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Giornalismo ambientale e rischi

Dal 2009, 13 giornalisti sono stati uccisi dopo essersi dedicati a questioni ambientali. Una realtà impressionante, che deve farci riflettere sul valore del giornalismo come presidio di cittadinanza.

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©goodluz / 123rf.com

Cosa significa “giornalismo ambientale”

Nei giornali e nelle tv italiane, difficilmente l’ambiente è in primo piano. Fatta eccezione per eventi clamorosi (come i recenti scioperi globali per il clima), le tematiche green sembrano sempre “un po’ meno serie” rispetto all’economia, alla politica e agli esteri.
Come se si limitassero ai video curiosi sul comportamento degli animali, o agli appelli per le adozioni di cani e gatti.

 

In realtà, i giornalisti ambientali hanno un ruolo ben più delicato. Interpellare un gruppo di cittadini che protestano contro l’ampliamento di una miniera, per esempio, significa inevitabilmente andarsi a scontrare contro i colossali interessi economici dell’azienda, che a sua volta avrà stretto relazioni con la classe politica locale o nazionale. Da questa prospettiva, appare chiaro che la posta in gioco può essere molto alta. 

 

Un approfondimento pubblicato di recente da Valigia Blu ci invita a riflettere un po’ più a fondo su cosa significhi “giornalismo ambientale”, raccontando alcune storie che non possono lasciare indifferenti.

 

Informare a costo della vita

Come quella di Jagendra Singh, un freelance indiano che aveva scritto parole molto critiche su un leader del partito Samajwadi, al potere nello stato di Uttar Pradesh. Secondo le sue indagini, Ram Murti Singh Verma sarebbe stato coinvolto in estrazioni minerarie illegali e land grabbing, oltre che in un episodio di violenza ai danni di una donna. 

 

Il 1° giugno 2015 la polizia ha fatto irruzione a casa sua, l’ha cosparso di petrolio e gli ha dato fuoco, ha dichiarato lui stesso in ospedale poco prima di morire per le conseguenze delle ustioni

 

O come la storia di Desidario Camangyan, speaker radiofonico filippino. Nel 2010 è stato ammazzato con un colpo di pistola alle spalle mentre presentava un concorso canoro per dilettanti, davanti agli occhi della moglie e del figlio di appena sei anni. 

 

La sua colpa? Aver espresso le sue posizioni, spesso scomode, su una serie di traffici clandestini che si svolgevano nella regione di Davao, in primis il disboscamento illegale.

 

13 giornalisti uccisi per l’ambiente

A raccogliere queste e altre vicende è il Cpj (Committee to protect journalists), che ha accertato che negli ultimi dieci anni ben 13 giornalisti sono stati assassinati dopo aver lavorato su questioni legate all’ambiente. E il conteggio potrebbe salire ancora, perché l’istituto sta investigando su altri 16 casi.  

 

Se poi non si considerano più soltanto i giornalisti ma, più in generale, tutti gli attivisti che lottano per l’ambiente, le cifre fanno rabbrividire. Secondo l’ultima edizione del report A quale costo? pubblicata lo scorso anno dalla ong Global Witness, nel 2017 è stato battuto ogni record, con 207 omicidi.

 

Il Paese più pericoloso è il Brasile, che da solo conta 57 casi, seguito dalle Filippine (48) e dalla Repubblica Democratica del Congo (12).

 

Di sicuro dietro a questi numeri si celano interessi in conflitto, giochi di potere e muri di omertà. Noi cittadini, ci ricorda tuttavia Global Witness, non dobbiamo ritenerci del tutto inermi. Diamo valore al lavoro di chi si batte per tutelare il nostro Pianeta, facciamolo conoscere, sosteniamolo il più possibile. E quando andiamo a votare – al seggio o “col portafoglio” – ricordiamoci di chi ha avuto il coraggio di schierarsi a loro favore e di chi, al contrario, è rimasto muto di fronte alle ingiustizie.  

 

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