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Vita digitale ed emissioni di CO2

Quali sono le nostre abitudini quotidiane che contribuiscono ai cambiamenti climatici? Oltre ai viaggi, al riscaldamento e all'alimentazione, dovremmo iniziare a tenere in considerazione le ore trascorse a guardare film in streaming o videochiamare i colleghi.

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©scanrail / 123rf.com

L’energia “nascosta” consumata da smartphone e computer

Tra le nostre abitudini quotidiane, quali contribuiscono di più al riscaldamento globale? Qualcuno citerà il viaggio in auto per andare in ufficio, qualcun altro il riscaldamento della sua casa, altri ancora si interrogheranno sul consumo di carne. A pochi, pochissimi, verranno in mente la videocall con i colleghi o il film guardato in streaming su Netflix per godersi un po’ di relax al termine di una lunga giornata. 

 

Eppure, i servizi digitali consumano energia elettrica, spesso e volentieri generata bruciando i combustibili fossili. Con 4,5 miliardi di persone connesse a Internet, di cui 3,8 attive nei social media, nel 2019 il digitale ha generato 1,1 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Se fosse uno Stato – sottolinea un approfondimento pubblicato da Corriere.it – sarebbe il quinto al mondo, dopo Cina, Usa, India e Russia, e subito prima del Giappone. 

 

Fino al 2013 il digitale rappresentava l’1,3% dei consumi globali di energia. Una quota che solo cinque anni dopo era già salita fino al 2,7%, con la prospettiva di arrivare al 3,3% nel 2020. A dirlo è un report pubblicato nel 2019 dalla ong The Shift Project.

 

A prima vista questo dato ci può apparire controintuitivo, perché dalla nostra esperienza diretta sappiamo che ricaricare uno smartphone o tenere acceso un pc incide solo in minima parte sulla nostra bolletta dell’elettricità. Il problema sta nel fatto che noi controlliamo soltanto “l’ultimo miglio”. Con i nostri device, in realtà, ci stiamo connettendo a servizi che si reggono su data center situati a migliaia di chilometri di distanza.

 

Un data center è una sorta di “sala macchine” che ospita server, sistemi di archiviazione, gruppi di continuità, cavi, sistemi di raffreddamento e altre apparecchiature attive 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, consumando immense quantità di energia elettrica. Da qui le emissioni di gas serra climalteranti.

 

Quante emissioni per una semplice serie tv

Quando avviamo la riproduzione di una serie tv, dunque, quanta energia stiamo consumando? Il tema non può lasciarci indifferenti, visto che Youtube si aggira su una media di 1 miliardo di ore di video visualizzati al giorno e Netflix ha oltrepassato la soglia dei 150 milioni di iscritti.

 

Secondo il report di The Shift Project, l’energia consumata dai video in streaming è pari a 1.500 volte quella consumata dal nostro smartphone. Dieci minuti di video in alta definizione equivalgono a tenere acceso un forno elettrico da 2mila watt a tutta potenza per 5 minuti. Per ottenere un consumo analogo, dovremmo trascorrere cinque ore a scrivere e inviare email senza sosta.

 

Rabih Bashroush, consulente specializzato in IT, ha conteggiato le emissioni connesse dai 7 miliardi di riproduzioni del tormentone reggaeton Despacito. Il totale supera i 900 gigawattora. 

 

Questi calcoli clamorosi sono finiti nei titoli dei giornali, ma sono stati anche apertamente contestati. Un esperto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia ha firmato un fact checking, pubblicato dal sito specializzato Carbon Brief, che getta acqua sul fuoco ricordando che i data center sono molto più efficienti rispetto al passato.

 

In ogni caso, aggiunge, le emissioni sono dovute alle fonti usate per produrre l’energia. Tenendo in considerazione il ruolo delle rinnovabili nel mix globale del 2019, la riproduzione di un video di mezz’ora su Netflix emette appena 18 grammi di CO2 equivalente; decisamente un altro ordine di grandezza rispetto agli 1,6 kg stimati in prima battuta da The Shift Project, ma anche in seguito alla seconda (più prudente) stima di 0,2 kg.

 

Bitcoin, una miniera di CO2

L’espressione “vita digitale” racchiude in sé innumerevoli attività, dalla visualizzazione di un video all’invio di un’email, passando per lo scrolling su Facebook e Instagram. Fra i temi che hanno tenuto banco negli ultimi anni c’è quello delle criptovalute, monete alternative che senza il digitale non potrebbero esistere.

 

La più celebre, il Bitcoin, da sola comporta 22 megatonnellate di emissioni di CO2 ogni anno, pari a quelle di una metropoli come Las Vegas o Amburgo. A dirlo è lo studio più dettagliato mai condotto sul tema, opera di un team del Politecnico di Monaco. 

 

L’intero sistema infatti si basa sulla blockchain, un sistema che sovverte la struttura tradizionale client-server, perché è costituito da migliaia e migliaia di dispositivi interconnessi con una logica reticolare. Ogni utente può mettere a disposizione la potenza di calcolo del suo computer o smartphone, diventando un nodo della rete. 

 

Sommando tutte le operazioni di mining (estrazione di Bitcoin), i ricercatori arrivano a stimare il consumo di energia annuo in 46 terawattora. Per arrivare alle emissioni totali hanno messo in relazione questa cifra con il mix energetico degli Stati coinvolti: l’Asia la fa da padrona ospitando il 68% della potenza di calcolo, seguita da Europa (17%) e Usa (15%).

 

“Naturalmente ci sono altri fattori che contribuiscono maggiormente ai cambiamenti climatici”, chiarisce Christian Stoll, autore della ricerca. Vale comunque la pena quantomeno di “discutere sulla possibilità di regolare il mining di criptovalute in Paesi in cui la generazione di energia elettrica è particolarmente impattante a livello di emissioni”. 

 

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