Intervista

cheFare: intervista a Bertram Niessen

Cinema, concerti, teatri, musei, fablab, spazi no profit: il lockdown ha paralizzato i luoghi della cultura (almeno nella loro dimensione di incontro fisico) e ci vorrà ancora tempo per tornare alla normalità. Cosa significa per la collettività? Il digitale riuscirà a colmare questo vuoto? L’abbiamo chiesto a Bertram Niessen, presidente e direttore scientifico di cheFare, agenzia per la trasformazione culturale.

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©cheFare • agenzia di trasformazione culturale

Stringere tra le mani il biglietto di un museo in cui finalmente potremo ammirare di persona quell’opera che finora abbiamo conosciuto soltanto in fotografia. Lasciarci trascinare dall’ondata di frenesia collettiva nel momento in cui si spengono le luci e l’artista fa il suo ingresso sul palco. Affondare nelle poltroncine di un cinema e dimenticarci il mondo esterno per un paio d’ore.

 

Questi momenti sono parte integrante delle nostre vite e scandiscono i nostri ricordi, tant’è che li abbiamo sempre considerati come un diritto. Poi, da un giorno all’altro, sono stati improvvisamente paralizzati. Perlomeno nella loro dimensione di presenza fisica e quindi di condivisione con gli altri, amici o sconosciuti che fossero. 

 

Si tratta di un sacrificio imposto in funzione di un bene più grande, la salute pubblica. Ma pur sempre di un sacrificio di cui, ora come ora, non si vede la data di fine. In questo periodo “sospeso”, che ne sarà degli operatori della cultura? E tutti noi, come collettività, riusciremo a trovare modalità nuove per saziare la nostra sete di scoperta e appartenenza? 

 

L’abbiamo chiesto a Bertram Niessen, presidente e direttore scientifico di cheFare, agenzia per la trasformazione culturale.

 

Alla vigilia del lockdown, cheFare aveva iniziato un lavoro di mappatura dei nuovi centri culturali in Italia: fablab, biblioteche, librerie, cinema indipendenti, spazi occupati, cascine rigenerate. Ora che l’emergenza ha paralizzato le loro attività (almeno quelle in presenza), avete dato una nuova direzione e un nuovo significato anche a questo lavoro?

Siamo rimasti molto sorpresi, perché avevamo lanciato laCall to Action poche settimane prima del lockdown e avevamo subito ottenuto una risposta superiore alle nostre aspettative. Da una parte, chi si occupa di questi temi in Italia ci conosce e segue il sito o la newsletter. Dall’altra parte, laCall si rivolge a soggetti tradizionalmente diversi che mettono insieme culture e pratiche sociali negli spazi. Il risultato è che già all’epoca avevamo raccolto quasi trecento segnalazioni da parte dei centri culturali, dei loro frequentatori e degli operatori che ci lavorano ma non li gestiscono direttamente. 

 

Quando è scattato il lockdown, anche noi (come tutti) siamo stati presi dalla riorganizzazione dei processi, quindi per un paio di settimane non abbiamo più fatto comunicazione. Quando abbiamo ricontrollato le candidature, abbiamo scoperto che erano quasi raddoppiate. Siamo stati i primi a stupirci.

 

Credo che la spiegazione principale stia nel fatto che chi abita, frequenta o gestisce questi spazi si stia interrogando su come trasformarli. Visto che si basano sulla compresenza fisica, è impensabile che abbiano un’attività regolare nei prossimi sei mesi. Mentre si interrogano su come cambiare, è probabile che vogliano anche contarsi e farsi vedere.

 

Questa in realtà è la prima fase di un progetto più vasto di cui non posso anticipare molto perché anch’esso è in via di evoluzione. Ci siamo messi in contatto con una serie di reti che si occupano di nuovi centri culturali: da Arci, in cui i circoli tradizionali coesistono con altri che stanno sperimentando coworking e laboratori, a Lo Stato dei Luoghi, che riunisce un numero significativo di spazi di rigenerazione urbana a base culturale, agli spazi no profit che hanno a che fare con l’arte contemporanea indipendente, fino a Legambiente che ha avviato un grande progetto di educazione ambientale attorno alle riciclerie. 

 

In Italia ci sono centinaia di realtà di questo tipo, ma spesso le persone conoscono soprattutto quelle più vicine a casa e non le considerano come parti di una rete più estesa. Pur occupandoci di questi temi da tanti anni, stiamo ricostruendo un quadro più ricco di quanto ci saremmo mai aspettati.

 

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©cheFare • agenzia di trasformazione culturale

In questi mesi stanno riscuotendo un notevole successo i tour virtuali dei musei, i concerti in streaming ecc. Da addetto ai lavori, che impressione si è fatto di queste iniziative? Sono banali palliativi oppure nuove modalità di fruizione che hanno una loro dignità e proseguiranno anche in futuro?

La questione è complessa, anche perché è molto difficile costruire una tassonomia di queste esperienze. In generale il giudizio non può che essere positivo, perché in ogni caso assistiamo a un segnale di attivazione molto forte. 

 

Lavorando a un progetto di ricerca per costruire un benchmark europeo, ci siamo resi conto del fatto che in Italia si stanno organizzando molte più iniziative rispetto all’estero. Esistono però diverse possibili interpretazioni a questo dato.

 

Un’ipotesi è legata al fatto che in Italia i lavoratori della cultura siano in buona parte precari e, come prima reazione, si siano attivati subito per far sentire la propria presenza. In altri contesti hanno di fronte a sé un po’ di tranquillità in più grazie a maggiori garanzie contrattuali, alla cassa integrazione e ad altri ammortizzatori sociali.  

 

Sono state avviate tantissime iniziative soprattutto dal lato museale, alcune delle quali sono molto valide. L’impressione però è che la risposta sia incompleta, perché negli ultimi due mesi è esplosa l’esposizione ai media delle persone che hanno a che fare con la cultura. Insomma, non è scontato che si abbia anche voglia di fare il tour virtuale di un museo dopo otto ore consecutive passate in video call. Secondo me potremo davvero capire questo fenomeno solo tra qualche mese, quando avremo a disposizione i dati.

 

È interessante che stiano iniziando a emergere alcune risposte “native”: non ci si limita soltanto a mettere online un prodotto che già esisteva, ma ci si lavora in termini di linguaggio e di service design. Il trapper Travis Scott per esempio ha organizzato un concerto su Fortnite a cui hanno assistito 12 milioni di persone: l’esperienza creata con il videogame è un’altra cosa rispetto a quella tradizionale. 

 

Stanno nascendo anche alcune risposte di sistema, di cui cito due esempi. Il MAMbo di Bologna ha convertito due grandi sale espositive in studi temporanei per artisti, trasmettendo un forte segnale di trasformazione. Il Kilowatt Festival di San Sepolcro, invece, ha stanziato quattro borse di studio per chi propone modalità di performance fruibili in questo nuovo contesto. Iniziative del genere si stanno moltiplicando esponenzialmente. 

 

In ogni caso, credo che sia la direzione artistica a fare la differenza. Prendo come esempio la piattaforma di nightlife Zero che ha lanciato un palinsesto di dj set in diverse città. Di base è un format che su YouTube si vede da un decennio, ma alcune redazioni hanno curato davvero bene la direzione artistica. Soprattutto Zero Roma ha proposto una serie di concerti in cui la curatela delle sonorità e il lavoro di selezione erano di apertura e di respiro. Così anche nel pieno del lockdown, quando non si poteva nemmeno uscire di casa, dai piccoli appartamenti milanesi senza un balcone si poteva assistere ai dj set organizzati in pieno distanziamento sociale sulle terrazze romane.

 

Sembra evidente in questa fase 2 che ci vorrà ancora un po’ per tornare alla “vita di prima”. Con tutti questi vincoli e questi timori, la cultura tornerà a farci sentire uniti come comunità?

Questa è la grande domanda che ci stiamo ponendo tutti.

 

Innanzitutto è in corso una sperimentazione sui dispositivi scenici di cui non possiamo prevedere l’esito. Il Comune di Milano per esempio è al lavoro insieme a università e designer per immaginare soluzioni migliori rispetto alle cabine di plexiglass di cui tanto si è discusso sui social. Anche il Comune di Bologna sta andando nella stessa direzione. 

 

Si è parlato tanto dell’ipotesi dei concerti in modalità drive-in. A parte il fatto che nelle grandi città tantissimi non hanno l’auto, che esperienza culturale è stare tutti tappati in un abitacolo? Le persone creano assembramento perché c’è una dimensione di passione sociale.  

 

Se poi spogliamo il discorso sulla cultura dalle retoriche costruite negli ultimi anni, torniamo al fatto che gli esseri umani producono e fruiscono cultura perché alla base c’è una forte dimensione antropologica. Fin dall’inizio della sua storia l’uomo sente il bisogno di scambiare simboli con l’altro

 

In questo momento mi sembra di vedere una grande situazione di compressione da cui emergono tante domande. Sono convinto del fatto che in qualche modo la risposta arriverà, anche se adesso facciamo fatica a prevedere la sua direzione. 

 

In Italia coesistono anche contesti molto diversi. Quando è scoppiata la moda della musica dai balconi, per esempio, a Milano è durata poco senza destare grande convinzione, mentre a Roma alcuni concerti sono durati per due ore assumendo quasi la valenza di una nuova forma espressiva. Immagino che il cambiamento si muoverà ancora a macchia di leopardo, con trasformazioni su scala locale.

 

Un terzo punto che non va dimenticato è la valenza critica del discorso culturale. Senza pretendere di fare una lista esaustiva delle sue funzioni, possiamo dire che la cultura mette in contatto le persone; poi c’è una dimensione “dionisiaca” di divertimento; e infine un ruolo di critica e riflessione.

 

Da questo punto di vista, ultimamente diversi filosofi e sociologi hanno pubblicato riflessioni molto interessanti sui temi del corpo, dello spazio pubblico, della libertà. Mi vengono in mente Le lezioni del virus di Paul Preciado, pubblicato anche in italiano su Internazionale, e Rovesciare il monachesimo globale di Emanuele Coccia, che si può leggere nel sito di cheFare.

 

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato i dettagli del decreto rilancio da 55 miliardi di euro, che include un fondo Cultura con una dotazione di 50 milioni di euro per il 2020. Quali sono le priorità da cui cominciare?

Per quello che stiamo vedendo in questo momento, non è facile identificare le tipologie di attività legate alla cultura che risentono in modo più drastico del coronavirus. Per altri settori si fa riferimento ai codici Ateco ma il mondo della cultura è molto difficile da inquadrare per una serie di motivi: 

 

> il teatro ha la sua categoria di rappresentanza, così come il cinema e in parte anche la musica, ma questa rappresentanza manca per molti altri blocchi, in primis il terzo settore culturale;

 

> tantissimi operatori sono parasubordinati, false partite Iva e spesso il loro stipendio mensile è un mix di diversi elementi: magari insegnano per alcune ore alla settimana, erogano consulenze, seguono progetti. Il loro status precario e parcellizzato rende difficile ricostruire il modo in cui percepiscono il reddito e, di conseguenza, il danno economico che hanno subìto. 

 

Penso che giustamente il fondo andrà a sostenere i sistemi che stanno soffrendo profondamente, come il cinema. Ma cosa succederà a tutti questi precari? Si tratta certamente delle categorie più sensibili che meritano una particolare attenzione. 

 

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