Intervista

Il lupo in Italia

Il lupo è tornato in pianta stabile nel territorio italiano, ma non mancano le minacce e i problemi da affrontare. Ne parliamo con Luigi Molinari, che lavora al Wolf Apennine Center nel Parco Nazionale dell'Appennino Tosco-Emiliano.

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©Luigi Molinari

Soprattutto se non abitiamo nelle comunità montane, che da qualche decennio si sono riabituate a convivere con questi meravigliosi animali, sentiamo parlare del lupo in Italia in modo molto discontinuo.

Magari quando un esemplare compare a sorpresa dove meno lo si aspetta (a fine aprile è successo nella Darsena di Milano), o quando si scatenano le immancabili polemiche sul ripopolamento.

 

Ed è un peccato, perché scoprire qualcosa in più sul lupo ci aiuta anche a comprendere più da vicino i delicati equilibri del nostro territorio.

Ne abbiamo parlato con un professionista che al lupo ha dedicato i suoi studi e la sua carriera: Luigi Molinari, che lavora al Wolf Apennine Center nel Parco Nazionale dell'Appennino Tosco-Emiliano.

 

Qual è la tua formazione?

Ho studiato Scienze naturali a Parma e ho scritto una tesi sul monitoraggio del lupo, appoggiandomi a un progetto europeo nell’Appennino parmense, reggiano e modenese, il cui responsabile scientifico era Paolo Ciucci.

 

Dopo la laurea, ho frequentato un Master di II livello in Conservazione della biodiversità animale all’università La Sapienza di Roma. Lì mi hanno proposto di lavorare sull’orso marsicano e sul lupo per il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, dove sono rimasto per circa tre anni.

 

Dal 2009 sono qui al Parco Nazionale dell'Appennino Tosco-Emiliano, dove ho lavorato per due programmi Life, che sono progetti europei sulle specie di interesse comunitario.

 

In Italia scarseggiano gli stanziamenti per la fauna e le specie a rischio di estinzione, quindi dobbiamo necessariamente fare affidamento sui fondi europei. Riassumendo, sono uno zoologo specializzato nei grandi carnivori selvatici. 

 

Di cosa ti stai occupando adesso?

Attualmente, insieme al mio team, sono tecnico del progetto Life Mirco Lupo per il Wolf Apennine Center. Il progetto Mirco (acronimo che sta per “minimizzare l’impatto del randagismo canino sulla conservazione del lupo”) è specifico sulla principale minaccia per il lupo in Italia, che è quella dell’ibridazione con il cane.

Il lupo si è ripreso molto bene ed è presente in quasi tutto il nostro Paese, ma l’ibridazione con il cane mette a rischio la purezza genetica della specie. 

 

L'ibridazione rende più debole la specie in un’ottica di sopravvivenza?

L’ibridazione con il cane fa sì che la popolazione selvatica acquisisca caratteristiche non adattive.

 

Il lupo ha una funzione ben precisa nell’ecosistema, che è quella del predatore. I cani hanno altre caratteristiche (ci sono i cani da guardia, da conduzione…), che sono state sviluppate dall’uomo e non sono utili a un animale che vive in natura.

 

L’ibridazione non è un problema solo del lupo, ma di tutti gli animali che hanno un corrispettivo domestico: il gatto selvatico, lo sciacallo, la puzzola e così via.

 

Basterebbe gestire i cani in maniera adeguata, rispettando la legge, e questo problema non sussisterebbe. Ne è la prova il fatto che, in altre realtà, per ragioni storiche e culturali il tema dell’ibridazione sia quasi assente

 

Il progetto Mirco Lupo è quinquennale (2015-2020) e prevede diverse azioni che coinvolgono sia i cani vaganti (catture, sterilizzazioni, vaccinazioni) sia gli individui ibridi in natura, che noi catturiamo, sterilizziamo e reimmettiamo in natura con il radiocollare. 

 

Siamo una delle strutture italiane che hanno messo più radiocollari satellitari ai lupi, per cui abbiamo tante informazioni puntuali sugli individui e mettiamo in campo anche altre azioni ad ampio spettro, oltre a quelle del programma Life.

 

Per questo abbiamo creato il Wolf Apennine Center, che è semplicemente un centro di persone che si occupano del lupo e hanno capito che era necessario centralizzare le attività, visto che i fondi sono pochi e le competenze sul lupo sono molto frammentate tra Asl, Regioni, Parchi ecc. “Centralizzare” non significa che facciamo tutto noi, ma che mettiamo sul tavolo tutti questi attori e agiamo insieme.

 

In Italia ci sono altri centri simili al Wolf Apennine Center?

All’estero le cose funzionano in modo diverso. In Sassonia, per esempio, c’è un vero e proprio Ufficio Lupo governativo, diviso in tre sezioni: monitoraggio, prevenzione dei danni, comunicazione.

 

In Italia su questo tema non c’è praticamente nulla di codificato, ma si sono creati questi poli di interesse. Oltre al nostro, molto importante ed efficace è il Centro Grandi Carnivori piemontese. Anche il Parco Nazionale della Majella e il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga hanno gruppi di lavoro molto validi. 

 

Questo modello sta funzionando?

Direi di sì, per certi versi è molto comodo e ci arrivano in continuazione richieste di collaborazione da parte di enti che sono chiamati a lavorare sul lupo ma hanno bisogno di un supporto. 

 

Faccio un esempio. Per legge, in Emilia-Romagna i veterinari della Asl sono chiamati a verificare se l’animale domestico sia stato predato dal lupo, in caso l'allevatore chieda l'indennizzo. Spesso, però, non hanno esperienza con la fauna selvatica. Quindi noi li accompagniamo, condividiamo i dati e le nostre competenze scientifiche, e loro si sentono molto più tranquilli.

 

Immaginiamo poi quanti comuni e quante province, col ritorno del lupo e il conflitto sociale che emerge, vengono chiamati a esprimersi sull’argomento, pur non avendo persone e risorse dedicate. 

 

L’unico reale problema sta nel fatto che non siamo un ente previsto dalla legge, quindi non ci sono fondi che diano benzina a questo motore. Se non ci fossero i progetti europei, trovare le risorse sarebbe davvero difficile.

 

Voi fate un censimento della popolazione di lupi dell'Appennino. In questo momento quanti ce ne sono?

È una delle domande che ci vengono rivolte più spesso da persone e istituzioni, ma purtroppo è anche una di quelle a cui è più difficile rispondere.

 

I lupi sono animali molto elusivi, molto simili tra loro, si spostano di notte e in aree molto grandi. Per giunta, il loro numero cambia in continuazione, perché la popolazione cresce ma nel frattempo ne vengono anche uccisi illegalmente tantissimi.

 

Fare un conteggio preciso quindi sarebbe un processo estremamente lungo e soprattutto costoso. A dirla tutta, sarebbe anche inutile spendere tantissimi soldi per questo: è meglio spenderli per la prevenzione dei danni, per la comunicazione e per intervenire sul conflitto sociale. 

 

A livello italiano, una stima della popolazione è stata effettuata due anni fa per il Piano di conservazione e gestione del lupo del ministero dell’Ambiente. Si parla di una popolazione compresa tra i 1.000 e i 2.500 lupi.

 

In altri Paesi ci sono stime più precise oppure questa scelta è comune a tutti?

Negli Stati scandinavi le stime sono molto più accurate, perché fin dall’inizio hanno stanziato moltissimi fondi per tenere monitorata la popolazione con i radiocollari e la genetica non invasiva

 

Perché i costi sono così alti?

Abbiamo a disposizione diverse tecniche per sapere quanti lupi vivono in un territorio. Quella della genetica non invasiva, per esempio, prevede di leggere il dna degli individui dai loro escrementi freschi. Ma analizzare un solo campione ha un costo di circa 80-90 euro: e prima di arrivare a una stima attendibile bisogna esaminarne tantissimi.

 

Sapere quanti lupi ci sono in un territorio sarebbe un esercizio di ricerca pura, di sicuro molto interessante, ma che non ci possiamo permettere. Il dato nazionale infatti deriva sostanzialmente dalle estrapolazioni di densità locali, non è preciso ma quantomeno dà un ordine di grandezza.

 

Oltre all’ibridazione, quali sono le minacce per il lupo in Italia?

L’altra grande minaccia è il bracconaggio che, proprio come l’ibridazione, è subdola perché è difficile da quantificare. Sappiamo che spariscono un sacco di individui, ma servirebbero tanti radiocollari per capire quanti sono.

 

Se ci limitassimo a dire che i lupi bracconati sono quelli che troviamo, faremmo una sottostima e commetteremmo quello che in statistica si chiama “vizio di campionamento”. Tendenzialmente infatti chi investe un lupo con l’auto lo dichiara, chi lo uccide invece lo nasconde

 

Insomma, non sappiamo quanti animali siano bracconati, ma abbiamo indicazioni del fatto che siano tanti. Il lupo è una specie territoriale: se sistematicamente non trovi più gli stessi individui, significa che c’è qualcosa che non va. 

 

Ma c’è un interesse economico nell’ammazzare il lupo?

Ci si aspetterebbe che il conflitto più grosso fosse quello con il mondo degli allevatori, ma non è così perché, nella nostra realtà, i pochi rimasti hanno capito come gestire i lupi.

 

A livello locale, lo scontro diretto si crea con il mondo venatorio, che considera il lupo come un competitor. Se il lupo mangia tre caprioli all’anno, sono tre caprioli in meno che il cacciatore può prendere. 

 

Tutto questo è paradossale, perché l’ecosistema funziona così: il lupo mangia i caprioli e i caprioli mangiano l’erba. Ma alcuni non conoscono questo principio ed entrano nell’ordine di idee per cui il lupo “faccia danni” soltanto perché segue la sua natura. 

 

È complicato far accettare la presenza del lupo, soprattutto in quelle zone in cui la ricomparsa è molto recente. Tendenzialmente, soprattutto quando si verifica qualche problema, la popolazione matura un sentimento di rabbia verso le istituzioni: “L’istituzione ha messo lì il lupo (il che non è vero), quindi l’istituzione deve pagare”. Per questo il nostro ruolo è importante anche a livello di comunicazione

 

Voi siete molto impegnati proprio nella formazione. Quali sono le più diffuse "fake news" sul lupo in Italia?

Oltre a quelle che ho appena citato, un’altra credenza sbagliata è quella sulla pericolosità del lupo. Le persone ne hanno paura per un retaggio storico e culturale, ma i numeri ci dicono che il lupo non ammazza nessuno da un secolo. C’è anche chi crede che gli ibridi siano più pericolosi, ma questo è un falso storico e biologico. 

 

Si sente anche dire "i lupi ormai sono tantissimi, prima o poi si mangeranno tutti gli ungulati selvatici e finiranno per azzannare un bambino": falso. Quando troveranno meno cibo diminuiranno la densità, come funziona per tutti gli animali.

 

C’è un altro grande problema legato alle dinamiche della comunicazione, della stampa locale e dei social media. Nei titoli dei giornali locali il lupo non mangia, “sbrana”; non si muove, ma “si aggira spinto dai morsi della fame”. Sono cose che fanno sorridere noi addetti ai lavori, ma che nel frattempo diffondono false credenze.

 

I giornali non fanno altro che parlare dei danni, ma (almeno in Emilia) il lupo è uno degli animali selvatici che producono meno danni a livello economico; o, almeno, ci sono diversi animali che ne fanno molto di più. Mi rendo conto del fatto che posso sembrare un paladino animalista, ma mi sto limitando a riportare i fatti. 

 

Il ministero dell’Ambiente ha elaborato il nuovo piano di conservazione e gestione del lupo in Italia, che non prevede gli "abbattimenti controllati". Com'è stato accolto da voi addetti ai lavori?

A dire il vero, questo piano va preso con le pinze per diversi motivi. Si è discusso molto del fatto che non parli esplicitamente di deroghe al divieto di abbattimento, che invece erano previste dalla Direttiva Habitat del 1992, dal piano del 2002 e dalla versione precedente a questa (non approvata).

 

Ciò non significa, però, che non sia prevista in casi assolutamente eccezionali (se per assurdo un esemplare mordesse un bambino, verrebbe abbattuto anche con il nuovo piano). 

 

Un altro aspetto fondamentale sta nel fatto che questo piano non è ancora in vigore e non è nemmeno una legge vincolante.

 

In sostanza, il Ministero fornisce una serie di linee guida per la conservazione del lupo, che la Conferenza Stato-Regioni deve approvare all’unanimità; ma raggiungere il consenso sarà davvero difficile, perché ogni Regione ha un approccio differente. Alle Regioni spetterà anche il compito di stanziare i fondi, perché non esiste un capitolo di spesa statale.