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Goldman Environmental Prize, i vincitori 2020

Sei leader coraggiosi che, in tutti i continenti, hanno dimostrato di saper lottare strenuamente per tutelare ecosistemi sempre più compromessi. Ecco i vincitori del Goldman Environmental Prize 2020, il più importante riconoscimento internazionale dedicato ai paladini dell'ambiente.

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©Goldman Enviromental Prize

Vivono in sei differenti continenti. Tuttavia, c'è una cosa che accomuna i sei "eroi verdi" che, lo scorso 30 novembre, sono stati insigniti del Goldman Environmental Prize 2020: la capacità di opporsi a qualunque ostacolo pur di difendere strenuamente la porzione di mondo naturale che si trovano ad abitare. 
 

Il Goldman Environmental Prize

Conosciuto come Premio Nobel per l'Ambiente, il Goldman Environmental Prize premia i più meritevoli attivisti ambientali del mondo, riconoscendo loro gli sforzi sostenuti per proteggere l'ambiente naturale, spesso a grande rischio personale. 

La 31esima edizione del premio -fondato nel 1989 dai filantropi Rhoda e Richard Goldman- si è svolta online il 30 novembre 2020.

Come ha dichiarato il presidente John Goldman in apertura alla cerimonia, la Goldman Foundation ha selezionato “sei leader coraggiosi e generosi che stanno lottando per ottenere importanti cambiamenti nonostante gli ostacoli e le difficoltà che devono affrontare”.

I paladini dell’ambiente- quattro donne e due uomini- si aggiungono alla lista delle 200 persone premiate fino a oggi.
 

I premiati 2020

Impegno civile e dedizione alle più urgenti cause ambientaliste. Ciascuno dei premiati racconta una storia che merita di essere conosciuta e trasmessa a chiunque abbia a cuore le sorti del nostro Pianeta.
 

Kristal Ambrose, Bahamas

Ventinovenne idealista e determinata, Kristal Ambrose è la fondatrice del Bahamas Plastic Movement. In seguito all'esperienza che la vide parte attiva nel salvataggio di una tartaruga marina che rischiava di morire a causa della plastica ingerita, decise di indirizzare le sue energie nella lotta all'inquinamento da materie plastiche.

Le sue campagne di sensibilizzazione, che dal 2013 hanno coinvolto soprattutto la popolazione giovanile delle isole dell'Oceano Atlantico, hanno convinto il governo delle Bahamas a vietare i sacchetti di plastica monouso, le posate di plastica, le cannucce e i contenitori e le tazze di polistirolo.

Annunciato nell'aprile 2018, il divieto a livello nazionale è entrato in vigore nel gennaio 2020.
 

Chibeze Ezekiel, Ghana

Chibeze “Chi” Ezekiel è il coordinatore nazionale di 350 Ghana Reducing Our carbon.

Il suo lavoro come attivista è iniziato nel 2013 con l’organizzazione di una campagna per sensibilizzare la popolazione locale in merito ai rischi legati alla costruzione di una centrale a carbone da 700 megawatt e di un porto riservato alla consegna della materia prima, una delle più inquinanti al mondo.

Se da un lato, infatti, l’industria tentava di imbonire la popolazione con la promessa di prosperità e posti di lavoro, gli attivisti mettevano sul piatto della bilancia le emissioni di mercurio e anidride solforosa, l’impatto sui cambiamenti climatici, le piogge acide, il rischio concreto di trovarsi senza acqua potabile

In risposta alla campagna, il ministro dell'Ambiente del Ghana ha decretato il blocco dei lavori, impedendo la costruzione del primo impianto di questo tipo nel Paese e discostando di fatto il futuro energetico della nazione dal combustibile fossile.

Nel 2019, inoltre, il Governo ha adottato il Renewable Energy Master Plan per incentivare il passaggio alle energie rinnovabili.
 

Nemonte Nenquimo, Ecuador

Nemonte Nenquimo è ormai una celebrità in campo ambientale, una guida e un esempio per gli attivisti ecuadoregni, e non solo. 

Membro della comunità indigena Waorani, che vive nell’Amazzonia ecuadoriana, ha sostenuto l’indipendenza economica delle comunità locali, favorendo tra l'altro la micro-imprenditoria femminile.

Ha condotto una campagna dal basso per la tutela della foresta amazzonica e ha intrapreso un'azione legale contro il governo dell'Ecuador, che ha consentito di proteggere 500.000 acri di foresta pluviale amazzonica dall'estrazione di petrolio. 

A testimonianza del suo impegno e dei notevoli risultati raggiunti, il Time l'ha annoverata tra le cento persone più influenti del 2020. 
 

Leydy Pec, Messico

Apicultrice Maya cresciuta nello Stato di Campeche (Messico), ha guidato un'azione legale che ha impedito alla multinazionale Monsanto di piantare semi di soia geneticamente modificati nel Messico meridionale.

L’attivista 55enne è specializzata nell’allevamento dell’ape autoctona Melipona beecheii, una specie rara e priva di pungiglione allevata dai Maya sin dall’epoca precolombiana.

Quando nel 2012 il governo centrale aveva concesso alla Monsanto l’autorizzazione di piantare semi di soia Ogm in sette Stati messicani senza consultare le comunità locali, Pech ha formato una coalizione di Ong, attivisti e apicoltori e ha avviato una causa contro il Governo.

Alla luce delle ricerche che documentavano tracce del polline della soia modificata nel miele e resti di glifosato nelle falde acquifere della città e nelle urine degli abitanti di Hopelchén, la Corte suprema del Messico ha annullato e definitivamente revocato i permessi rilasciati alla Monsanto. 
 

Lucie Pinson, Francia

Direttrice della ong Reclaime Financetra il 2017 e il 2019 ha contribuito a spingere le principali banche e gruppi assicurativi francesi –tra cui BNP Paribas, Société Générale e AXA- a sospendere gli investimenti nel settore del carbone

Con la rete di attivisti Sunrise Movement, Lucie Pinson ha svolto una duplice azione: da un lato, ha organizzato campagne di sensibilizzazione, dall'altro ha agito dall’interno delle banche, acquistando le loro azioni per poter partecipare alle assemblee degli azionisti.

Grazie al suo operato, nel 2019 Crédit Agricole ha annunciato l’eliminazione graduale del carbone dal proprio portafoglio e ha promesso investimenti di allineamento con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
 

Paul Sein Twa, Myanmar

Paul Sein Twa, 47enne del Myanmar, è membro della comunità indigena dei Karen- gruppo etnico minoritario in Myanmar- e co-fondatore del Karen Environmental and Social Action Network (KESAN)

Nel 2018, in sinergia con ong e organizzazioni della società civile, ha fondato il Salween Peace Park, un “parco della pace” da 546mila ettari nato con l’obiettivo di preservare la biodiversità del bacino del fiume Salween, tra il Myanmar e la Thailandia, messa a rischio da deforestazione, agricoltura intensiva e attività estrattive. 

Tale formula, nota anche come "area protetta transfrontaliera", si basa sul recupero delle pratiche tradizionali di conservazione del patrimonio forestale ed è già stata sperimentata con successo nella Cordillera del Cóndor, tra Ecuador e Perù, nel corridoio di vita selvatica Selous-Niassa, tra Tanzania e Mozambico, e nel Triangolo di smeraldo, dove si toccano i confini di Thailandia, Laos e Cambogia.

In ciascuno di questi luoghi, la tutela della biodiversità e del patrimonio culturale vanno di pari passo, promuovendo la pace in aree minacciate dalla guerriglia.
 

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