Intervista

In Liguria c'è 'Fescion Farmer', il contadino 2.0

A Rapallo, un giovane agricoltore usa Instagram per educare ai temi dell'agricoltura sostenibile. È "fescion farmer".

Fascion Farmer Fabio Costantini

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©Fb Fascion Farmer Fabio Costantini

Fabio Costantini è “Fescion Farmer”, contadino per passione: 33 anni, vive a San Massimo di Rapallo, provincia di Genova, dove coltiva 5000 metri quadrati di terreno. Prima operaio in un mobilificio, Fabio ha sentito il “richiamo della terra”, quella terra che suo padre e ancora prima suo nonno, hanno seminato e lavorato. 

Abbiamo chiesto a Fabio di raccontarci la sua esperienza di contadino "social" e la sua visione di sostenibilità, tradizione e innovazione.
 

Sei un “Fescion Farmer”: cosa significa?

Vedere un ragazzo giovane con una zappa in mano stupisce ancora molti. Una mia amica, vedendomi lavorare nel campo, mi ha soprannominato così per scherzare e io ho pensato di intitolare così il mio account Instagram, dove pubblico foto del campo, delle coltivazioni, degli animali. 

 

L’agricoltura è un procedimento molto interessante, e io ho deciso di raccontarla attraverso i social. Però ho scelto di scrivere “fescion” così come lo avrei scritto io, sbagliando. Ora l’account è piuttosto seguito e questo mi fa piacere.
 

Dici che la gente si stupisce quando ti vede lavorare in un campo. Ma come è nata questa passione per l’agricoltura?

Io abito dietro il promontorio di Portofino. Mio padre ha sempre coltivato tanta terra e io sono l’unico figlio, quindi mi capitava spesso di dare una mano. L'ho sempre fatto svogliatamente. È stato un innamoramento lento, spinto prima dalla curiosità, fino a quando le cose si sono capovolte e ora sono io a passare più tempo nei campi. Una sera mi sono reso conto che c’erano un sacco di terreni abbandonati: così ho chiesto ai vicini, per lo più anziani, se potevo ripulire i loro terrazzamenti. Alcuni hanno acconsentito, altri no. Io ci tenevo perché era come restituire alla comunità dei terreni frutto della fatica dei nostri avi. Una sorta di rispetto nei loro confronti. Ho scritto un pamphlet sul tema e l’ho spedito ai giornali locali. 

 

E poi cos’è successo?

L’iniziativa mi ha dato una certa visibilità. I giornalisti si sono occupati della cosa, addirittura la trasmissione Geo&Geo mi ha invitato in trasmissione. È stata un’esperienza interessante ma allo stesso tempo ha dato anche fastidio ad alcuni: le persone alle quali avevo pulito i terrazzamenti hanno cominciato a guardarmi con sospetto, come se avessi voluto usare i loro terreni per farmi pubblicità. Mi giunsero voci di persone che pensavano che fossi manovrato chissà da chi e chissà per quale scopo, allora lasciai perdere. Recuperai invece un mio terreno abbandonato e infestato dai rovi: sotto ho trovato dei meli preziosi, di varietà locali poco commerciate.
 

Torniamo alla tua pagina Instragram. Cosa pubblichi?

Pubblico foto di vita contadina. Ho notato che l’argomento piace e così accompagno le mie immagini con aneddoti, spiegazioni dei procedimenti, nomi di erbe spontanee e così via. 

 

Mi affascina il lato educativo dell’agricoltura: la stagionalità, la biodiversità, i processi di semina e raccolta. Mi piace condividere queste conoscenze con altri. Perché per me è una continua scoperta.
 

Come vendi i prodotti del tuo orto?

Ultimamente preparo delle cassette di ortaggi misti. L’unica cosa che cambia è la grandezza delle cassette a seconda del numero di membri della famiglia, ma il contenuto è deciso da me, in base alla stagionalità e al raccolto. Per il resto non rifornisco negozi né faccio mercati: coltivo nell’orto di un ristorante rinomato della zona e per il resto è autosufficienza.
 

Questo ti dà modo di sperimentare?

Assolutamente sì, è la mia grande fortuna. Io sono mosso dai “perché” e imparo così, sul campo. Pratico sia la permacultura che l’agricoltura convenzionale, senza l’uso di pestidici e fertilizzanti chimici. Sperimento, pratico lo scambio con altri agricoltori. Sono un eclettico, diciamo così.

 

Mi piacerebbe che gli anziani mi trasmettessero tutto il loro sapere, ma c’è reticenza. Capisco essere “gelosi” delle proprie terre, anche io sento di “possedere” le terre su cui lavoro ma penso a mio figlio e alle generazioni future. Oggi il sapere agricolo è relegato alle università, c’è chi paga per sapere queste cose, eppure ci sarebbero così tante possibilità di apprendimento stando nei campi. Una volta la sostenibilità era una scelta obbligata e quindi quante cose potremmo imparare dai nostri “nonni”. Eppure, ci stupiamo ancora se un ragazzo venuto dal nulla lavora la terra con passione.

 

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