La campagna crowdfunding

Per rendere possibile il progetto Micro-Val il team ha lanciato una campagna crowdfunding sulla piattaforma Produzioni dal Basso. Il primo traguardo è stato fissato a 4.750 euro: raggiunta questa soglia, il Corepla (Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclaggio e il recupero degli imballaggi in plastica) si è impegnato per donarne altrettanti.

 

A sorpresa, questo primo obiettivo è stato raggiunto nell’arco di appena due giorni. Con questi 9.500 euro sarà possibile realizzare su scala di laboratorio le prime prove e valutare un successivo sviluppo a scala di impianto di smaltimento di rifiuti.

 

Forti di questo primo successo, le ricercatrici hanno lanciato una nuova sfida: arrivare a 13.000 euro per comprare un bioreattore, cioè una “casa superattrezzata” dove allenare i microrganismi controllando i loro parametri vitali come ossigeno, temperatura e pH. Ci sono ancora due mesi di tempo per realizzare questo proposito e chiunque può contribuire, anche con una piccola somma.

 

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