Intervista

La biofilia come risorsa per la felicità

Sognare un mondo migliore senza ricordare di cosa abbiamo bisogno per renderlo tale. Nella biofilia, l’amore per tutto ciò che è Natura, potrebbe trovarsi una risposta alla nostra insoddisfatta ricerca di benessere con noi stessi e con il pianeta. Risponde Giuseppe Barbiero, massimo esperto di biofilia in Italia.

Giuseppe Barbiero biofilia

Negli anni 90, Peter Kahn, uno dei pionieri dell’ecopsicologia, osservava che le persone considerano “naturale” solo la Natura che hanno conosciuto da bambini. Ma poiché ogni generazione tende a modificare la Natura per piegarla ai propri bisogni, ogni nuova generazione si trova una Natura sempre meno naturale. 

 

Chi da bambino è cresciuto in un ambiente urbano, tende a considerare “naturale” la città. Soffriamo di un’amnesia generazionale collettiva. 

 

L’aver scelto modi di vivere che confinano gli elementi naturali fuori dalla sfera dell’indispensabile, l’esplicito disinteresse verso la sorte di altre specie viventi con cui coabitiamo il pianeta, l’accelerata con cui stiamo disconoscendo Gaia, la nostra madre Terra. Eppure, nella Natura selvatica noi continuiamo a specchiarci.  

 

La Natura selvatica racconta il mondo da dove veniamo. Di cosa ci stiamo dimenticando? Dell’amore per la vita, della biofilia. La biofila è innata in ciascuno di noi, ma non è istintiva. Per questo va stimolata ed educata affinché fiorisca nell’intelligenza naturalistica.

 

Giuseppe Barbiero è ritenuto tra i massimi esperti di biofilia in Italia.  Biologo e direttore del Laboratorio di Ecologia Affettiva all’Università della Valle d’Aosta lavora (anche) per colmare questo “vuoto di memoria”. Stimolare la biofilia significa stimolare il nostro ancestrale legame con la Natura, che si è forgiato nel corso dell’evoluzione di Homo sapiens. Ed è un atto di fiducia per il futuro. 

 

Quando tiene le sue lezioni ai futuri maestri del corso di laurea in Scienze della Formazione Primaria, Barbiero è proiettato nel 22° secolo. Perché di fronte ha i maestri che nei prossimi 40 anni di carriera incontreranno tutti i bambini, che a 3 anni si affacciano al mondo e che a 11 anni avranno già fatto (o non avranno fatto) tutte le esperienze fondamentali con la Natura. 

 

Il maestro ha un ruolo così importante che da adulto, nessun bambino dimentica il nome del proprio maestro. E da qui al 2060, questi maestri formeranno i bambini che saranno i cittadini e la classe dirigente del 22° secolo. 

 

Cosa si intende per biofilia?

La “biofilia” è l’“amore per la vita”. È la combinazione di due parole di origine greca: “bio” (vita) e “filia” (amore, affinità). Il concetto di “biofilia”  è stato introdotto nel 1964 da Erich Fromm, psicanalista, per indicare l’orientamento psicologico delle persone che amano la vita. Venti anni dopo, nel 1984, Edward Osborne Wilson, biologo, ha esteso questo concetto su un piano evoluzionistico, partendo da una constatazione: gli esseri umani sono attratti da tutto ciò che è vivo. 

 

La biofilia è talmente ovvia che a volte dimentichiamo la sua importanza. Amiamo passeggiare nel verde, perché la nostra memoria evoluzionistica ci rammenta che dove c’è verde, c’è vita. E dove c’è vita, c’è acqua e altre risorse per la sopravvivenza. Non a caso l’oasi ideale nel deserto è verde. Rimaniamo affascinati dalle varietà delle forme viventi e, spingendoci all’estremo, studiamo e organizziamo progetti ambiziosi per scoprire se c’è vita in altri pianeti. 

 

Nonostante sia così quotidianamente pervasiva, per molto tempo è stato difficile studiare la biofilia. L’amore per la vita è un orientamento psichico complesso, non facilmente misurabile. Occorre definire la biofilia in costrutti più semplici e più facilmente misurabili. Per questo nel 2002 Wilson ha descritto la biofilia come la “tendenza innata a concentrare la nostra attenzione sulle forme di vita e su tutto ciò che le ricorda e, in alcune circostanze, ad affiliarvisi emotivamente”.

 

Attenzione e affiliazione sono costrutti psichici misurabili e possiamo valutare quali effetti il contatto con la Natura può apportare al nostro benessere in termini di rigenerazione dalla fatica mentale e riduzione dello stress

 

Perché la biofilia è rilevante per l’essere umano?

La nostra specie è comparsa 315 mila anni fa e per 300 mila anni ha vissuto nella Natura selvatica. In questo lungo periodo, chiamato Paleolitico e che copre il 95% della storia evolutiva umana, i sapiens erano organizzati in piccoli clan nomadi che vivevano di ciò che trovavano nella Natura selvatica. In questo periodo la selezione naturale ha favorito gli individui che più prontamente imparavano a riconoscere i segni della presenza di risorse (cibo) e le possibilità di un buon riparo (rifugio). 

 

Noi siamo i discendenti degli individui che erano più predisposti a leggere i segni della Natura selvatica. Solo negli ultimi 15 mila anni i sapiens hanno imparato a coltivare le piante e ad allevare animali. In questo periodo assai più breve, chiamato Neolitico, i sapiens hanno abbandonato lo stile di vita nomade perché la coltivazione e l’allevamento richiedono sedentarietà. 

 

Hanno imparato a selezionare le piante e gli animali utili alla sopravvivenza e a cacciare lontano gli animali e le piante selvatiche, che potevano infastidire coltivazioni e allevamenti. I sapiens hanno così cominciato a distinguere la Natura domestica (buona) dalla Natura selvatica (cattiva). Tuttavia, la nostra specie è nata e vissuta a lungo immersa nella Natura selvatica. Per questo la Natura selvatica continua a esercitare su di noi il suo fascino. Un fascino che nella nostra psiche ci riconcilia con la nostra anima selvatica, che è quella più ancestrale. 

 

Cosa intende per “anima selvatica”?

L’anima selvatica è la radice più profonda della biofilia, quella che caratterizza la natura umana nel suo rapporto con la Natura. Non a caso quando si interrompe la connessione con la Natura, le persone tendono a perdere l’equilibrio psichico. 

 

La psicanalista Clarissa Pinkola Estes ha raccolto innumerevoli testimonianze di donne che hanno ritrovato il proprio equilibrio psichico solo quando sono riuscite a riconnettere la propria anima selvatica con la Natura selvatica. Donne che corrono con i lupi, come recita il titolo del suo libro più famoso. 

 

Se perdiamo la connessione con la Natura selvatica, perdiamo un tratto importante della nostra natura umana?

Sì, e le faccio un esempio molto concreto. Il cane e il lupo appartengono alla stessa specie, Canis lupus. Il cane è la forma domestica di C. lupus, quella che abbiamo imparato a selezionare nel Neolitico ed è la forma che curiamo e proteggiamo. 

 

Mentre il lupo vero, la forma selvatica di C. lupus, la temiamo e la cacciamo. Il cane domestico è buono, il lupo selvatico è cattivo. Tuttavia, la nostra psiche rimane affascinata dal lupo, non dal cane. Il lupo per noi è un archetipo che rappresenta la fierezza, la libertà, la gioia di vivere nella Natura. L’archetipo del lupo lo percepiamo nel profondo della nostra anima selvatica. Un film di successo può intitolarsi Balla con i lupi, non certo “balla con i cani”. Cane e lupo sono lo stesso animale, ma hanno un significato molto diverso nella nostra psiche. 

 

Lupo C.lupis

Credit foto
© James Cumming / 123rf.com

Tuttavia, molti di noi hanno paura della Natura selvatica. Perché?

Perché la natura della Natura selvatica è per noi ambigua. Da un lato amiamo la Natura (biofilia) quando ci permette di godere delle sue risorse. Dall’altro temiamo la Natura (biofobia) quando può rappresentare un pericolo. 

 

Certe fobie che manifestiamo, per esempio per i serpenti o per i ragni anche quando sono innocui, hanno avuto una funzione evoluzionistica. Noi siamo i discendenti degli individui che stavano giustamente alla larga dagli animali pericolosi. Tuttavia, stare alla larga non impedisce di rimanerne affascinati.  

 

Come si fa, allora, a convivere con la Natura?

Stimolando la nostra biofilia, la nostra innata predisposizione a lasciarci affascinare dalla Natura e a coltivare un sentimento di affiliazione con le creature viventi, anche quelle selvatiche. 

 

Francesco d’Assisi è stato un esempio tra i più alti di profonda connessione con la Natura. La grandezza dell’anima selvatica di Francesco si manifesta nel Cantico delle creature, dove non c’è più distinzione fra viventi e non viventi. Nel Cantico di Francesco tutti sono fratelli e sorelle, anche le creature non viventi come il sole, la luna e le stelle, il fuoco il vento e l’acqua. Tutti figli della Madre Terra, unica creatura che Francesco, non a caso, chiama sia “sorella” sia “madre”. La Terra è “madre” di tutte le creature, “le sostiene e le governa”. Ma di fronte all’immensità del Cosmo, la Terra è piccola ed è nostra sorella nella sua fragilità. 

 

Cosa non funziona nella relazione Uomo-Natura?

Non riusciamo a superare il nostro approccio antropocentrico. Pensiamo di essere gli unici abitanti del pianeta. Pensiamo persino di essere gli unici abitanti che hanno inquinato il pianeta. Ma non è così. Nella lunga vita di Gaia, più volte è successo che le creature viventi abbiano inquinato l’ambiente, creando crisi ecologiche

 

La più drammatica crisi ecologica è stata sicuramente quella che gli scienziati chiamano la “Catastrofe dell’ossigeno”, avvenuta 2.450 milioni di anni fa come effetto collaterale della fotosintesi clorofilliana. Per 1.350 milioni di anni la vita sulla Terra è prosperata in un’atmosfera priva di ossigeno. Quando sono apparsi i primi organismi capaci di fare la fotosintesi clorofilliana, l’atmosfera si è riempita di ossigeno libero, un gas velenosissimo per i batteri perché ossida le loro membrane cellulari. Per questo, ancora oggi, usiamo acqua ossigenata per disinfettare piccole ferite.  La crisi fu così grave che Gaia rischiò di morire. 

 

Ma la crisi venne superata con una simbiosi, un patto tra eubatteri e archeobatteri che ha dato origine alla cellula eucariote, dove i mitocondri usano l’ossigeno per produrre energia. Noi siamo i discendenti di quegli antichi batteri che per correggere la fotosintesi clorofilliana hanno imparato a respirare in un’atmosfera ricca di ossigeno. 

 

Gaia ha dovuto affrontare altre crisi ambientali?

Moltissime volte Gaia ha dovuto affrontare crisi ecologiche. E le ha superate tutte. Un altro esempio è il legno. Quando il legno è apparso per la prima volta nel Fanerozoico è stato un disastro ecologico non molto diverso dalla plastica oggi: nessuno sapeva come “smontare” il legno dopo la morte della pianta. 

 

Per 80 milioni di anni il legno si è accumulato e nessun organismo vivente sapeva come riciclarlo. Di questa crisi ecologica è rimasta una traccia negli strati paleontologici che corrispondono al periodo Carbonifero, lo strato da dove è possibile oggi estrarre carbone e petrolio, che altro non sono che i residui organici di antiche foreste piene di legno non riciclato. 

 

Se abbandoniamo il nostro sguardo antropocentrico e abbracciamo l’intera storia di Gaia scopriamo che da ogni catastrofe è stata trovata una soluzione adattiva per superare la crisi. Nel concetto stesso di evoluzione risiede la capacità di adattamento. Gaia supererà la crisi ambientale globale che abbiamo creato. Con o senza di noi

 

Con noi, se noi decidiamo di collaborare con Gaia e c impegniamo a rimettere le cose a posto, azzerando le emissioni di gas serra, imparando a riciclare tutto, senza inquinare, e soprattutto imparando a lasciare ampi spazi alla Natura selvatica, grandi aree protette totalmente inibite ai sapiens

 

Oppure Gaia lo farà senza di noi, e per noi non ci sarà scampo. Non dobbiamo mai dimenticare che ogni crisi ecologica ha un punto di rottura, oltre il quale non si torna più indietro. 

 

Possiamo progettare un ambiente secondo una architettura biofilica?

Io credo che l’architettura del 21° secolo sarà caratterizzata dalla progettazione biofilica (biophilic design), così come l’architettura del 20° secolo è stata caratterizzata dalla progettazione igienica

 

Noi oggi diamo per scontato che una casa abbia dei servizi igienici, collegati con la rete fognaria di una città. Ma nel 19° secolo non era così. Solo sul finire del secolo si scoprì che le epidemie ricorrenti erano causate da microrganismi, che prosperano in mancanza di igiene. Un’attenta progettazione igienica ha risolto il problema. 

 

Nel 21° secolo abbiamo scoperto che la carenza di Natura degli ambienti urbani è un grande problema. È prevedibile quindi che un’attenta progettazione biofilica, capace di assecondare il bisogno che abbiamo di contatto con la Natura, risolverà il problema. 

 

Che caratteristiche deve avere una progettazione biofilica?

Con la mia collega Bettina Bolten, abbiamo identificato sette caratteristiche fondamentali che devono essere sempre implementate in una progettazione biofilica. Nell’ordine sono:

  1. la presenza di luce naturale;
  2. la sensazione di rifugio;
  3. un flusso leggero di aria fresca;
  4. una visuale ampia;
  5. la presenza di vegetazione;
  6. angoli di mistero che stimolino la curiosità;
  7. l’uso di materiali naturali.

 

Utilizzando questi principi abbiamo realizzato la prima scuola biofilica in Italia, a Gressoney-La-Trinité. 

 

Ci parli della scuola biofilica. Perché avete scelto Gressoney-La-Trinité?

Abbiamo scelto questa località perché era molto biofilica, immersa in una meravigliosa Natura selvatica, ai piedi del Monte Rosa. Abbiamo immaginato che se una riqualificazione edilizia biofilica si fosse rivelata efficace anche in un ambiente già altamente biofilico, come una scuola di montagna, allora sarebbe risultata ancora più efficace in ambienti scarsamente biofilici, come le scuole di città. 

 

Il progetto “Nuova Architettura Sensibile Alpina” – coordinato dal Laboratorio di Ecologia Affettiva dell’Università della Valle d’Aosta e finanziato dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale – è durato tre anni.

 

Il primo anno lo abbiamo trascorso a osservare e a studiare la vita quotidiana nell’ambiente scolastico tradizionale. Durante l’estate, con la scuola chiusa, abbiamo eseguito un intervento di “retrofit biofilico integrato” di riqualificazione edilizia che integrava l’efficienza energetica con l’ambiente biofilico.  Nei successivi due anni scolastici abbiamo monitorato l’attività scolastica. 

 

I dati raccolti nelle nostre osservazioni sperimentali sono in fase di pubblicazione, ma posso anticipare che in un ambiente biofilico i bambini riducono i tempi di rigenerazione dell’attenzione diretta e sostenuta dopo una fatica mentale. L’attenzione diretta e sostenuta corrisponde alla “capacità di concentrazione”, che a scuola tende ad esaurirsi rapidamente e compare la fatica mentale. Il potere rigenerativo di un ambiente biofilico sembra essere rinforzato dal silenzio attivo, una serie di giochi basati sulla meditazione mindfulness, che i bambini di Gressoney hanno imparato con entusiasmo. 

 

Siamo sul punto di dimostrare che, nel suo insieme, una scuola rurale di alta montagna è uno degli ambienti di apprendimento migliori. 

 

La biofilia può esercitare uno stimolo per un attivismo ambientale efficace?

Sì, ma la biofilia dev'essere mediata dall'intelligenza naturalistica. L’attivismo ambientale non sorretto dall’intelligenza naturalistica, lo si riconosce perché è una proiezione di se stessi e delle proprie battaglie private sull’ambiente ed è un attivismo sterile. 

 

L’intelligenza naturalistica è una delle otto manifestazioni di intelligenza, secondo la Teoria delle Intelligenze Multiple di Howard Gardner. L’intelligenza naturalistica è definita come l’abilità di riconoscere, classificare ed entrare in relazione sottile con gli organismi viventi e gli oggetti naturali. La biofilia è la base psicobiologica dell’intelligenza naturalistica. Un po’ come il senso del ritmo è la base psicobiologica dell’intelligenza musicale. Le basi psicobiologiche sono innate, corrispondono al talento di ciascuno. Talento che può essere valorizzato solo se ben educato. 

 

Studiare e approfondire i grandi temi delle scienze naturali, serve a far crescere l’intelligenza naturalistica. Pensiamo a figure come Rachel Carson o Greta Thunberg, il loro impegno nasce da una robusta biofilia che ha stimolato una forte volontà di conoscenza. Per questo è importante che l’educazione ambientale e l’ecopsicologia entrino a far parte dell’istruzione formale. Perché nel nostro futuro evoluzionistico c’è la vocazione a dare voce alle creature non umane, che voce non hanno. 

 

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