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Bike sharing, il caso di Milano

Milano vandala e incivile? Ecco cosa c'è dietro al bike sharing e al triste il caso delle bici del free floating, liberamente fluite nel Naviglio.

Bike sharing, il caso di Milano

Il flusso libero del bike sharing finisce nel Naviglio

Hanno fatto il giro di giornali e social network le foto delle bici gialle gettate nelle acque del Naviglio milanese. Amarezza, tristezza, senso civico alla deriva e tanta ignoranza. Tanti i pensieri che sono girati intorno alle immagini in questione.

Ma perché, qual è la storia di queste “povere” biciclette, sono utili o uno spreco lasciato nelle mani dei vandali?

Oppure, come  riferisce Businessinsider.com, sono un business in perdita in partenza che mira a raccogliere dati per le aziende? Cerchiamo di ricostruire il caso, pensando che tante persone le usano invece in modo civile e corretto. 

 

Nasce il free floating a Milano

Dopo la Cina, dopo Berlino e Dubai, ecco a fine agosto scorso prendere il via il primo esperimento di noleggio libero delle bici a Milano, il “free floating”, “flusso libero", appunto.

Questo nuovo modo di prendere in prestito le bici funziona abbastanza semplicemente: basta avere a disposizione uno smart phone, scaricare l’app e tutto avviene di conseguenza. Per registrarsi servono gli estremi della carta di credito e il numero di cellulare.

Pagato l’abbonamento, sul monitor appare la scritta “Sbloccare” e così si avvicina lo smart phone al codice QR vicino al manubrio della bici e il gioco è fatto, la bici si apre e si sblocca automaticamente. 

 

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Il nuovo bike sharing non convince

Non convince però troppo il free floating: a detta dei ciclisti, come riportava a suo tempo il Corriere, risulta troppo rigido e sbilanciato, un modo di pedalare che non dà nemmeno grande possibilità di frenata, essendoci i freni a disco, meccanici.

Si tratta di bici neanche troppo leggere, con pneumatici a gomma piena, che non si bucano mai non avendo camera d’aria, ma che nemmeno ammortizzano troppo i colpi.

Non c’è neppure la classica catena. Nonostante la difficoltà iniziale di farci la mano, le bici sono tuttavia comode perché le si lascia dove si desidera, senza bisogno di stazioni o rastrelliere. Ma ad un certo punto il meccanismo si è inceppato e la cosa sembra non aver funzionato più così bene. 

 

Inciviltà e bike sharing a Milano 

Cosa è successo con le bici free floating neanche due mesi dopo il loro arrivo? Fioccano lamentele di gente che le lascia nei cortili per riutilizzarle la mattina dopo, togliendole alla pubblica disponibilità (La Repubblica).

Per non parlare delle tristi foto diffuse dai giornali delle bici recuperate da dentro il Naviglio, ripescate poi dagli eco-volontari della canottieri San Cristoforo.

E di quelle lanciate selvaggiamente nelle fontane, appese agli alberi o abbandonate in mezzo ai marciapiedi o fuori dal cerchio limite delle tangenziali. Certa gente manca di rispetto, è vero, ma non tutta. 

 

Le società di free floating alzano la guardia

Il risultato di tanto mal costume si riassume in qualche parola: sanzioni, multe, sospensione del servizio e dell’abbonamento. Le due attuali società che operano a Milano (Mobike e Ofo) si dicono amareggiate, anche se pare che questi vandalismi stiano toccando una bassa percentuale della flotta di mezzi a due ruote, come comunicano dal Corriere.

D’altra parte, e lo dice anche il ciclista che cerca di usarle in modo civile e corretto queste bici, forse Milano non è ancora una metropoli pronta per l’invasione del bike sharing: tra piste ciclabili ancora incomplete - ma che, come sostiene il Comune, lo saranno entro i prossimi anni - e parcheggi per bici e rastrelliere mancanti, la vita per loro non è affatto semplice e molte finiscono quotidianamente in officina per essere riparate. 

 

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