Intervista

Lo yoga come strumento di libertà nelle carceri messicane

La libertà si può trovare anche in carcere attraverso la pratica dello yoga. Ce ne parla dal Messico il maestro Fredy Alan Díaz Arista

Lo yoga come strumento di libertà nelle carceri messicane

Le carceri sono come una rete, ma dentro di essa vi sono persone che emergono,

come il fiore di loto. Ci sono persone che hanno la preparazione per andare

avanti dopo i colpi della vita, per superare le pietre che si trovano lungo il cammino”

Maestro Fredy

 

Città del Messico – Fredy Alan Díaz Arista è uno dei maestri della Fondazione Parinaama Yoga, che dal 2003 porta la pratica dello yoga nelle carceri messicane, argentine e venezuelane.

Lo incontro per la prima volta nel maggio 2015, in occasione di un evento dedicato allo yoga nel giardino pubblico La Arbolada, delegazione Benito Juárez a Città del Messico. Durante la lezione, conosco il suo peculiare modo di insegnare yoga e motivare gli allievi attraverso l’uso di metafore nitide, scaturite dall’esperienza del carcere.

Ex detenuto del penitenziario di Atlacholoaya (Morelos), sa cos’è il fuoco solo come chi si è bruciato. A soli 26 anni viene condannato a 10 anni di carcere ed proprio è lì che Fredy intraprende un percorso che, attraverso lo yoga, lo porta non solo ad uscire 3 anni e mezzo prima del termine della condanna, ma anche a trasformare la sua vita, da tossicodipendente carcerato a maestro di yoga e leader di centinaia di giovani.

Già da diversi anni, infatti, Fredy trasmette con passione e carisma il suo amore per lo yoga ai reclusi nella Comunidad de Diagnóstico Integral para Adolescentes (CDIA) a Città del Messico ed altri penitenziari presenti nel Paese.

Fare yoga con Fredy è sinonimo di libertà e speranza. Libertà dalle catene interne e esterne, dalle droghe e dagli abusi di potere. Speranza in se stessi, nel prossimo, nella collettività. Speranza nell’essere umano.

Fredy è un esempio da seguire, per questo lo abbiamo incontrato ed intervistato per voi. 

 

Quando hai iniziato a fare yoga, come ti sei reso conto che avrebbe potuto cambiare la tua vita?

Per me lo yoga è stato come una donna. Ti attrae, ti rendi conto che c’è sempre qualcosa di nuovo e, senza accorgertene, ti cambia. Migliora il tuo aspetto, inizi ad interessarti ad altre cose.

Forse non percepisci il cambiamento perché è graduale, ma le persone che ti circondano risultano beneficiate o danneggiate dalle tue azioni.

Nel mio caso, facendo yoga sono diventato leader di 350 detenuti. Mi hanno dato questa leadership per avere l’abilità di far sorridere le persone, non per fare soldi o spacciare droga.

Semplicemente hai una vita normale, ma ci sono persone che depositano in te la loro fiducia e fanno in modo che tu sia la loro voce. È molto bello perché ti rendi conto che esiste una libertà che non devi ostentare con le parole.

 

Quali sono le difficoltà di fare lezione di yoga con ragazzi in conflitto con la legge?

Di solito non ho difficoltà perché solo chi è stato bruciato sa cos’è il fuoco, quindi con loro creo una sorta di empatia.

È l’intuizione che mi porta a sapere che tipo di sostanza consuma una persona, come gli psicologi che attraverso un movimento già possono capire cos’ha il ragazzo, cosa dirgli e cosa no. Ci sono campi minati, cose che ti molestano. Quest’intuizione si sveglia man mano e attraverso nuove tecniche puoi aprirti e coinvolgerli di più.

Io sono aperto a tutto, ad includere nelle mie lezioni barzellette, danza, espressione corporea. Non ho nessun problema con queste persone.

Ho invece problemi con il sistema che li tiene lì, perché quando vai a condividere ti chiedono molti requisiti e a volte ti fanno una revisione davvero estrema.

Viene voglia di dirgli: “Aspetta! Io non vengo a trovare un familiare, vengo ad apportare qualcosa di positivo e volontario”. Ed è lì che l’autorità si perde, perché quello che sto portando è palpabile e prezioso, è qualcosa che serve. Il mio messaggio è: “Ridi, gioca, fai l’amore. Non hai nessuno con cui farlo? Allora medita, medita, medita”.

Non professo l’idea “Fai yoga e sarai felice”. Puoi illuminarti guidando, spazzando, leggendo un libro, lavorando. Ti puoi illuminare così, perché così è la libertà. Cerco di dare la libertà ai giovani.

 

Nell'intervista sullo yoga al fotografo Robert Sturman, leggi la sua esperienza nelle carceri

 

Immagino che esista un contrasto tra la vita quotidiana nel penitenziario e il momento della lezione di yoga. È così?

In libertà ci sono settori: gli avvocati con gli avvocati, gli psicologi con gli psicologi. Mentre lo yoga è come la cantina [n.d.a. bar tradizionale messicano]. Nella cantina vanno i poliziotti, il laureato, la signora. Lo yoga è questo punto di riunione in cui si incontrano mentalità stravaganti, assassini, persone che si sono perse alla grande, con sentenze gravi.

Tuttavia, quando si entra nel momento dello yoga, ognuno coltiva la propria spiritualità, si crea una forza, si rafforza un’amicizia, una comunità.

 

Il tuo modo di fare ed insegnare yoga come metafora della vita è molto originale. Ce ne parli?

Faccio yoga perché per me è libertà e voglio essere libero perché mi permette di essere creativo ed autentico. Si tratta di una libertà vera. Per questo continuo questa ricerca di originalità.

Sono cosciente dello yoga classico, ma anche dello yoga contemporaneo. Lo yoga funziona nelle città perché sono i luoghi dove c’è più stress e una maggior codipendenza dai servizi, dalle comodità e dai “pezzi di carta” che definiscono chi sei. Per questo le mie lezioni sono di yoga classico per non dimenticare le radici, ma sono anche di yoga contemporaneo per i tempi attuali.

Per esempio io sono stato carcerato, ma gran parte della società lo è, a maggior ragione con il tipo di sistema che hanno creato i governanti, è facile che un familiare vada in carcere nonostante sia innocente. La mia realtà è che vengo dal carcere e se a qualcuno non piace, il problema non è mio. Io cerco di essere vero nella mia libertà.

 

Affermi che gran parte della società è carcerata. Le persone che non hanno libertà possono essere quelle che si trovano rinchiuse in una forma di vita o di pensiero?

Attraverso i mezzi di comunicazione ci vendono spazzatura. Ci vendono che si deve avere l’auto migliore, usare vestiti di marca, essere il capo, imporre regole sulle persone della famiglia. Anche queste sono carceri perché non dovrebbe essere così. Le prigioni interne ed esterne stanno a fior di pelle.

Le persone che vedo per strada che hanno la fronte corrugata hanno un carcere lì: uno stress, un problema, una preoccupazione. Come chi ha un nodo alla gola, non può esprimersi. Come il figlio gay che non vuole dirlo a suo padre, chi fa un percorso di studi per compiacere la madre e il padre, oppure la figlia minore che resta con i genitori e non ha mai avuto un compagno. E quando i genitori se ne vanno dove sta la sua vita? Queste sono prigioni.

Nelle prigioni di pareti e filo spinato esiste un’impotenza perché non hai voce in capitolo, come in casa quando sei minorenne. È simile.

Tuttavia nello stesso carcere puoi esprimerti corporalmente, le persone fanno teatro e già sono libere in un modo artistico, cosciente ed intelligente. Ho molti amici detenuti che hanno scritto sceneggiature e libri e solo quando li cercano per dare loro un premio vengono a conoscenza che stanno in carcere.

 

Il progetto di yoga nelle carceri ha ottenuto finanziamenti del governo?

No. Il progetto esiste da 13 anni in Morelos, però sono persone come te che dicono: “Non sono maestra, ma ti voglio aiutare con mille pesos”. Servono perché non ci sono tappetini e le altre cose di cui si ha bisogno. Ma dal governo niente.

Nello yoga ci sono mantra per curare ed impoderare le persone, ma nel governo e nel sistema penitenziario c’è un mantra che dice: “Non ci sono”. Non ci sono soldi per un po’ di frutta per il maestro, non ci sono soldi per i tappetini. È una questione dibattuta perché le carceri sono luoghi in cui si genera molto denaro...

 

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere ai lettori?

Che ogni Stato, ogni Paese, ogni società deve rendersi responsabile dei propri detenuti, perché se questo avvenisse ci troveremmo ad un passo dalla libertà. Creare più carceri non è la soluzione. La soluzione è creare alternative, opzioni. Creare un vero reinserimento non soltanto attraverso i mezzi tipici, ma aprendo nuove aspettative. Una di queste è lo yoga, poi ci sono il teatro e molte altre ancora.

Ogni volta che posso approfitto per dirlo perché adesso mi vedi solo, ma dietro di me c’è un battaglione di maestri, amici e persone che con o senza aiuti già lo stanno facendo. E non c’è niente di meglio che altri lo sappiano. Ci sono molte buone fondazioni, ma non si conoscono. Invece se si uniscono il loro effetto è più rapido ed effettivo.

Quindi il mio messaggio è: Volontari, maestri o praticanti di yoga, se volete condividere il vostro tempo, la vostra lezione, siete benvenuti nel progetto Parinaama Yoga.  

Per conoscere meglio la storia di Fredy e dei suoi compagni, guarda il documentario "Interno", realizzato nel 2010 da Andrea Borbolla.

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