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La contro-proposta degli esperti per il Recovery Plan

Sono in arrivo 191,5 miliardi di euro dall'Unione europea: come spenderli per superare la pandemia e metterci in salvo da future crisi? Un nutrito gruppo di esperti ha messo a punto una contro-proposta sul Recovery Plan.

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©Pixabay

In arrivo le risorse europee per superare la crisi

Da più di un anno siamo nel bel mezzo di una crisi sanitaria ed economica che non ha precedenti nell’ultimo secolo e di cui non è stata ancora scritta la parola “fine”. Ma le risorse che abbiamo a disposizione per rimetterci in piedi sono anch’esse senza precedenti

 

Con il cosiddetto Recovery Fund (tecnicamente Next Generation Eu) l’Unione europea mette sul piatto 750 miliardi di euro tra prestiti e sovvenzioni. All’Italia spetta la fetta più consistente, cioè circa 191,5 miliardi di euro, secondo i calcoli resi noti dal neo insediato ministro dell’Economia Daniele Franco

 

Il compito cruciale con cui il governo di Mario Draghi dà il via al suo mandato è proprio quello di decidere come spendere questa immensa mole di denaro. L’Unione ha posto alcuni paletti ben precisi: in primis, il fatto che almeno il 37% debba essere investito nella lotta ai cambiamenti climatici e almeno il 20% nella transizione digitale.

 

Entro il 30 aprile ogni Stato membro dovrà presentare il suo Piano nazionale di ripresa e resilienza alla Commissione europea, che lo valuterà entro otto settimane. Considerate altre quattro settimane per il perfezionamento, spiega il Sole 24 Ore citando il ministro, prestiti e sovvenzioni arriveranno alla fine dell’estate.

 

Maria Grazia Petronio e la controproposta di Recovery Plan

Il precedente governo guidato da Giuseppe Conte a gennaio ha presentato una bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza, noto anche come Recovery plan.

 

Si articola su 6 missioni, per un totale di 16 cluster e 48 linee di intervento: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e sociale; salute.

 

Questa è la base su cui il nuovo esecutivo dovrà lavorare d’ora in poi. Una base decisamente perfettibile, sottolinea un nutrito gruppo di esperti firmatari di una vera e propria contro-proposta di Recovery plan. 

 

Coordinata da Maria Grazia Petronio, medico specialista in Igiene e Medicina preventiva e docente presso l’università di Pisa, l’iniziativa ha unito sullo stesso fronte stimati chimici, fisici, epidemiologi, meteorologi, medici, biologi

 

Verso l’approccio One Health

Secondo gli esperti, il grosso limite del Recovery plan, così com’è stato pensato finora, è la mancanza di un approccio di sistema. “Si limita all’elencazione di problemi e obiettivi, dove la programmazione di interventi per 220-300 miliardi di euro avviene sostanzialmente in assenza di una visione sistemica e di una strategia integrata, come invece richiederebbero le sfide che occorre affrontare”, scrivono.

 

Eppure, le autorità sanitarie mondiali da tempo parlano di One health per ricordarci che c’è un legame indissolubile tra la salute umana, la salute dell’ambiente e quella degli animali.

 

Ce lo sta dimostrando nel modo più drammatico la pandemia, perché il coronavirus è appunto una zoonosi, cioè una malattia che ha compiuto il saldo di specie dall’animale all’uomo. Ma, se andiamo avanti di questo passo, non sarà l’unica

 

Secondo le stime, tra mammiferi e uccelli circolano 1,7 milioni di virus che non sono ancora stati scoperti. La metà potrebbe infettare anche le persone, rese molto più vulnerabili da un contesto socio-ambientale fatto di sconvolgimenti del clima, inquinamento di aria, acqua e suolo e disuguaglianze economiche che si ripercuotono sulle condizioni di vita e di lavoro.

 

Per essere davvero efficace in un’ottica di medio-lungo periodo, il Recovery plan dovrebbe quindi focalizzarsi sulla lotta all’inquinamento e ai cambiamenti climatici. 

 

Il tema degli allevamenti intensivi

Grande assente, finora, il tema degli allevamenti intensivi, anche se essi rappresentano “una delle principali fonti di emissioni di gas serra ed un rilevante problema di sanità pubblica sia in termini di dieta e di qualità dei cibi sia in termini di aumento del rischio di mutazioni nei patogeni e di diffusione di nuove epidemie”. 

 

Proprio all’abuso di antibiotici negli allevamenti è legata un’altra minaccia sanitaria globale, quella delle infezioni resistenti ai farmaci, che già oggi provocano 700mila morti. Un numero che potrebbe schizzare fino a 10 milioni entro il 2050. 

 

Eppure, la gestione degli allevamenti è sfiorata soltanto di sfuggita dal Recovery plan attuale. Un enorme vuoto che il nuovo governo deve colmare al più presto, sostengono gli scienziati, per non lasciarsi sfuggire quest’occasione epocale. 

 

Agire subito, con coraggio e determinazione, è un gesto di responsabilità. Non solo nei confronti della salute pubblica, intesa nel suo senso più alto, ma anche in senso puramente economico. I costi da sostenere per riparare i danni, ci ricordano gli esperti, superano di 100 volte quelli della prevenzione.

 

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