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Obsolescenza programmata, di cosa si tratta

Smartphone, frigoriferi e lavatrici che improvvisamente smettono di funzionare, obbligandoci a comprare un modello nuovo. In molti casi non si può parlare di casualità ma di obsolescenza programmata, una tecnica che danneggia l’ambiente e il portafoglio. Ma presto le cose potrebbero cambiare.

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©Maksym Yemelyanov / 123rf.com

Cos’è l’obsolescenza programmata

Alzi la mano chi non ha mai vissuto in prima persona questa spiacevole esperienza. Si investe una discreta somma per comprare un nuovo telefonino che sembra funzionare a meraviglia. Poi, proprio quando sta per scadere la garanzia, inizia a perdere colpi dall’oggi al domani. Si blocca se ci sono troppe app aperte, si spegne a metà di una telefonata, deve stare sempre attaccato alla power bank perché la batteria non dura nemmeno mezza giornata.

 

È una semplice coincidenza? Può darsi. Ma, quando il copione si ripete identico anche per il frigorifero, lo spazzolino elettrico e il frullatore, pensar male diventa lecito. Per non parlare della lavatrice, che alle nostre madri durava vent’anni e ora è sistematicamente da buttare appena ne compie cinque.

 

Sono questi i casi in cui si parla di obsolescenza programmata, cioè di prodotti esplicitamente progettati con l’obiettivo di durare un numero limitato di anni. Un fenomeno difficilissimo da dimostrare, tanto più perché i produttori lo negano con tutte le loro forze. Ma in certi casi è diventato talmente palese da convincere prima le associazioni di produttori, e poi i governi, a prendere posizione

 

I danni ambientali dell’obsolescenza programmata

Già, perché l’obsolescenza programmata è a tutti gli effetti un danno economico per i consumatori che spendono il loro denaro nella convinzione di poterlo ammortizzare in un certo numero di anni, salvo poi essere improvvisamente “lasciati a piedi” dai loro elettrodomestici.

 

Cosa non meno importante, è anche un danno ambientale. Sappiamo bene che ogni prodotto ha un suo impatto, che inizia con il reperimento delle materie prime (spesso delicate e non rinnovabili, come le terre rare contenute negli smartphone o la plastica negli elettrodomestici) e prosegue con l’assemblaggio, il collaudo, il trasporto e tutti i vari anelli di distribuzione che arrivano fino al carrello del consumatore finale.

 

L'impatto va valutato sull’intero ciclo di vita. Più quest’ultimo è breve, meno il prodotto può dirsi sostenibile. 

 

I principi dell’economia circolare

E dire che in questi ultimi anni non si fa che parlare di economia circolare. Un paradigma che va in una direzione totalmente opposta, invitandoci ad abbandonare il tradizionale modello lineare (“prendi, produci, usa e getta”) e riavvicinarci ai ritmi della natura, in cui ogni fine è un nuovo inizio. 

 

Volendo sintetizzare al massimo questo approccio, possiamo dire che si basa sulle cosiddette quattro R:
> ridurre l’uso di materie prime e i relativi sprechi;
> riutilizzare il più possibile i beni, smontandoli e riparandoli quando non funzionano più;
> riciclare i materiali invece di disperderli nell’ambiente;
> recuperare i rifiuti, facendoli tornare utili per un altro scopo.

 

In questa sfida globale, la nostra Europa è una punta di diamante. Già nel 2015 la Commissione ha approvato un piano d’azione decisamente ambizioso, che comprende 54 diverse misure volte a “chiudere il cerchio” del ciclo di vita dei prodotti. 

 

Riparare, una corsa a ostacoli

A questo punto, la domanda è lecita. Quando un oggetto si rompe o inizia a funzionare peggio, non si può semplicemente portare in assistenza? Dopotutto, anche l’economia circolare caldeggia questa soluzione. 

 

Se la domanda è lecita, l’esperienza comune risponde che questa strada risulta spesso impraticabile, fatta eccezione per la finestra di garanzia:

> i dispositivi elettronici sono sempre più complessi e necessitano di competenze iper-specializzate che spesso solo la casa madre sa fornire;

> i pezzi di ricambio sono introvabili;

> o, semplicemente, il costo dell’intervento di riparazione supera di gran lunga quello necessario per comprare un modello nuovo di zecca. 

 

Su Altroconsumo di settembre si legge che un italiano su due rinuncia ad aggiustare gli elettrodomestici rotti. Il primo in classifica è il frigorifero, che non viene riparato nel 34% dei casi, seguito dallo smartphone.

 

In arrivo una legge, anche in Italia

La Francia, però, non ci sta. Nel 2016 è stata il primo paese europeo a promulgare una legge che considera reato l’obsolescenza programmata. Le cose si faranno ancora più serie a partire dal 1° gennaio 2020, quando tutti i prodotti dovranno contenere un’etichetta che valuti, su una scala da 1 a 10, quanto siano durevoli, robusti e riparabili.

 

Anche l’Italia potrebbe seguire la scia dei cugini d’Oltralpe. Come spiega il numero di ottobre 2019 del mensile Consumatori, il Senato sta discutendo una legge che modifichi il codice del consumo, vietando al produttore di “mettere in atto tecniche che possano portare all’obsolescenza programmata dei beni di consumo”. I consumatori potrebbero impugnare questo diritto dopo un anno dall’acquisto, senza l’onere della prova

 

Il secondo pilastro è quello dell’estensione della garanzia legale, che dovrebbe salire da 2 a 5 anni per i beni di piccole dimensioni e da 5 a 10 anni per i grandi elettrodomestici. 

 

Nel frattempo, la Commissione europea sta lavorando a una revisione della direttiva sull’ecodesign, che l’Italia ha recepito nel 2016. Le idee al vaglio sono parecchie, tutte potenzialmente rivoluzionarie: 

> istituire un indice di riparabilità da prendere in considerazione quando si assegna l’etichetta energetica;

> garantire che i pezzi di ricambio siano reperibili per un periodo che va da 7 a 10 anni, anche se il modello è uscito di produzione; 

> obbligare i produttori a consegnare i ricambi stessi (e i manuali) a qualsiasi centro di riparazione professionale, entro sole tre settimane. 

 

Insomma, ancora non è detta l’ultima parola, ma la strada appare tracciata. Per il bene dell’ambiente e delle nostre tasche

 

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