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Il Cammino di Celestino: trekking dell'anima tra i silenziosi eremi d'Abruzzo

Esistono cammini che si percorrono per mettersi alla prova nella sfida sportiva, altri per assaporare un turismo lento e altri ancora per vivere un’esperienza interiore fatta di silenzio, contemplazione e contatto profondo con la natura. Il Cammino di Celestino riesce a unire tutte queste dimensioni in un unico itinerario immerso nella natura più selvaggia dell’Appennino abruzzese, all’interno del Parco Nazionale della Majella.
Tra canyon scavati dall’acqua, faggete secolari, borghi medievali ed eremi incastonati nella roccia, questo percorso attraversa il cuore della Majella seguendo le tracce di Pietro da Morrone, il vecchio eremita che nel 1294 salì sul dorso di un asino e, scortato da Carlo D’Angio, partì dall’eremo del Morrone per raggiungere L’Aquila, dove venne incoronato Papa con il nome di Celestino V proprio in quella basilica di Santa Maria di Collemaggio fondata da lui qualche anno prima e che dal 1327 per un lungo periodo ospitò le sue spoglie terrene.
Il fascino del cammino nasce proprio dal suo equilibrio raro tra fatica fisica e ricerca interiore. Qui si è lontani anni luce dai grandi circuiti turistici: ci sono montagne austere, silenzio profondo e sentieri che sembrano appartenere a un altro tempo.
Percorrere il Cammino di Celestino significa attraversare uno degli angoli più autentici d’Italia, dove la natura domina ancora il paesaggio e il ritmo del viaggio torna a coincidere con quello dei passi.
 

Chi era Celestino V: il “Papa del gran rifiuto” e la scelta del silenzio

Prima di diventare pontefice, Celestino V era Pietro Angelerio – meglio conosciuto come Pietro da Morrone. Nato probabilmente intorno al 1215, scelse molto presto una vita di preghiera e isolamento, ritirandosi tra le montagne dell’Abruzzo in cerca di silenzio e contemplazione.
La Majella e il Morrone divennero il centro della sua esperienza spirituale: qui fondò comunità monastiche, visse in eremi essenziali scavati o addossati alla roccia e costruì un rapporto profondissimo con una natura severa, che divenne il suo orizzonte quotidiano. Non si trattava di una spiritualità astratta, ma di una scelta concreta, fatta di freddo, silenzio, solitudine e rinuncia.
Nel 1294, dopo un lungo e tormentato periodo di sede vacante, fu eletto papa. Accettò il pontificato, benchè lo percepisse come un qualcosa che andava contro la propria natura, ma il distacco tra la sua vocazione eremitica e la macchina del potere fu immediato.
Dopo pochi mesi prese una decisione destinata a entrare nella storia: rinunciò volontariamente al soglio pontificio. Dante Alighieri lo rese immortale nei suoi versi, relegandolo all’inferno, tra gli ignavi – coloro che “visser sanza ‘nfamia e sanza lodo” - e definendolo “colui che fece per viltade il gran rifiuto”. In realtà, più che un atto di debolezza, la sua rinuncia può essere letta come il tentativo di tornare alla propria natura più profonda: il raccoglimento, il silenzio e una vita ridotta all’essenziale.
Visitare questi luoghi offre l’opportunità di comprendere più a fondo la personalità mite e insieme la straordinaria forza d’animo di Celestino V. La sua non era una spiritualità teorica o contemplativa nel senso moderno del termine: vivere per anni in eremi arroccati tra le montagne della Majella significava sopportare freddo, isolamento, fatica fisica e condizioni di vita estremamente essenziali, spesso con risorse limitate e grandi difficoltà nel procurarsi cibo e beni di prima necessità. 
Ancora oggi il Cammino di Celestino conserva questa eredità spirituale: non impone una fede specifica, ma invita chi lo percorre a rallentare, ascoltare e recuperare una dimensione più autentica del tempo e della natura.
 

Le tappe del percorso: dal Morrone alla Majella tra vette, eremi e borghi

Il Cammino di Celestino attraversa alcuni dei paesaggi più potenti e meno addomesticati dell’Appennino centrale. Quando si parla di questo percorso però è utile distinguere il tracciato classico dal Cammino Grande di Celestino (inaugurato nel 2022). Il primo è l’itinerario originale, nato nel 2018, più conosciuto e accessibile: un tracciato di circa 84-90 chilometri, suddivisi in 6 tappe, che attraversa il cuore della Majella collegando Sulmona a Serramonacesca. 
Il Cammino Grande di Celestino, invece, amplia ulteriormente il viaggio arrivando a circa 120 chilometri. Include varianti, collegamenti e territori meno battuti che approfondiscono ancora di più il rapporto tra Celestino V e le montagne abruzzesi. È un itinerario più lungo, fisicamente più impegnativo e pensato soprattutto per chi cerca un’immersione ancora più profonda nella spiritualità e nella natura primordiale della Majella. 
Qui prendiamo in considerazione il cammino classico perché rappresenta il cuore dell’esperienza celestiniana: si parte dalla badia Morronese, l’abbazia di Santo Spirito al Morrone di Sulmona (AQ) per arrivare all’Abbazia di S. Liberatore a Maiella, a Serramonacesca (PE). In mezzo, un itinerario equilibrato tra natura, spiritualità e accessibilità, capace di condensare in pochi giorni alcuni dei paesaggi più potenti e simbolici, tra il massiccio del Morrone e la Majella, alternando eremi rupestri, boschi profondi, faggete, valloni selvaggi e antichi borghi in pietra dove il tempo sembra rallentare davvero. 
La forza di questo itinerario nel fatto che cresce passo dopo passo: all’inizio il cammino accompagna gradualmente fuori dal rumore quotidiano, poi immerge sempre più in una dimensione fatta di silenzio, natura e fatica essenziale. Ogni tappa ha un carattere preciso e lascia una sensazione diversa.
 

Da Sulmona a Pacentro: il cammino comincia tra abbazie e castelli

La partenza da Sulmona introduce subito il legame profondo tra il territorio e la figura di Celestino V. Saluta i primi passi l’imponente Abbazia di Santo Spirito al Morrone, voluta da Pietro da Morrone, e per questo chiamata anche abbazia Celestiniana. La badia Morronese è costituita da una chiesa monumentale e da un imponente monastero articolato intorno a cinque cortili racchiusi da una cinta muraria. 
Poco distante, su una ripida parete rocciosa che si affaccia sulla conca Peligna,  è possibile visitare l’Eremo di Sant’Onofrio al Morrone, uno dei luoghi più significativi della vita di Pietro da Morrone in quanto legato ad un momento molto importante: qui visse a lungo in isolamento ed è proprio in questo eremo che, nel 1294, venne raggiunto da Carlo II d’Angiò e dai legati del conclave che gli annunciarono la sua elezione al soglio pontificio. 
Qui il viaggio cambia tono: il paesaggio urbano resta alle spalle e il sentiero comincia a salire verso ambienti più raccolti e silenziosi. L’arrivo a Pacentro, con il suo castello e le case in pietra, offre una prima sosta in un borgo che conserva intatta la propria impronta medievale.
 

Da Pacentro a Caramanico Terme: verso la Majella più selvaggia

Con la seconda tappa il cammino entra progressivamente nella sua parte più montana e appartata del cammino: i sentieri si addentrano nella Majella, attraversano boschi, altopiani e vallate dove la presenza umana si fa sempre più rara. È qui che il silenzio comincia davvero a farla da padrone e il paesaggio diventa più austero ed ampio, con una sensazione crescente di isolamento.
La Majella appare in tutta la sua imponenza: un massiccio aspro, potente, considerato da secoli una “montagna madre” della spiritualità appenninica. Non è difficile capire perché proprio questi luoghi abbiano attirato eremiti e uomini in cerca di isolamento. L’arrivo a Caramanico Terme rappresenta una pausa rigenerante. Circondato dalla natura del Parco Nazionale della Majella, il borgo è un centro accogliente, immerso nel verde del parco, che restituisce al viaggiatore un primo momento di respiro dopo la fatica del tratto precedente.
 

Da Caramanico a Decontra: dentro la Valle dell’Orfento

Quella della Valle dell’Orfento è una delle tappe più suggestive dell’intero percorso. Si tratta di un’eccezione tra i profondi e aridi valloni del Massiccio: è infatti l'unico canyon della Maiella ad avere un corso d'acqua perenne. Una particolarità che dà vita ad un paesaggio che cambia continuamente: ponti in legno, torrenti cristallini e pareti rocciose creano un ambiente che in alcuni tratti appare quasi primordiale. Questa variabilità degli ambienti inoltre rende il luogo uno scrigno di biodiversità. Nel cuore della valle, all’interno del Parco Nazionale della Majella, si incontra l’Eremo di San Giovanni all’Orfento, un luogo così isolato da restare quasi invisibile fino all’ultimo tratto del sentiero. L’arrivo a Decontra conclude una giornata intensa e profondamente immersa nella natura.

Da Decontra a Fonte Tettone: l’alta Majella

Questa è una delle tappe più impegnative dal punto di vista fisico, ma anche una tra le più panoramiche del cammino. Da Decontra il sentiero sale progressivamente di quota entrando nell’ambiente dell’alta Majella, dove il paesaggio cambia ancora una volta: i boschi lasciano spazio a praterie d’altitudine, pietraie e ampie aperture panoramiche. Il vento qui diventa presenza costante e la sensazione di isolamento aumenta sensibilmente. In alcuni tratti la sensazione è quella di trovarsi in un ambiente quasi lunare, dove la Majella mostra il suo volto più severo e insieme più libero. Fonte Tettone, nell’area della Maielletta, è uno dei punti più alti del cammino e regala vedute ampie, che nelle giornate limpide arrivano fino all’Adriatico.

Da Fonte Tettone a Roccamorice: gli eremi nella roccia

La quinta tappa conduce nel cuore spirituale del cammino, tra valloni rocciosi e pareti calcaree che custodiscono alcuni degli eremi più celebri della Majella. Questa è la tappa degli eremi più celebri, quelli che hanno reso la Majella un luogo unico nel panorama spirituale italiano. La discesa verso Roccamorice conduce infatti a San Bartolomeo in Legio e all’Eremo di Santo Spirito a Majella, due complessi che raccontano in modo diverso la relazione tra l’uomo e la roccia. San Bartolomeo appare quasi nascosto nella parete calcarea, come se la montagna l’avesse assorbito. Santo Spirito a Majella, invece, mostra con maggiore evidenza la sua evoluzione storica: da rifugio eremitico a vero complesso monastico, con celle, cappelle e corridoi scavati nella pietra.

Da Roccamorice a Serramonacesca: il ritorno tra foreste e abbazie

L’ultima tappa attraversa boschi e sentieri panoramici fino all’Abbazia di San Liberatore a Majella, uno dei più importanti monumenti romanici d’Abruzzo e punto d’arrivo del cammino classico. 
Dopo giorni trascorsi tra valloni isolati, silenzi profondi e continui dislivelli, il ritorno a spazi più aperti produce una sensazione particolare: il ritmo del cammino ormai si è stabilizzato e l’attenzione si concentra spontaneamente sulle cose essenziali.
Molti pellegrini raccontano che è proprio negli ultimi chilometri che si percepisce il cambiamento più profondo del viaggio: il silenzio, inizialmente insolito, smette di essere vuoto e diventa presenza costante.
 

Gli eremi più suggestivi: San Giovanni dell’Orfento, San Bartolomeo in Legio e Santo Spirito a Majella

Gli eremi della Majella rappresentano l’anima più profonda del Cammino di Celestino. Non sono semplici luoghi religiosi, ma architetture straordinarie costruite in posizioni quasi impossibili, perfettamente integrate nella roccia e nel paesaggio montano. Scopriamo qui i più suggestivi.

3.1 L’Eremo di San Giovanni all’Orfento: il rifugio nascosto nella gola
Nel cuore della Valle dell’Orfento, all’interno del Parco Nazionale della Majella, si incontra l’Eremo di San Giovanni all’Orfento, un luogo così isolato da restare quasi invisibile fino all’ultimo tratto del sentiero. Originariamente era una cavità naturale, una piccola grotta poi ampliata e adattata nel tempo a spazio abitativo e di preghiera. Raggiungerlo richiede un tratto di cammino impegnativo che scende nella gola, fino a una scalinata scavata nella roccia. Negli ultimi tre metri il passaggio si restringe al punto da costringere a procedere strisciando carponi, con il vuoto a pochi passi. È proprio questa conformazione estrema a rendere l’arrivo particolarmente intenso.
L’interno è essenziale ma sorprendentemente organizzato: degno di nota è l’ingegnoso sistema di raccolta dell’acqua piovana e di filtrazione naturale, che permetteva agli eremiti di accumulare e utilizzare una risorsa fondamentale in un ambiente così isolato.
Visitare questo luogo oggi significa comprendere in modo diretto quanto estrema fosse la scelta di vita degli eremiti della Majella: non un semplice isolamento spirituale, ma una quotidianità fatta di fatica, adattamento e sopravvivenza in condizioni ambientali al limite.
3.2 San Bartolomeo in Legio: l’eremo sospeso nella pietra
San Bartolomeo in Legio è un luogo che non si lascia cogliere facilmente: basti pensare che da alcuni punti del sentiero sembra scomparire nella parete calcarea, come se la montagna lo avesse inglobato.
Raggiungerlo è già di per sé parte integrante di un’esperienza che restituisce in modo diretto quella stessa sensazione di distanza dal mondo, fatta di silenzio e distacco. Dalla Valle Giumentina il complesso si rivela improvvisamente sull’altro versante del vallone, perfettamente mimetizzato nella parete. Il sentiero scende ripido fino al fondo valle e risale attraverso gradinate scavate nella pietra, fino a una piccola balconata naturale, in un percorso più lungo e faticoso ma decisamente più scenografico ed emozionante.
In alternativa, e più facilmente, da Roccamorice si percorre una breve galleria scavata nella roccia che sbuca direttamente davanti all’oratorio: un passaggio stretto e improvviso, che intensifica la sensazione di isolamento e rende l’ingresso quasi teatrale.
L’architettura è ridotta all’essenziale, austera e quasi spoglia. Proprio questa semplicità radicale colpisce chi arriva fin qui: non c’è mediazione tra uomo e roccia, tutto invita al raccoglimento.
L’oratorio, interamente integrato nella montagna, conserva sulla facciata due affreschi del XIII secolo — una Madonna con Bambino e un Cristo benedicente — testimonianze fragili ma ancora leggibili di una lunga continuità spirituale. Una piccola porta laterale conduce agli ambienti interni, dove si svolgeva la vita quotidiana degli eremiti.
Il risultato è uno spazio in cui il confine tra costruito e naturale tende a scomparire: non un edificio appoggiato alla roccia, ma una parte della roccia diventata rifugio.
3.3 L’eremo di Santo Spirito a Majella: il grande rifugio della spiritualità celestiniana
Più ampio e articolato è l’Eremo di Santo Spirito a Majella, anch’esso, come gli altri, profondamente legato alla vita di Celestino V: si tratta di un complesso monastico addossato alla parete rocciosa, quasi stretto nell’abbraccio della montagna e affacciato sul suggestivo Vallone di Santo Spirito.
Qui si riconosce chiaramente la stratificazione della sua storia: il nucleo più antico coincide con l’eremo originario in cui Pietro da Morrone si ritirava in preghiera, mentre la chiesa cinquecentesca venne costruita successivamente sopra queste prime strutture. Nel tempo, il complesso si ampliò con la realizzazione di due oratori e di numerose celle, pensate per accogliere il crescente numero di monaci e pellegrini.
Le celle si sviluppano lungo stretti corridoi scavati nella pietra, in un equilibrio continuo tra spazio umano e ambiente naturale. Col passare dei secoli, la comunità eremitica si trasformò entrando nell’Ordine di San Benedetto e l’antico rifugio divenne un vero e proprio monastero strutturato.
La struttura, incastonata nella roccia e affacciata su una valle selvaggia, unisce natura e architettura in modo sorprendente: celle monastiche, cappelle e scalinate scavate nella pietra raccontano una spiritualità concreta, fatta di isolamento ma anche di progressiva organizzazione della vita comunitaria.
 

Perché intraprendere questo cammino oggi: i benefici del silenzio e della natura selvatica

In un’epoca dominata da notifiche, velocità e connessione continua, il Cammino di Celestino offre qualcosa di sempre più raro: la possibilità di sperimentare il silenzio autentico.
Camminare per giorni nella Majella significa attraversare ambienti dove la presenza umana è ancora limitata e la natura detta il ritmo dell’esperienza. Non è un dettaglio secondario: numerosi studi scientifici dimostrano infatti che l’immersione in contesti naturali riduce stress, ansia e sovraccarico mentale, migliorando attenzione e benessere psicologico.
La forza di questo cammino sta anche nella sua autenticità. A differenza di altri itinerari più turistici, qui esistono ancora lunghi tratti solitari in cui il contatto con il paesaggio è diretto, senza mediazioni.
Non bisogna però idealizzare l’esperienza. Il Cammino di Celestino richiede preparazione fisica, capacità di adattamento e disponibilità ad affrontare la fatica. Alcune tappe presentano dislivelli impegnativi e la solitudine può risultare intensa per chi è abituato a stimoli continui.
Ed è forse proprio questo il suo valore più contemporaneo. Il cammino obbliga a rallentare davvero, a convivere con il silenzio e a recuperare un rapporto più essenziale con il tempo.
Per Celestino V le montagne della Majella rappresentavano un rifugio spirituale. Per chi percorre oggi questi sentieri, possono diventare un’occasione concreta per staccarsi dal rumore quotidiano e ritrovare lucidità, attenzione e presenza.