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Il viaggio come terapia

Viaggiare significa cambiare, cambiare luogo, cambiare sguardo, cambiare idea… e quindi anche scoprire, scoprirsi, guarire. Guarire di una guarigione profonda, che e’ armonia. Non e’ un caso che Ippocrate strappasse i malati alle proprie famiglie e li mandasse su un’isola

Il viaggio come terapia

Ippocrate, padre della medicina moderna, è conosciuto soprattutto per il noto giuramento che ne porta il nome, per la teoria umorale, e per le innovazioni introdotte nel mondo medico quali la diagnosi, la prognosi e la cartella clinica.

Ma un’altra cosa per cui dovrebbe essere noto è il fatto che quando un paziente era intenzionato a guarire da una malattia, la terapia non era mai solo questione di medicine e dieta, ma soprattutto di allontanarsi dal luogo, e quindi dal contesto, che ha generato la malattia, almeno temporaneamente.

Questa è la prima testimonianza, o il primo accenno se vogliamo, al valore terapeutico del viaggiare, dello spostarsi, dell’altrove, quello che talvolta viene definite dromoterapia, dal rumeno "drom", viaggio, dal greco "dromos", corsa, e infine dal sanscrito "dremi", vagare.

 

La routine e il bisogno di viaggiare

Una malattia, un problema o un disagio, che appaiono nel corpo o nella mente di una persona, sono la manifestazione, molto spesso, di una disarmonia non solo individuale ma anche sociale, di un contesto squilibrato e di un non corretto gioco di pressioni.

Un ambiente fisico e sociale, un tipo di routine, rappresentano un equilibrio di forze, e se una persona partecipa a questo equilibrio subendolo, spesso traduce inconsciamente tutto ciò in un malessere fisico o psicologico: quanto volgarmente e comunemente chiamiano malattia.

Il bisogno di viaggiare nasce sovente da questo: la necessità di prendersi le meritate vacanze, visitando il luogo d’infanzia, spesso ricco di ricordi felici, o spazi aperti che esprimono l’equilibrio delle forze naturali, come montagne, mare, campagna, e inducono spesso a riflettere in noi queste supreme armonie.

Spesso però anche viaggiare in ambienti urbani, come grandi città, può essere utile e ristoratore: belle architetture, musei d’arte, armonie urbane, la giusta dose di vita sociale, possono essere ciò che serve ad alcune persone per riequilibrarsi e per soddisfare alcune parti emotive e psicologiche che nell’ambiente quotidiano restano insoddisfatte e frustrate.

L’ordine e l’armonia dell’arte, non di rado quella moderna, e i continui stimoli di progresso, per molte persone sono più efficaci della calma serafica della natura.

 

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Distanza che aiuta a capire

Un altro aspetto importante del viaggio, del viandare e della vancanza, non è solo la presenza di nuovi stimoli che provocano nuove reazioni (e quindi nuove scoperte interiori), ma anche l’assenza delle pressioni consuete, pressioni familiari, lavorative, sociali, pressioni che in questo tempo passato viaggiando, spesso scrivendo diari, riusciremo a valutare da una giusta prospettiva, capendo quali legami e pressioni possiamo e vogliamo reggere e continuare a portare avanti, e quali invece sono più deleteri che utili, meritevoli di essere lasciate alle spalle.

Viaggiare ci dà la possibilità di scoprire ogni giorno nuove prospettive per affrontare la realtà della propria vita: ciò che in un paese è considerato terribile in un altro è socialmente accettato, ciò che in un posto fa piangere in un altro fa ridere.

In questo modo scopriremo che quello che credevamo di noi stessi spesso è un agglomerato di convenzioni, e che il nostro vero sé è al di là di esse, che esse possono essere strumenti da padroneggiare con i quali giocare e non qualcosa di stabilito una volta per tutte, una gabbia alla quale apparteniamo.

Viaggiare spinge a superare molte paure, ad accettare il concetto di sicurezza come mera illusione, ad essere indipendenti, percependo al contempo quanto sia indispensabile circondarsi di persone in modo sano e equilibrato.

Questo nuovo approccio fa cambiare prospettiva su molti aspetti della vita, come ad esempio, la solitudine, che diventerà un'utile amica, e dalla quale non scapperemo più: quando la si fugge ci si circonda di persone e circostanze che alla lunga spingono alla disarmonia e di nuovo al bisogno di allontanarsi. Ci renderemo conto di cosa è davvero indispensabile e di cosa è effimero, un mero vezzo.

 

I gradi di difficoltà di un viaggio

È importante, quando utilizziamo il viaggio come terapia, stare attenti al “dosaggio” e scegliere un viaggio adeguato alle proprie possibilità: il mondo è vasto e offre esperienze di varia intensità: se si sceglie un viaggio al di là delle nostre capacità, l’esperienza può essere pessima e indurre più inquietudine di quanta ne curi.

Un viaggetto fuori porta, in Italia, al mare o in montagna, non è la stessa cosa che varcare i confini nazionali; allo stesso modo, viaggiare per le città Europee non è poi così difficile come andare in altri continenti, specie l’Africa e l’Asia. Ed anche qui esistono diverse gradazioni: se molti paesi sanno come accogliere gli stranieri e concedere loro possibilità di viaggiare con un minimo di comodità, altri sono dei veri e propri territori estremi, sia a livello geografico che sociale, e queste condizioni possono rendere indimenticabilmente bello il viaggio di chi cerca di mettersi alla prova, o indimenticabilmente brutto per chi si aspettava un’esperienza soft.

Quindi i gradi di difficoltà vanno da:

A: viaggiare in Italia;

B: viaggiare in Europa;

C: viaggiare fuori dall’Europa con pacchetti turistici;

D: viaggiare fuori dall’Europa senza pacchetti turistici;

E: viaggiare fuori dall’Europa lontano dalle grandi città;

F: viaggiare in paesi remoti (esempio: il Ciad, il Benin, la Russia orientale, il Bangladesh, la Guyana).

 

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