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Curarsi con (la) lentezza

Abituati ad agire secondo la legge del “Non fare domani quello che potresti fare oggi”, viviamo sotto stress durante lunghi periodi dell’anno, non si sentiamo soddisfatti e ci ammaliamo più spesso. Ma una soluzione c’è: la lentezza. Scopriamo perché è importante considerarla un elemento indispensabile per le nostre salute e felicità

Curarsi con (la) lentezza

C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio” sostiene Milan Kundera nel suo libro “La Lentezza” (1995). In effetti, se ci fermassimo a pensare quali sono i nostri ricordi migliori, ci renderemmo conto che la maggior parte di essi coincidono con i momenti della vita contrassegnati da calma e serenità: una serata estiva in compagnia di amici, una vacanza, una domenica in famiglia, una cena a lume di candela.

Al contrario, tendiamo a non ricordare con piacere - o a non ricordare affatto - i momenti nei quali siamo obbligati a correre senza fermarci, ovvero i periodi di stress.

Nonostante questo, la nostra società sembra aver preso una direzione che ci allontana sempre più da uno stile di vita lento e sereno.

Ossessionati dalla competitività, dall’efficienza e dalla produttività, molte persone appaiono “malate di iperattività”: continuano a lavorare una volta tornati a casa, considerano l’ozio una perdita di tempo e in generale sono profondamente stressate.

Vediamo quali sono le proposte volte a invertire questa tendenza ed a ritrovare il giusto ritmo per conciliare salute, benessere, lavoro e vita sociale.

 

L’elogio della lentezza

Primeggiare, essere tra i più rapidi e agguerriti sembrano essere le chiavi per il successo lavorativo e sociale, ma ci sono cose che devono essere fatte con lentezza e, se si fanno con un ritmo accelerato, se ne paga il prezzo in termini di salute e felicità.

L’ossessione per fare sempre di più in meno tempo si è trasformata in una dipendenza, in una sorta di idolatria che ci sta facendo perdere buone abitudini rispetto al cibo, alla vita lavorativa, familiare, sociale e incluso sessuale.

Queste sono alcune tra le idee espresse nel 2004 dal giornalista e scrittore canadese Carl Honorè nel suo bestseller “Elogio della lentezza” (“In Praise of Slow: How a Worldwide Movements is Challenging the Cult of Speed” nella versione originale).

La proposta dell’autore è un invito a controbilianciare gli eccessi del “turbocapitalismo” attraverso un rallentamento dei ritmi delle attività e, soprattutto, attraverso un cambio consapevole di direzione: non aver paura dell’inattività.

Dieci anni dopo dalla pubblicazione di questo libro, il neurobiologo italiano Lamberto Maffei, ex direttore dell’Istituto di Neuroscienze del CNR, scrive un saggio dallo stesso titolo. Si tratta di un ulteriore “Elogio della lentezza” (2014) in cui si riflette sulle possibili conseguenze del passaggio da un pensiero lento a un pensiero rapido indotto dalla frenetica dinamica propria del nuovo millennio.

La pubblicazione di due testi con lo stesso titolo è significativa e può essere letta come il segno di un certo disagio esistenziale, filosofico e sociale nei confronti di un periodo storico dominato dall’intrusione di mail, notifiche e promemoria anche nei momenti dedicati al tempo libero.

 

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La malattia del tempo: il rapporto tra frenesia e salute

Anche in ambito medico esiste una riflessione sulla relazione tra percezione del tempo, ritmi di vita frenetici e salute. Secondo il medico statunitense Larry Dossey, l’ossessione nei confronti del tempo può influire profondamente sulla nostra salute, contribuendo alla diffusione di una delle principali cause di morte, le malattie cardiache.

In uno dei suoi libri, “Space, Time and Medicine”, Dossey denomina malattia del tempo la credenza secondo la quale che non si dispone di tempo sufficiente e che si deve “pedalare” sempre più rapidamente per mantenere il ritmo segnato dal poco tempo a disposizione.

Le malattie e i disturbi provocati dai ritmi frenetici sono numerosi, tra questi ansia, insonnia, depressione, ipertensione, obesità, problemi gastrointestinali, dermatologici e cardiaci, fino ad arrivare al caso estremo della morte.

 

Karoshi: una realtà drammatica su cui riflettere

Mita Diran, una ragazza indonesiana di 24 anni lavorava per un’agenzia pubblicitaria facendo gli straordinari tutti i giorni. Quasi sempre tornava a casa all’alba per andare di nuovo a lavoro subito dopo. Un giorno, nel 2013, scrive su Twitter di aver lavorato 30 ore consecutive e dopo poche ore muore per un attacco cardiaco.

La storia di Mita è accomunata a quella di altre migliaia di persone dalla realtà conosciuta come “Karoshi”, termine giapponese traducibile come morte per eccesso di lavoro. Numerosi casi di morte per overworking sono stati riconosciuti anche in altri Paesi asiatici ed europei. In Cina, dove questo fenomeno si chiama “guolaosi”, una relazione presentata dalla Lega della Gioventù Comunista Cinese ha riportato stime per più di 600.000 persone morte l’anno per stress da lavoro. Anche in Europa sono stati registrati casi, il più noto dei quali riguarda un ragazzo di 21 anni morto dopo 72 ore ininterrotte di lavoro nella succursale londinese della banca Merrill Lynch.

Data questa realtà in Paesi nei quali i livelli di produzione hanno indotto le persone a sostenere ritmi lavorativi che eccedono le possibilità umane con conseguenze drammatiche sulla salute, dovremmo volgere lo sguardo verso la nostra società e la nostra vita, riflettere sul cammino che stiamo intraprendendo e domandarci se non ci stiamo avvicinando anche noi a questa soglia pericolosa.

Potremmo iniziare la riflessione dalle piccole cose, domandandoci ad esempio se gli smartphone sempre accesi e connessi - invece di semplificarci la vita - non ci stessero portando verso uno stile di vita dai ritmi sempre più innaturali, interrompendo i nostri momenti di ozio e limitando progressivamente il tempo che dedichiamo ad attività salutari per il corpo e per la mente.

Riscoprire i benefici della lentezza può essere la chiave di volta verso una vita più sana e rispettosa dei nostri limiti in quanto esseri umani. 

 

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