Nankurunaisa: significato e filosofia giapponese per affrontare le difficoltà
Originaria della tradizione orale di Okinawa, un’area del Giappone con una storia culturale distinta e una visione del tempo più ciclica e relazionale rispetto al Giappone continentale, “nankurunaisa” viene spesso tradotta in modo semplicistico come “andrà tutto bene”, ma questa lettura rischia di ridurne profondamente il significato. Nell’uso culturale legato a Okinawa, infatti, l’espressione non è una formula consolatoria, ma richiama un equilibrio più complesso tra responsabilità personale, scorrere del tempo e fiducia nel naturale svolgersi degli eventi.
Credit foto
©Foto di bymuratdeniz su iStock
Cosa significa davvero “Nankurunaisa”
L’espressione “nankurunaisa” viene comunemente interpretata come “alla fine si sistemerà tutto” o “col tempo andrà tutto bene”, ma questa traduzione è incompleta. Nella sua forma più estesa, infatti, secondo la tradizione orale di Okinawa, l’espressione è legata a un’idea più simile a: “se si agisce con sincerità, correttezza e impegno, allora col tempo le cose troveranno un loro equilibrio”.
Quindi non è un invito alla passività, ma piuttosto una combinazione di due elementi:
- responsabilità personale nel presente
- fiducia nel processo del tempo
Non si tratta insomma semplicemente di ottimismo: interpretare “nankurunaisa” solo in questo modo significa appiattirne il significato e perdere di vista la sua componente etica, che richiama invece la responsabilità dell’azione personale.
Origine culturale dell’espressione
L’espressione nasce nell’area di Okinawa, un contesto culturale distinto dal Giappone continentale, con una storia e una sensibilità proprie: Okinawa infatti è spesso associata a una visione della vita più ciclica e meno rigidamente orientata al controllo rispetto ad altre aree dell’Asia orientale ed in questo contesto, il tempo non è visto solo come qualcosa da gestire, ma come un elemento con cui entrare in relazione.
Per questo motivo, il tempo non viene percepito soltanto come una risorsa da organizzare o ottimizzare, ma come una dimensione viva, con cui l’individuo è chiamato a interagire. Allo stesso modo, le situazioni non sono viste come qualcosa da forzare verso un esito immediato, ma come processi che maturano attraverso fasi successive, in cui anche l’attesa e la pazienza hanno un valore attivo.
In questo senso, il rapporto con il tempo diventa più relazionale che tecnico: non si tratta solo di gestirlo, ma di saperlo attraversare, riconoscendo che alcuni cambiamenti richiedono continuità, adattamento e fiducia nel processo stesso.
Differenza tra fatalismo e fiducia nella vita
Uno degli equivoci più comuni è pensare che “nankurunaisa” sia una forma di fatalismo: ma in realtà non è così.
Se nel fatalismo, l’idea, piuttosto netta, è che ciò che deve accadere accadrà comunque, indipendentemente da quello che facciamo e, di conseguenza, il margine d’azione personale diventa secondario o quasi irrilevante, la visione legata a “nankurunaisa” è più sfumata: non nega che la vita sia imprevedibile e che non tutto possa essere controllato, ma allo stesso tempo non esclude la responsabilità individuale, né tantomeno giustifica il non agire.
Non si tratta quindi di “lasciar andare tutto”, quanto piuttosto di un atteggiamento più equilibrato: fare il possibile nel presente, con attenzione e impegno, e allo stesso tempo accettare che il risultato finale non dipenda completamente da noi.
Ed è proprio in questo equilibrio tra azione e accettazione che si ritrova un punto centrale: l’idea di concentrare le energie su ciò che è davvero nelle nostre possibilità, senza farsi paralizzare da tutto ciò che, invece, non possiamo controllare.
Come applicare questo principio nella quotidianità
Applicare “nankurunaisa” nella vita quotidiana non significa affidarsi a una frase di conforto nei momenti difficili, ma sviluppare un modo più consapevole di stare dentro le situazioni.
Alla base c’è un atteggiamento operativo: continuare a fare ciò che è utile e possibile nel presente, senza però farsi dominare dall’urgenza di ottenere subito un risultato o dal bisogno di controllare ogni passaggio. In altre parole, si tratta di un equilibrio in cui il tempo non è visto come un vuoto da riempire o un ostacolo da superare, ma come una componente che partecipa al processo di trasformazione delle cose.
Facciamo alcuni esempi concreti:
- fare la propria parte in una situazione difficile senza pretendere un controllo totale sull’esito;
- distinguere tra ciò che si può influenzare e ciò che va lasciato evolvere nel tempo;
- evitare decisioni impulsive dettate solo dall’ansia del risultato immediato;
- accettare che alcuni processi richiedano tempo anche se non si vedono risultati subito.
Il senso insomma è fare con cura ciò che è possibile oggi, assumendosi la responsabilità del proprio agire, e poi lasciare che il tempo faccia il suo corso.
Benefici psicologici dell’accettazione attiva
Quando interpretata correttamente, questa filosofia si avvicina a ciò che la psicologia contemporanea definisce “accettazione attiva”.
I possibili benefici includono:
- riduzione del pensiero ossessivo sul controllo del futuro;
- maggiore tolleranza dell’incertezza;
- diminuzione dello stress legato alla performance immediata;
- capacità più stabile di prendere decisioni senza panico.
Si tratta in definitiva di una ristrutturazione del rapporto tra individuo e tempo: non tutto deve essere risolto subito, e non tutto dipende interamente dalle proprie azioni.
Quando affidarsi al tempo può essere una scelta consapevole
Non tutte le difficoltà richiedono una risposta immediata. Ci sono situazioni in cui, dopo aver fatto tutto il possibile, continuare a intervenire non produce risultati migliori e rischia anzi di aumentare frustrazione e tensione.
È ciò che può accadere dopo una discussione importante, quando le parole sono già state dette e serve spazio perché vengano elaborate. Oppure durante un cambiamento personale, in cui la tentazione di avere subito tutte le risposte lascia il posto alla necessità di fare esperienza e osservare come evolvono le cose. Anche alcune ferite emotive seguono una logica simile: non esistono scorciatoie capaci di sostituire il percorso necessario per superarle.
In questi casi, affidarsi al tempo non significa rinunciare ad agire, ma riconoscere che esiste un momento in cui insistere ulteriormente non è più utile. La scelta consapevole consiste allora nel concedere agli eventi il tempo necessario per maturare, senza interpretare ogni attesa come una perdita o un fallimento.
È forse proprio questo l'insegnamento più attuale di “nankurunaisa”: comprendere che non tutto può essere accelerato e che alcune delle trasformazioni più importanti avvengono gradualmente, spesso lontano dal nostro sguardo.