Microplastiche: Cosa c'è nel tuo bicchiere?
Che le microplastiche siano presenti nell’acqua che beviamo ogni giorno è ormai un’evidenza scientifica: non un allarme costruito per creare attenzione, ma una realtà documentata da enti come l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare.
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Le microplastiche sono particelle piccolissime che oggi si trovano non solo nell’acqua, ma nell’intero ambiente, nella sua totalità: aria, suolo e catena alimentare. Questo significa che l’esposizione non avviene attraverso una sola via, ma tramite un insieme di fonti — acqua potabile, alimenti come pesce e sale, e persino l’aria che respiriamo.
Basti pensare che alcuni studi stimano che un litro di acqua in bottiglia possa contenere fino 300.000 particelle, mentre nell’acqua di rubinetto i livelli risultano generalmente più bassi come indica l'Istituto Superiore di Sanità
Ciò che emerge è un punto chiave: l’acqua, soprattutto quella in bottiglia, benchè non sia l’unica fonte di esposizione, rappresenta uno dei principali veicoli attraverso cui le microplastiche entrano nel nostro organismo e, indirettamente, nella catena alimentare.
Dalla sorgente al bicchiere: il viaggio dei contaminanti emergenti
Le microplastiche iniziano il loro percorso insidioso nei fiumi e nei mari, dove rifiuti plastici più grandi si frantumano per effetto dei raggi UV, delle onde e dei batteri. Per fare un esempio vicino a noi, un’indagine sul fiume Po del progetto MAPP (Microplastiche nelle Acque Potabili), condotta nel 2024, ha tracciato il loro flusso dalla sorgente padana fino al mare Adriatico, rivelando concentrazioni preoccupanti che sfuggono ai depuratori tradizionali, infiltrandosi nelle falde acquifere e nelle reti idriche.
Se infatti nei depuratori urbani avviene già una prima selezione, questa purtroppo non è completa. I trattamenti standard riescono a trattenere una quota significativa delle microplastiche, soprattutto quelle più grandi (oltre i 20 micrometri), con percentuali che possono arrivare anche tra il 70 e il 98%. Sulle particelle più piccole però i risultati sono meno incoraggianti: quelle inferiori al micron infatti riescono in parte a sfuggire ai sistemi di filtrazione e proseguono il loro percorso fino alla rete idrica.
Se questo è il quadro dell’acqua di rete, è interessante mettere in discussione un’altra convinzione diffusa, ovvero che l’acqua in bottiglia sia “più pulita”: le evidenze scientifiche più recenti raccontano infatti una realtà molto diversa, e cioè che l’acqua in bottiglia può contenere quantità di microplastiche anche molto superiori rispetto a quella del rubinetto. Una ricerca condotta da università come Columbia e Rutgers, pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences, ha rilevato che un litro di acqua imbottigliata può contenere in media circa 240.000 particelle di plastica – che vengono rilasciate durante le fasi di produzione e stoccaggio - superando di gran lunga i livelli nel rubinetto non filtrato.
Il problema, però è a monte, in un sistema che inevitabilmente alimenta il fenomeno: in Italia, ogni anno vengono prodotte circa 5,8 milioni di tonnellate di plastica, di cui solo una parte viene riciclata. Durante l’intero ciclo — produzione, utilizzo, degradazione — si generano microplastiche che si disperdono nell’ambiente, raggiungendo fiumi e mari e rientrando poi nella nostra quotidianità, in un ciclo che chiude il cerchio direttamente nel nostro bicchiere.
Capire le microplastiche: quali rischi corriamo e come difenderci
Le microplastiche rappresentano un problema complesso perché agiscono su più livelli contemporaneamente. Non si tratta solo di “frammenti inerti”, ma di elementi che possono interagire con l’organismo in modi diversi:
- Livello fisico: le particelle più piccole — micro e soprattutto nanoplastiche — sono in grado di attraversare alcune barriere biologiche, tanto da essere rilevate in tessuti umani, inclusi intestino, polmoni, cervello, sangue e, in alcuni casi, anche a livello placentare;
- Livello chimico: le microplastiche contengono sostanze note per la loro attività come interferenti endocrini; inoltre, durante il loro percorso nell’ambiente, possono assorbire altri contaminanti — come per esempio metalli pesanti e pesticidi — trasformandosi in veri e propri veicoli di sostanze potenzialmente nocive;
- Livello biologico: le superfici plastiche possono diventare un substrato per i microrganismi più disparati tra cui alcuni batteri patogeni. In questo senso introducono un’ulteriore variabile: non solo cosa sono le microplastiche, ma anche cosa trasportano.
In questo contesto, il Mar Mediterraneo è spesso menzionato come una delle aree a maggiore concentrazione di plastica al mondo, tanto che numerose specie ittiche risultano contaminate. Questo significa che le microplastiche entrano nella catena alimentare e, attraverso il consumo di pesce e altri alimenti, arrivano fino a noi. Basti pensare che alcune stime, come quelle diffuse dal WWF nel 2019, suggeriscono un’esposizione potenziale fino a circa 5 grammi a settimana, che equivale al peso di una carta di credito: un dato indicativo, ma utile per comprendere l’ordine di grandezza del fenomeno.
E se eliminare del tutto la plastica è alquanto irrealistico, la strategia più efficace resta ridurre l’esposizione in modo concreto. Le strategie di difesa più efficaci passano quindi da scelte individuali e consapevoli e da piccoli gesti troppo spesso sottovalutati, come per esempio:
- limitare l’uso di plastica monouso, soprattutto a contatto con alimenti e bevande;
- evitare il riscaldamento di cibi in contenitori plastici;
- lavare i tessuti sintetici a basse temperature e con cicli delicati, per ridurre il rilascio di fibre;
- preferire, quando possibile, alimenti meno esposti alla bioaccumulazione, come per esempio pesce di piccola taglia.
Filtrazione domestica: la barriera tecnologica per un'acqua microbiologicamente pura
Se le microplastiche e gli altri contaminanti emergenti attraversano gran parte della filiera idrica, è a livello domestico che oggi si gioca una delle difese più concrete. I sistemi di filtrazione rappresentano infatti una barriera tecnologica efficace, ma è importante distinguere tra soluzioni realmente performanti e sistemi di base che offrono benefici limitati.
I filtri più semplici — come quelli a caraffa — migliorano gusto e odore, ma non sono progettati per trattenere particelle microscopiche o nanoplastiche. Le tecnologie più avanzate, invece, lavorano su scale molto più fini. Per orientarsi tra le diverse soluzioni disponibili, è utile capire che non tutti i sistemi di filtrazione domestica offrono lo stesso livello di protezione: le tecnologie più avanzate si distinguono per la capacità di trattenere particelle sempre più piccole e per l’efficacia sui contaminanti emergenti.
In contesti come quello italiano — e in particolare in aree con infrastrutture idriche datate — questi sistemi possono rappresentare un ulteriore livello di protezione, non perché l’acqua non sia potabile, ma perché la qualità può risentire di fattori locali, inclusa la presenza di contaminanti emergenti non sempre completamente rimossi a monte.
Integrare queste soluzioni con abitudini quotidiane più consapevoli — dalla riduzione della plastica all’attenzione per ciò che si consuma — permette di agire su due livelli: qualità dell’acqua e sostenibilità ambientale.
Il punto centrale insomma non è cercare una soluzione perfetta, ma costruire una strategia efficace: perché se è vero che non possiamo eliminare del tutto le microplastiche dall’ambiente, possiamo però ridurre in modo significativo quelle che finiscono ogni giorno nel nostro bicchiere.