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Per piantare alberi il settore vivaistico è fondamentale

Si parla tanto della necessità di rendere più verdi le nostre città. Per raggiungere questo obiettivo, però, i vivai dovranno avere un ruolo da protagonisti. E l'attuale produzione di piante non è neanche lontanamente sufficiente.

vivaio

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©federicofoto / 123rf.com

Troppo cemento nelle città italiane

Da anni ci sentiamo ripetere quanto siano preziosi gli alberi in città. Assorbono CO2 dall’atmosfera, mangiano lo smog, mitigano le temperature, proteggono le case dall’inquinamento acustico, tengono a bada le ondate di calore. Insomma, migliorano la qualità della vita

 

Eppure, ce ne sono ancora troppo pochi. Perlomeno nei grandi centri urbani italiani. Fanalino di coda è Messina con appena 15,2 metri quadrati di verde urbano per abitante, ma se la cavano piuttosto male anche Roma e Milano con poco più di 17 metri quadri a testa. Stando ai dati riportati da Coldiretti, la media – largamente insufficiente – è di 33,8.  

 

Le amministrazioni, perlomeno quelle più lungimiranti, stanno cercando di correre ai ripari. A Milano per esempio la sfida si chiama ForestaMi, prevede di piantare 3 milioni di alberi entro il 2030 e coinvolge anche i cittadini, invitandoli a regalarne simbolicamente uno per celebrare una ricorrenza speciale. A fine 2020 la metropoli lombarda ha superato la soglia simbolica del mezzo milione di esemplari.

 

Alberi sì, ma quali?

Uno dei più autorevoli teorici della riforestazione si chiama Thomas Crowther ed è autore di una ricerca pubblicata su Science che è stata accolta con  vivo entusiasmo. D’altra parte, arrivava a una conclusione eclatante: c’è ancora spazio nel Pianeta per piantare 1.200 miliardi di alberi.

 

Lo stesso Crowther, però, ben presto ha provveduto a mettere i puntini sulle i. Innanzitutto il ripristino non va inteso come una bacchetta magica, bensì come uno dei tanti strumenti che abbiamo a disposizione per risanare il nostro Pianeta, e che vanno obbligatoriamente usati in sinergia tra loro. Inoltre, le specie arboree vanno selezionate accuratamente sulla base dell’habitat, garantendo la biodiversità. In caso contrario, si rischia di fare più male che bene all’ecosistema. 

 

Tornando all’Italia, Coldiretti segnala che l’acero riccio è la specie mangia-smog per eccellenza: bastano 12 piante per assorbire l’equivalente della CO2 emessa da un’auto di media cilindrata che percorre 10mila chilometri l’anno. Hanno peculiarità simili anche la betulla, il cerro, il gingko biloba, il tiglio, il bagolaro, l’olmo campestre, il frassino comune e l’ontano nero.

 

Ciò significa che possiamo tappezzare le nostre città di aceri ricci? Ovviamente no, perché la scelta dipende anche “dalla dimensione che raggiungerà l’albero adulto, dal tipo di apparato radicale, dal polline più o meno fastidioso per la popolazione, dalla facilità di gestione e dalla resistenza agli inquinanti”. 

 

Il ruolo del settore vivaistico

C’è un altro aspetto da tenere in considerazione: le piantine sono esseri viventi, non oggetti sfornati in serie da una fabbrica. Per centrare gli obiettivi fissati dalle istituzioni, la produzione dei vivai italiani dovrebbe almeno raddoppiare. Forse addirittura quintuplicare, sostiene Francesco Ferrini in un approfondimento scritto per l’Accademia dei Georgofili.

 

Tutto questo affrontando limiti non da poco, come “la carenza di superfici utilizzabili per le piantagioni, una forza lavoro non sempre adeguata, la mancanza di contratti di dimensioni e durata sufficienti per giustificare investimenti per l’ampliamento e, soprattutto, una serie di vincoli ambientali che, di fatto, frenano l’espansione delle superfici investite a vivaio”.

 

Oltretutto, chi gestisce un vivaio è obbligato a essere cauto visto che ci vogliono dagli 1-2 ai 6-7 anni di tempo, a seconda della tipologia, per far crescere le piante fino alla dimensione minima vendibile. Non tutti sono disposti ad assumersi il rischio imprenditoriale di raddoppiare o triplicare la produzione, senza una certezza di trovare gli acquirenti in un futuro così lontano.

 

Una possibile strada per superare questa impasse è la costruzione di contratti di filiera, caldeggiata da Nada Forbici, coordinatrice della Consulta Coldiretti Florovivaismo. Anche il settore pubblico è chiamato a intervenire, e in parte lo sta già facendo, visto che il Piano nazionale di ripresa e resilienza stanzia 330 milioni di euro per la produzione di 6 milioni di piante forestali. 

 

Si tratta di un investimento premiante anche a livello meramente economico. Ogni milione di euro investito nella capacità e nelle operazioni dei vivai, ricorda Ferrini, crea da un minimo di 14 a un massimo di 48 posti di lavoro, a seconda dello Stato.

 

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