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Gli 8 rami dello yoga

Ashtanga significa ottuplice. Otto infatti sono i rami (o gli arti) dello yoga secondo la classificazione di Patanjali: uno dei capisaldi più classici in materia di testi yogici.

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© Branislav Ostojic - 123RF

Le origini dello yoga

Lo yoga ha origini antichissime, più antiche di quanto si possa immaginare. Già gli antichi rishi vedici parlavano di antenati ancora più antichi, preadamitici, già detentori dello yoga poi passato a loro, e da loro alle generazioni successive.

Lo yoga come lo conosciamo oggi deriva da un insieme di pratiche occulte psicofisiche tipiche degli asceti che usavano ritirarsi nelle foreste, e delle filosofie dei saggi che abitavano i più antichi centri urbani nella valle dell’Indo.

Da questa unione nacque una nuova generazione di yogi, ad un tempo conoscitori delle potenzialità del corpo e raffinati saggi ed eruditi. Fu dopo l’epoca vedica che lo yoga vide una sorta di prima serie di classificazioni.

Tra queste spicca quella del mitico Patanjali che divide lo yoga in otto rami, ashtanga in sanscrito.  
 

La classificazione di Patanjali

Nella classificazione di Patanjali lo yoga trova una struttura ed una definizione diversa da quelle precedenti, in qualche modo connessa nel profondo col nobile ottuplice sentiero buddhista e gli otto bagua della tradizione alchemica taoista.

Vediamo che questi otto rami rappresentano una sorta di scala culminante col Samadhi, ovvero con uno stato di coscienza trascendente o liberato, non dissimile per certi versi dal nirvana, di cui funge da sinonimo. L’ultimo gradino è infatti lo stato di coscienza del Supremo, in accordo a molte scuole yogiche.
 

Yama

Yama  è un termine di origine vedica, da un lato relativo alla legge e al controllo (pertanto assume il significato di astenzione), dall’altro è il nome del Dio della morte che è in fondo un aspetto del Sole supremo. Tali astenzioni sono cinque.

La prima è ahimsa, l’astenzione dal fare del male, conosciuta in Occidente come nonviolenza grazie a Gandhi.

Segue Satya o veridicità in quanto astenzione dalla menzogna.
Asteya è l’astenzione del furto, dall’appropriazione indebita.

Brahmacharya è l’astenzione sessuale ed il controllo di tutti gli stimoli sessuali interni.

Aparigraha è il contrario dell’avarizia e della possessività, quindi il saper concedere e lasciare andare senza senso di appartenenza.
 

Niyama

Dopo le astensioni abbiamo le osservanze, le controparti positive delle prime, e sono anch'esse cinque.

Sauca è la prima e riguarda il mantenere una purezza sia interiore che esteriore, ovvero fisica.

Santosha indica il saper accettare tutte le situazioni, le contingenze della vita con un animo positivo, senza farsi trascinare dalla fortuna o deprimere dalla sfortuna.

Tapas, letteralmente calore, è la concentrazione e la disciplina ferrea. Svadhyaya è l’autoesame e la scrupoloso conoscenza di ogni angolo del proprio essere.

Conclude Ishvara-Pranidhana che, per contro, è lo studio e l’identificazione con l’essere supremo.
 

Asana

Le asana sono il ramo dello yoga più conosciuto nella nostra epoca.

Sono le posture assunte dal corpo per la meditazione o per l’attivazione delle energie interiori per il risveglio della kundalini.
 

Pranayama

Letteralmente controllo dell’energia vitale tramite il respiro, si accompagna spesso alle asana con lo stesso scopo di risveglio della kundalini.
 

Pratyahara

E' un esercizio di interiorizzazione tramite il quale si ritirano i sensi dal mondo esterno, introvertendoli in una dimensione interiore di pura coscienza.

Molte discipline non yogiche hanno simili esercizi per isolare i sensi, anche in modo meccanico, e provocare un ribaltamento di coscienza.
 

Dharana

Diversamente da pratyahara, dharana consiste nel concentrare l’intera coscienza su di un singolo oggetto, in modo da identificarvisi e conoscerlo dall’interno, e non dall’esterno come si fa normalmente tramite il metodo scientifico.

Questo conduce alla conoscenza per identita’, la forma piu’ alta.
 

Dhyana

Meditazione. In dhyana si contempla un oggetto nello spazio interiore e non in quello esteriore, in una dimensione luminosa e performante nella quale la coscienza è in grado di esprimere potenzialità altrimenti latenti.
 

Samadhi

Liberazione. E’ il culmine di tutti questi sforzi e si ha quando l’identificazione con l’oggetto della meditazione è così perfetta da estinguere ogni senso del sé, con una conseguente liberazione dai limiti imposti da tale condizione.
 

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