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Positività tossica: perché reprimere le emozioni negative aumenta l'ansia

Essere positivi a tutti i costi non aiuta necessariamente a stare meglio: quando tristezza, rabbia, paura o delusione vengono considerate emozioni da eliminare anziché esperienze da attraversare, il tentativo di reprimerle può aumentare la tensione e rendere più difficile gestirle.
È proprio qui che si colloca il confine tra un sano ottimismo e la positività tossica: nel primo caso si riconosce anche ciò che non funziona e, pur attraversando la difficoltà, si cerca una prospettiva possibile; nel secondo si finisce per negare le emozioni spiacevoli, come se sentirsi tristi o arrabbiati fosse già un errore.

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"Dai, c'è di peggio!": come le frasi fatte invalidano il nostro dolore reale (e ci fanno sentire sbagliati)

"Devi pensare positivo". "Dai, c'è di peggio". "Non pensarci". "Vedrai che passerà". Sono frasi che spesso nascono dal desiderio urgente di consolare, ma possono far sentire una persona ancora più sola quando arrivano nel momento sbagliato.
Il problema non è che siano necessariamente false, ma il fatto che esistano situazioni peggiori non cancella quello che si sta vivendo: una delusione può fare male anche se non è una tragedia e si può essere spaventati anche quando razionalmente si sa che la situazione potrebbe andare peggio.
Quando il dolore viene immediatamente ridimensionato, si rischia di aggiungere alla sofferenza iniziale un altro pensiero: "Non dovrei sentirmi così" ed è proprio questo secondo passaggio ad essere particolarmente insidioso, in quanto la persona che si trova in difficoltà non deve più soltanto affrontare la tristezza o la rabbia, ma anche il giudizio nei confronti della propria reazione.
In realtà, riconoscere e dare un nome a ciò che si prova è una componente importante della regolazione emotiva: dire "sono arrabbiato", "questa situazione mi ha ferito" o "sono preoccupato" non significa lasciarsi dominare dall'emozione, ma semplicemente riconoscerne la presenza.
La positività insomma diventa tossica proprio quando smette di essere una risorsa e diventa un obbligo: bisogna essere ottimisti, bisogna reagire, bisogna trovare subito il lato positivo. E quando non ci si riesce, si può arrivare a pensare di essere il problema.
 

L'effetto pentola a pressione: cosa succede al tuo corpo e al tuo sistema nervoso quando nascondi tristezza o rabbia

Quando si prova un'emozione intensa, il corpo se ne accorge prima ancora che la si possa mettere in parole: la rabbia può aumentare la tensione muscolare e il battito cardiaco; la paura può accelerare la respirazione e aumentare lo stato di allerta; la tristezza può accompagnarsi a una sensazione di pesantezza e di riduzione dell'energia. Sono tutte risposte fisiologiche, manifestazioni della risposta dell'organismo a ciò che si sta vivendo e che è percepito come importante o minaccioso.
Il problema nasce quando, oltre a provare l'emozione, si cerca attivamente di non sentirla per non doverla mostrare: in questi casi, il cervello deve occuparsi non soltanto di ciò che sta accadendo, ma anche di controllare la risposta emotiva ed è qui che entra in gioco la soppressione emotiva. Certo, cercare di inibire l'espressione di un'emozione può ridurre i segnali visibili agli altri ma l'emozione non è necessariamente scomparsa: il corpo può continuare a essere attivato e una parte dell'attenzione rimane impegnata nel tentativo di controllare la reazione.
In alcune condizioni, la soppressione può essere accompagnata anche da una maggiore attivazione fisiologica, tanto che ci si sente come in una “pentola a pressione”: l'obiettivo è impedire all'emozione di uscire, ma lo sforzo necessario per contenerla non equivale a spegnere ciò che sta accadendo dentro. Ciò non vuol dire che un'emozione repressa debba necessariamente "esplodere" più tardi, ma che il semplice fatto di non esprimerla non garantisce che il corpo sia già tornato a uno stato di calma.
Lo stesso può accadere con la tristezza: trattenere le lacrime, imporsi di non pensarci e continuare a ripetersi che bisogna reagire può dare l'impressione di avere tutto sotto controllo, mentre l'esperienza emotiva rimane intatta e presente e più energia viene utilizzata per allontanare ciò che si prova, più difficile può diventare spostare l'attenzione su altro.
Naturalmente, regolare un'emozione non significa esprimerla sempre e immediatamente: saper rimandare una reazione, mantenere la calma in una situazione delicata o scegliere il momento giusto per parlare sono capacità importanti. La difficoltà nasce quando il controllo diventa l'unica strategia e tristezza, rabbia o paura vengono trattate sistematicamente come qualcosa che non dovrebbe essere sentito.
L'effetto "pentola a pressione", insomma, descrive la situazione in cui tentare continuamente di contenere ciò che si prova può mantenere tensione e attivazione invece di permettere all'esperienza emotiva di essere riconosciuta e gradualmente elaborata.
 

La linea sottile tra ottimismo sano e positività tossica

La differenza non sta nel pensare positivo o negativo, ma nel modo in cui ci si rapporta a ciò che accade. L'ottimismo sano non richiede di ignorare le difficoltà: permette di riconoscerle e, allo stesso tempo, di mantenere la possibilità che possano essere affrontate o che la situazione possa cambiare.
Si può essere tristi per una perdita e continuare a credere di poter stare meglio. Si può essere preoccupati per un problema e, nello stesso tempo, cercare una soluzione. In questo caso l'emozione non viene negata: viene riconosciuta, mentre si mantiene aperta una prospettiva sul futuro.
La positività tossica segue invece una logica diversa: di fronte a un'emozione spiacevole, cerca rapidamente di sostituirla con un pensiero positivo: "Devo stare bene", "Andrà tutto bene", "Non pensarci", "Devi essere forte". Il rischio è che il messaggio implicito diventi: le emozioni negative non dovrebbero esserci.
È qui che l'ottimismo può trasformarsi in una forma di elusione: se ogni volta che compare la tristezza si cerca immediatamente di scacciarla, non si sta necessariamente capendo come gestirla, ma al contrario si sta semplicemente imparando come non sentirla.
Un rapporto più equilibrato con le emozioni permette invece di tenere insieme due pensieri apparentemente opposti: "Sto male" e "posso affrontare quello che mi sta succedendo". Non è necessario scegliere tra il riconoscimento della sofferenza e la fiducia nella possibilità di stare meglio. A seconda della situazione può essere utile cambiare prospettiva, cercare una soluzione concreta, parlare con qualcuno oppure concedersi un momento per sentire ciò che si prova. La flessibilità è importante proprio perché un'emozione non ha sempre bisogno dello stesso tipo di risposta.
L'obiettivo, quindi, non è sentirsi bene a tutti i costi e nemmeno eliminare le emozioni spiacevoli, ma riuscire a riconoscerle senza lasciare che diventino l'unica cosa che vediamo, mantenendo la possibilità di scegliere come reagire.
 

L'accettazione radicale: come imparare a stare nelle emozioni scomode finché non passano da sole

Accettare un'emozione non significa approvare ciò che è successo, rassegnarsi a una situazione o rinunciare a cambiarla: significa riconoscere che in questo momento quell'emozione c'è, senza aggiungere alla sofferenza una seconda lotta contro il fatto stesso di provarla.
Il concetto di accettazione radicale indica proprio la possibilità di riconoscere pienamente una realtà o un'esperienza che non si può cambiare nell'immediato, invece di consumare energie nel combattere il fatto che sia accaduta.
Applicato alle emozioni, significa poter pensare: "Sono triste e non vorrei esserlo", oppure "Sono arrabbiato e questa rabbia mi mette a disagio", senza trasformare automaticamente questi pensieri in "non dovrei sentirmi così".
Un primo passo può essere molto semplice: dare un nome a quello che si prova. "Sono delusa." "Sono preoccupato." "Sono arrabbiato." Riconoscere l'emozione permette di osservarla con maggiore chiarezza, invece di viverla soltanto come una sensazione indistinta da cui fuggire.
Si può poi provare a notare come si manifesta nel corpo: c'è tensione? Il respiro è cambiato? Si sente un peso sul petto o una contrazione allo stomaco? L'obiettivo non è far sparire immediatamente queste sensazioni, ma osservare ciò che sta accadendo senza giudicarlo, ma allo stesso tempo senza lasciarsi guidare da esse. Accettare la rabbia non significa aggredire qualcuno; accettare la paura non significa evitare per sempre ciò che spaventa; accettare la tristezza non significa rinunciare a stare meglio. Significa distinguere l'esperienza emotiva dal comportamento che si sceglie di avere.
Le emozioni, inoltre, sono dinamiche: la loro intensità può cambiare nel tempo e la propria relazione con esse può modificarsi. Per questo accettare non significa aspettare passivamente che tutto passi da solo, ma permettere all'esperienza di esserci mentre si continua a scegliere come comportarsi.
Insomma, l'alternativa alla positività tossica non è il pessimismo, ma la possibilità di dire: "Questa emozione non mi piace, ma posso attraversarla senza doverla cancellare immediatamente".
È proprio questo passaggio che può rendere più flessibile il rapporto con ciò che si sente: non tutte le emozioni devono essere risolte, alcune devono prima essere riconosciute.