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Kintsugi: l'arte giapponese di riparare

Il kintsugi è l'arte di riparare con cura e dando valore. Si applica tradizionalmente alla ceramica, ma anche le ferite dell'anima e del cuore possono essere trattate con questa antica arte giapponese.

kintsugi

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©liataka / 123rf.com

Kintsugi: origini e storia

Tutto ha un inizio e tutto ha una fine. Quando un oggetto si rompe, lo si crede perduto. Riparlarlo significa, il più delle volte, accontentarsi di qualcosa che non sarà mai come prima, qualcosa con minor valore. Ma non per tutti è così. Esiste, nella cultura giapponese, un'arte che aggiusta ciò che si rompe, aumentandone il valore, anziché svalutarlo. È il kintsugi

 

Il kintsugi ha origine nel periodo giapponese di maggior fecondità creativa: quello che va dal 1300 al 1600 circa, detto periodo Muromachi.

 

L'arte, sviluppatasi in un contesto governativo militare, venne maggiormente permeata dalla filosofia zen. L'unione di queste due forme mentis portò a una bellezza essenziale e funzionale, il cui messaggio arriva pulito da fronzoli e diretto all'interlocutore a cui si riferiva. Il kintsugi assomma la funzionalità alla bellezza.

 

Applicato originariamente alla ceramica, l'artigiano che utilizzava il kintsugi non solo riuniva i pezzi, ma lo faceva utilizzando una lacca dorata in superficie: in questo modo non solo ricomponeva l'oggetto, rendendolo ancora funzionale ed utilizzabile, ma rendeva quell'oggetto stesso un'opera d'arte di valore, esponendo le cicatrici anziché nasconderle, dandogli così una personalità unica e nuova. 

 

La tecnica è molto lunga, richiede cura, attenzione e una speciale empatia verso l'oggetto da ricomporre. Per “aggiustare” una tazza poteva essere necessario anche un mese: la ricomposizione dei pezzi, l'accurata pulizia, la ricomposizione vera e propria con la lacca vegetale (urushi), la fase di levigazione dei bordi delle sigillature, e la finale applicazione dello strato di oro sulle stuccature. 

 

Il kintsugi come filosofia

Il kintsugi ha molto a che fare con la resilienza, la capacità di “assorbire un urto senza rompersi”, che, applicata alla vita, significa riparare se stessi e la propria esistenza dopo un evento traumatico

 

E ha a che fare anche con il ricordo: grazie al kintsugi la cicatrice resta ben visibile, a ricordo di quanto è accaduto, ma ammantata di oro, e quindi preziosa, a ancora più amabile.

 

Il kintsugi è una tecnica artigiana complessa, da cui però si possono trarre molti insegnamenti, non solo pratici.

 

Il primo è quello di non giudicare: di fronte a qualcosa che si “rompe”, sospendere la reazione di giudizio e quindi il pensiero che non sia più utile, che abbia perso valore, che tutto debba essere perfetto. 

 

Il secondo è quello della transitorietà di ogni cosa: dagli oggetti fino ai pensieri, ai sentimenti, ogni fenomeno è in continuo mutamento, non è mai permanente e immutabile. 

 

Il terzo insegnamento riguarda la pazienza, e la capacità di avere comprensione e compassione di fronte a se stessi e a ciò che accade: osservare come avviene la ferita e, dolcemente, sigillarla rendendola un punto di distinzione, qualcosa di prezioso, una cicatrice unica.

 

Il percorso del kintsugi passa attraverso l'accettazione, per sfociare nell'esaltazione positiva e costruttiva di quanto è accaduto. E così un evento traumatico, quando affrontato come una opportunità e senza vittimismo, diventa parte di noi in modo indelebile, qualcosa attraverso cui siamo passati, diventando sempre più noi stessi, sempre più forti e più unici: un'opera d'arte irripetibile.

 

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