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Upanishad e filosofia indiana

Una delle molte interpretazioni del termine Upanishad è “entrare in un luogo segreto”, ed è così che dovremmo approcciarle, con l’idea di addentrarci nei segreti di un passato da tornare a conoscere per capire le origini del nostro presente. La metafisica delle Upanishad, basata sull’ispirazione e la poetica mistica del Veda, è infatti l’origine di tutti i principi filosofici e religiosi sviluppatisi nei secoli.

Upanishad e filosofia indiana

Ha ancora senso oggigiorno rivolgersi a testi tanto antichi quanto lo sono le Upanishad?

Effettivamente lo yoga praticato negli ultimi anni ha preso uno sviluppo più fisico, basato sulle tecniche e meno sulla filosofia, e, alla fine, ciò che rimane del retaggio vedico è una certa aura reverenziale e qualche aforisma che viene buono per ogni occasione.

Tuttavia, all’origine di tutti i possibili sviluppi e le possibili evoluzioni dello yoga, anche nelle scuole più concentrate sulle tecniche fisiche, c’è una base filosofica di primissimo ordine, basata appunto sulle Upanishad.

 

Veda e Upanishad

Prima delle Upanishad c’erano solo i quattro Veda, considerati assime all’Avesta zoroastriano i testi sacri piu’ antichi dell’umanità.

I Veda, venerati come la fonte, la scaturigine di tutta la conoscenza sviluppatasi nei secoli in varie religioni, filosofie e scienze, sono dei testi di non facile approccio, si tratta di versi poetici, con immagini estremamente intuitive, di difficile penetrazione e aperte ad infinite interpretazioni.

In India questi versi sono considerati mantra, sacri e potenti, imparati a mente e recitati piu’ che analizzati e compresi.

Le Upanishad, che il mitologico personaggio Rama conteggia fino a 108, nascono sul finire del periodo vedico e possono costituire ciò che oggi chiameremmo un’appendice filosofica e sapienziale dei testi vedici, dai quali traggono ispirazione.

Non a caso le Upanishad formano ciò che viene chiamato Vedanta, ovvero la parte finale dei Veda. Parte in versi parte in prosa, le Upanishad abbandonano pian piano il linguaggio mistico simbolico introducendo termini più astratti e concettuali, tipici di una mente che diventa sempre meno ispirata e sempre più razionale, metafisica ed analitica.

Proprio per questa caratteristica essi sono piu’ vicini all’uomo moderno, che puo’ trovare in questi testi la summa della filosofia Indiana, che in seguito avrà ulteriori evoluzioni, quella analitica del Samkhya, quella sistematica dello Yoga, quella emotiva della Bhakti, quella mitologica dei Purana, quella occulta dei Tantra, e infine quella nichilista del Buddhismo, che tagliera’ definitivamente col retaggio vedico.

 

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I principi metafisici delle Upanishad

Nelle Upanishad cominciano a definirsi concetti che diventeranno fondamentali per la metafisica indiana e la filosofia in generale. Anzitutto si sviluppano ed analizzano diversi concetti di anima, arrivando a toccare tre principi universali che nelle altre religioni sono spesso inconciliabili: l’anima individuale, sorretta dalla divinità immanente, l’anima cosmica, sorretta dalla divinità universale, e l’anima suprema, sorretta dalla divinità trascendentale.

La più sublime sintesi di queste tre forme di divinità esperibile dall’anima umana si trova in seguito nella Bhagavad Gita, ma è nelle Upanishad che queste vengono estratte dal simbolismo oscuro dei Veda. Un altro importantissimo concetto e tema ricorrente è quello di una serie di dualità maschili-femminili che in genere si riassume in quella che distingue purusha da prakriti.

Mentre purusha è l’aspetto maschile, lo spirito dietro la manifestazione, che concepisce l’azione e la supporta in modo distaccato come un testimone, prakriti è il principio femminile, la natura esecutrice, la matrice, la madre della molteplicità e del dinamismo. Qui, nelle Upanishad, pur essendo principi contrapposti, essi sono sempre Uno, una prima forma bipolare per dare il via all’azione e alla creazione, non esiste gerarchia, come invece comincerà ad esistere in molte religioni posteriori.

 

Sublime metafisica di armonia

Difatti tutta la dottrina upanishadica si basa sul fatto che tutto è Uno e quell’Uno siamo noi: so’ham – io sono quello; e tat tvam asim – tu sei quello. Sia l’anima individuale (io) che anche gli altri elementi della molteplicità esterni a noi (tu), sono l’identico “Quello” o “Lui”, a seconda che lo si approcci come qualcosa di impersonale o di personale.

Difatti non esistono verità definitive, non esistono dogmi ed ogni principio, anche i più discordanti, tendono ad una sintesi onnicomprensiva: il mascolino col femminino, l’impersonale col personale, l’attivo con lo statico, quello con attributi con quello privo di attributi, l’uno con il molteplice, l’essere e il divenire, l’immanente col cosmico e col trascendente.

 

Uno scrigno filosofico

Infatti molti filosofi, anche occidentali, non hanno riserve nel dire che nelle Upanishad troviamo l’origine di tutto: monismo, monoteismo, nichilismo, vitalismo, panteismo, ateismo, il materialismo (si parla anche di atomi), l’idealismo, l’edonismo e il positivismo.

Tutto è rintracciabile nelle Upanishad, come uno stupendo mosaico dove tutto è armoniamente connesso ma ancora in nuce, mentre nei secoli seguenti una tendenza a sviluppare le singole verita’ e i singoli principi ha spinto i popoli a focalizzarsi su un unico principio per approfondirlo ma pagando a caro prezzo il fatto di distaccarlo da tutti gli altri principi ed ergerlo a verità unica.

Le Upanishad possono allora far chiarezza su un passato di armonia e additare ad un futuro altrettanto florido indicando la via dell’armonia come soluzione ai contrasti.

 

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