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Erboristeria moderna: come è cambiato l’uso delle piante rispetto a 20 anni fa

Negli ultimi anni l’erboristeria ha vissuto dei cambiamento, passando da una pratica prevalentemente tradizionale a un approccio sempre più integrato con la ricerca scientifica, la qualità delle materie prime e le nuove esigenze di salute

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©Immagine di KamranAydinov su Freepik

 

L’erboristeria tradizionale e quella attuale

In passato, l’erboristeria era fortemente legata alla tradizione popolare e all’esperienza empirica e l’uso delle piante si basava soprattutto sulla trasmissione del sapere, su testi classici e su preparazioni semplici come tisane, decotti, tinture madri e polveri.
 

Questo approccio aveva e continua ad avere un grande valore, ma oggi l’erboristeria si muove in un contesto diverso e deve rispondere a nuove esigenze.

 

Da un lato i consumatori oggi sono più informati, hanno esigenze specifiche e spesso hanno patologie croniche e assumono farmaci; dall’altro, oggi esistono strumenti per ottenere integratori alimentari più caratterizzati in termini di principi attivi, ma anche più sicuri e compatibili con la medicina convenzionale.

 

L’erborista moderno oggi è generalmente una persona laureata che non si limita a consigliare un rimedio ma che conosce le piante in termini di efficacia, meccanismi d’azione, possibili interazioni e limiti d’uso, effetti collaterali e controindicazioni.

 

Rispetto al passato, l’erboristeria si basa sull’evidenza scientifica e c’è maggiore consapevolezza riguardo a validità e rischi delle piante.
 

Dalla pianta intera agli estratti standardizzati

In passato l’erboristeria usava soprattutto piante intere usate in infusione o minimamente trasformate per ottenere tinture madri e polveri. Le piante sono esseri viventi caratterizzate da una grande variabilità, quindi il contenuto in principi attivi nelle preparazioni era variabile, perché dipendeva da fattori come la stagione di raccolta, al luogo di crescita e al metodo di preparazione.

 

Lo sviluppo e la diffusione di tecnologie estrattive e della chimica analitica hanno permesso di identificare marcatori fitochimici e produrre estratti con un contenuto più costante di sostanze attive.

Oggi la maggior parte degli integratori è venduta in forme di dosaggio titolate e standardizzate: questo significa che le capsule, le compresse, le sciroppi a base di piante contengono un estratto di una o più pianta che contiene una determinata quantità in principi attivi, uguale per ogni dose.

La titolazione e la standardizzazione hanno migliorato la riproducibilità dell’effetto, rendendo l’erboristeria sempre più simile alla farmacia, anche se un integratore resta ancora un prodotto molto diverso da un farmaco.

Un farmaco o un medicinale è infatti un prodotto che previene o cura una patologia, mentre un integratore supporta le funzioni fisiologiche dell'organismo. L'integratore o prodotto erboristico non può essere presentato come preventivo o curativo di una malattia perché, anche se titolato e standardizzato, non ha seguito l'iter di un farmaco, iter che prevede una sperimentazione in vitro, in vivo e clinica non prevista per gli integratori.
 

Sicurezza, qualità e controllo delle materie prime

Il tema della sicurezza, della qualità e del controllo delle materie prime è abbastanza spinoso per quanto riguarda gli integratori alimentari.

Dal punto di vista normativo, gli integratori devono rispettare i limiti previsti in materia di contaminanti e le normative europee hanno introdotto controlli più stringenti sulle materie prime vegetali, sulla tracciabilità, sull’identità botanica e sulla qualità degli estratti.

Questo non significa che tutto ciò che è in commercio sia automaticamente sicuro né tantomeno efficace, ma che l’erborista ha oggi strumenti migliori per valutare fornitori, certificazioni e standard produttivi.

Inoltre, se in passato l’erboristeria veniva percepita come innocua, oggi sappiamo che alcune piante possono interferire con terapie farmacologiche o essere controindicate in determinate condizioni.
 

Nuove esigenze, nuovi approcci

Negli ultimi vent’anni il mercato degli integratori si è modificato anche perché sono cambiate le esigenze dei consumatori.

Oggi le “malattie del benessere” sono più diffuse, quindi si utilizzano molti integratori per il controllo della pressione, del colesterolo, della glicemia e del peso corporeo.

Inoltre, molte persone soffrono di stitichezza, ansia, disturbi del sonno, stress cronico, affaticamento mentale, infiammazione di basso grado e altri disturbi.

Per rispondere alle nuove esigenze non è sufficiente concentrarsi sulla titolazione, la standardizzazione e la biodisponibilità dei principi attivi naturali ma è necessario un approccio integrato che tenga conto del contesto nutrizionale e dello stile di vita complessivo della persona, della sua risposta individuale all’effetto delle piante, degli aspetti emotivi e psicologici.

Le piante quindi non vengono più proposte come rimedi isolati, ma come parte di un percorso che include alimentazione, ritmi di vita e abitudini quotidiane, con un approccio vicino alla prevenzione che alla cura e che richiede competenze trasversali, che vanno oltre la semplice conoscenza botanica.

 

Cosa non è cambiato nel tempo

Un aspetto dell’erboristeria che probabilmente non è cambiato nel tempo è il rapporto con la persona, quindi l’ascolto, l’osservazione e la personalizzazione dei rimedi, che restano il cuore della pratica erboristica.

Anche la conoscenza delle piante e il loro valore come sistemi complessi restano elementi centrali nella pratica erboristica. Infatti, nonostante l’interesse per i singoli principi attivi, il fitocomplesso rimane ciò che distingue i rimedi naturali e la ricerca ha confermato diverse volte che l’effetto di una pianta spesso deriva dall’interazione tra molte sostanze, non da una sola molecola isolata.