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Uomini fragili ed emergenza climatica

Secondo alcune analisi, la lotta ai cambiamenti climatici diventa ancora più ardua a causa di di alcuni stereotipi prettamente maschili.

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©Evgeny Ustyuzhanin / 123rf.com

Nella morsa dei cambiamenti climatici

Le conseguenze dei cambiamenti climatici ormai si toccano con mano, da un capo all’altro del Pianeta. In queste settimane l’Australia è in fiamme, Venezia è ancora alle prese con l’acqua alta (che a novembre ha superato ogni record), il Congo si sta faticosamente rimettendo in piedi dopo le inondazioni torrenziali che hanno provocato oltre 40 vittime.

 

Solo nell’arco del 2018, gli eventi meteorologici estremi hanno provocato più di novemila morti e perdite economiche pari a 238 milioni di dollari. Lo afferma il rapporto Climate Risk Index redatto dalla ong tedesca Germanwatch. 

 

Di fronte a numeri così sconvolgenti, viene spontaneo chiedersi cosa stiamo aspettando. Gli scienziati non fanno che ripetere che bisogna cambiare rotta, azzerare le emissioni, gestire le risorse del Pianeta in modo più oculato. Eppure, i timidi progressi della comunità internazionale sono ancora largamente insufficienti. 

 

Dare una risposta a questo cruciale interrogativo è tutt’altro che facile. Perché in realtà a intersecarsi sono tanti motivi diversi: interessi economici, volontà politica, tecnologie da sviluppare, inerzia nei confronti del cambiamento. Secondo alcune interessanti analisi, ne entra in gioco anche uno abbastanza inaspettato: la fragilità maschile. Cerchiamo di capire un po’ meglio di cosa si tratta.

 

La petro-mascolinità

Storicamente, estrarre i combustibili fossili e bruciarli per produrre energia è sempre stata ritenuta la strada-principe per affermare lo sviluppo occidentale, in senso economico e imperialistico.

 

Per i leader, in larghissima parte uomini, si tratta quindi di un innato simbolo di potere. È la teoria della professoressa Cara Daggett, che ha coniato il termine “petro-mascolinità” per contrassegnare questo fenomeno.

 

Cosa succede allora quando i combustibili fossili vengono lasciati nel sottosuolo per salvaguardare il Pianeta? A livello simbolico, questo viene percepito come un sacrificio in termini di potere, di denaro e, in senso lato, di mascolinità

 

Non è un caso, afferma l’autrice, se c’è una netta predominanza di uomini bianchi tra coloro che tentano di negare o sminuire i cambiamenti climatici. E non è un caso se nemmeno le nuove scoperte scientifiche sembrano in grado di smuoverli.

 

La carne come alimento “da uomini”

Dopo la produzione di elettricità e calore, troviamo agricoltura, allevamento e deforestazione al secondo posto nella classifica delle attività umane che producono più emissioni di gas serra.

 

Una recente meta-analisi pubblicata su BioScience, firmata da oltre 11mila scienziati da 153 paesi, scrive a chiare lettere che l’umanità deve diminuire il consumo di carne e derivati al fine di porre un freno all’emergenza climatica in corso.

 

Ma al giorno d’oggi, con innumerevoli alternative a disposizione, come mai la maggioranza della popolazione è ancora così profondamente ancorata al consumo di carne? Secondo diverse analisi, anche in questo caso entra in gioco un fattore puramente sociale. Nell’opinione comune, mangiare carne è un comportamento “da uomini”. Rinunciarvi significa, in qualche modo, abdicare al proprio ruolo dominante.

 

Come nel caso dei combustibili fossili, appare evidente una cosa. Gli uomini che restano aggrappati con le unghie e con i denti a questi stereotipi non sono degli esempi da imitare. Al contrario, sono uomini profondamente fragili. Se riusciremo a smascherare questa loro insicurezza, potremo fare grandi passi avanti nella salvaguardia del Pianeta.


 

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