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Basta scaricare plastica negli oceani: la petizione del WWF

La plastica negli oceani è un'emergenza ambientale che ci riguarda tutti. Possiamo fare la nostra parte anche firmando la nuova petizione del WWF rivolta alle Nazioni Unite.

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Credit foto
©Richard Whitcombe / 123rf.com

Plastica e microplastiche soffocano gli oceani

Il disastro ambientale della plastica negli oceani ha raggiunto dimensioni ormai impossibili da ignorare. Qualche cifra? Sui 100 milioni di tonnellate di plastica disperse nell’ambiente ogni anno, circa il 10% finisce in mare. Dove soffoca pesci, tartarughe, gabbiani e innumerevoli altre creature inestimabili per l’equilibrio dell’ecosistema.

 

Destano particolare preoccupazione le microplastiche, cioè le particelle di diametro inferiore a 5 millimetri, che vengono ingerite dai pesci ed entrano così nella catena alimentare. Sono state trovate nell’acqua di rubinetto, nel miele, nella birra, di recente anche nella placenta umana. Secondo uno studio del Wwf, ciascuno di noi potrebbe involontariamente mangiare fino a 5 grammi di plastica a settimana, l’equivalente di una carta di credito.

 

Serve un cambio di rotta, e serve subito. In caso contrario, fa sapere la Ellen MacArthur Foundation, entro il 2040 raddoppierà il volume di plastica sul mercato e triplicherà quello che finisce negli oceani. Dove, nel 2050, ci sarà più plastica che pesce.

 

L’altra faccia (ambientale) della pandemia

Tutto questo accadeva prima della pandemia. Cioè prima che l’intera umanità fosse costretta a servirsi quotidianamente di mascherine e guanti e conservare tutto in sacchetti per evitare il contagio. Oggetti che hanno tutti lo stesso minimo comun denominatore: la plastica. 

 

Secondo alcuni studi scientifici, ogni mese a livello globale si consumano 129 miliardi di mascherine e 65 miliardi di guanti. Se potessimo cucire insieme tutte le mascherine prodotte o messe in produzione per i prossimi mesi, copriremmo l’intera superficie della Svizzera.

 

Per non parlare poi degli oggetti usa e getta. Se al ristorante le pietanze ci vengono servite in piatti di ceramica, per le consegne a domicilio sono i contenitori monouso in plastica a fare la parte del leone, anche per garantire l’igiene e la corretta conservazione durante il trasporto.

 

Con il tracollo del prezzo del petrolio, inoltre, produrre plastica vergine è diventato molto più conveniente. Si va così ad amplificare il divario di prezzo tra gli oggetti confezionati nella plastica e quelli con un packaging alternativo compostabile. Tutto questo nel pieno della peggiore recessione economica dal secondo Dopoguerra.

 

Cosa chiede il WWF alle istituzioni

Non possiamo più restare fermi a guardare. Fortunatamente, anche grazie al battage mediatico degli ultimi anni, una fascia sempre più ampia della popolazione ormai si è abituata a portare con sé una borraccia e ci pensa due volte prima di usare un bicchiere o una cannuccia in plastica monouso (oggetti che peraltro da luglio saranno banditi, con l’entrata in vigore della direttiva europea).

 

Da parte loro, le aziende si stanno impegnando a trovare alternative. Nel comparto dell’acqua minerale, si fanno spazio le bottiglie riciclate e torna il vetro con vuoto a rendere; nei laboratori si cercano alternative biodegradabili a prodotti di uso quotidiano, come la pellicola; ormai cambiare il packaging e renderlo sostenibile è un investimento di marketing vincente.

 

Non è pensabile, però, che la soluzione a un problema di questo calibro venga lasciata alla buona volontà dei singoli. Da qui la petizione lanciata dal WWF per salvare gli oceani dalla plastica, già firmata da oltre 56mila persone in tutto il mondo.

 

“Il WWF ha dichiarato guerra alla plastica in natura. Dobbiamo cambiare il ritmo della produzione e del consumo di plastica a livello globale”, si legge nel testo. Nel concreto, l’organizzazione ambientalista esorta le Nazioni Unite a farsi promotrici di “un accordo globale vincolante per tutti i paesi membri che ponga un freno alla dispersione della plastica in natura entro il 2030”.

 

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