Intervista

"Aggiustiamo il mondo", il diario di una green influencer

Abbiamo scambiato due chiacchiere con Giorgia Pagliuca, in arte ggalaska, che si auto-definisce “dispensatrice di consigli non richiesti” e ha appena pubblicato il suo primo libro, dopo quattro instancabili anni di divulgazione ecologista sui social media.

giorgia-pagliuca-green-influencer

Credit foto
©itsggalaska

I social media, spesso bollati come luoghi dominati da mode effimere e vuote, sono anche luoghi in cui giorno dopo giorno si fa divulgazione. Quella di carattere ambientalista, spesso e volentieri, è opera di volti giovani o giovanissimi. Come quello di Giorgia Pagliuca, in arte ggalaska, che si auto-definisce “dispensatrice di consigli non richiesti”, ha alle spalle studi di comunicazione e si sta specializzando all’università di Scienze gastronomiche di Pollenzo. L’abbiamo intervistata dopo l’uscita del suo primo libro, Aggiustiamo il mondo. Diario di un'ecologista in crisi climatica (Aboca edizioni).

 

Dopo circa quattro anni di divulgazione ambientale, come mai hai deciso di passare dai social al libro?

In realtà, un po’ come accade a qualsiasi persona che abbia un buon seguito su Instagram, è stata la casa editrice a chiedermelo. Ho accettato super volentieri. Sono contenta che dietro il libro ci sia un messaggio (spero) molto forte e (spero) molto importante. Sono appunto circa quattro anni che sono presente online, ma all’epoca erano i primi tentativi e non avevo le competenze che spero di avere oggi.

 

Quali sono stati i tuoi primi riscontri di questo libro e dove ti proponi di arrivare?

L’ho già presentato diverse volte di persona, anche al Salone del libro di Torino; non più solo da dietro uno schermo, quindi, ma finalmente anche potendo discutere con gli altri nella vita reale. In varie occasioni con me c’erano persone che mi sono amiche e mi ritengo super fortunata per questo. Dove spero di arrivare non lo so, scelgo la serendipity: non voglio darmi obiettivi né troppo ambiziosi né troppo poco. Intanto sono contenta perché questo libro è uscito ed è stato letto dalla mia famiglia, compresi i miei nonni. 

 

Visto che il tuo libro è un vero e proprio vademecum, cerchiamo di ricavare qualche consiglio. Partiamo dall’alimentazione: la carne rossa è ritenuta il simbolo dell’insostenibilità, ma è davvero così o magari ci sono altri alimenti “insospettabili” ma anch’essi impattanti?

Sì, non c’è proprio paragone. La carne bovina è l’alimento più impattante di tutti. Poi ci sono altri prodotti dall’impatto ambientale molto alto, soprattutto quelli di origine animale come i formaggi, in particolar modo stagionati; ma non saranno mai a quel livello. È per questo che ci si focalizza sulla carne rossa, perché i dati ci dicono che una forte diminuzione del suo consumo riduce di netto l’impatto dell’alimentazione. 

 

Per quanto riguarda i vegetali, invece, il riso ha un’impronta ambientale più alta rispetto ad altri cereali ma comunque inferiore rispetto al prodotto animale. Per i vegetali ha più senso considerare l’impatto sociale, legato per esempio al caporalato.  

 

Tu sei molto presente su Instagram, un social che è stato la fortuna dell’ultra fast fashion. Come coniugare la sostenibilità con la voglia delle tue coetanee di variare spesso l’outfit?

Letteralmente, una cosa esclude l’altra. C’è un suggerimento che do sempre: l’abito più sostenibile è quello che già abbiamo nell’armadio. Suggerisco proprio di cambiare approccio alla moda e ai consumi, perché i nostri armadi sono già pieni di vestiti e dobbiamo ridurre gli acquisti, partendo proprio dal presupposto per cui non serve avere ogni volta un outfit diverso; tanto, nessuno lo ricorderà mai! 

 

Se proprio è necessario comprare, consiglio di puntare sull’usato: una risposta possibile è il vintage, poi si può pescare dagli armadi dei familiari (io lo faccio!) o acquistare di seconda mano, il che significa approfittare di prezzi ridotti e allungare il ciclo di vita di un vestito perfettamente funzionale e funzionante. 

 

Insomma, evitiamo di acquistare sempre qualcosa di nuovo per apparire e rispondere a questa spinta verso il consumo, la stessa che ci ha portati a concepire il fast fashion e l’ultra-fast fashion. Sono due cose simili ma distinte, perché l’ultra-fast fashion tira fuori tre collezioni alla settimana, scopiazzate dai cartamodelli degli stilisti. C’è anche un aspetto di slealtà, perché vende per pochi euro il frutto del lavoro di qualcun altro.

 

Sulla base dei dati che hai studiato sulla crisi climatica, e osservando direttamente i comportamenti delle persone e delle aziende, ti diresti ottimista?

Sì e no. Mi rendo conto del fatto che qualche semino l’abbiamo piantato e qualcosa sta germogliando, ma le cose stanno procedendo ancora con estrema lentezza. Ciò che sta avvenendo nel settore privato, in particolare, nel 98% dei casi non mi convince. Tanti claim ambientalisti sono di facciata e non portano con sé qualcosa di concreto o, se lo portano, non fa abbastanza la differenza.