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Nella "Terra di Sotto", un viaggio tra i siti inquinati del Nord

"Terra di Sotto" è un libro fotogiornalistico che racconta con la fotografia, il giornalismo e i dati di alcune tra le criticità ambientali del nord Italia. L'intervista agli autori, Luca Quagliato e Luca Rinaldi.

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Credit foto
©La Terra di Sotto

Nella sola Lombardia sono più di 1.800 i siti contaminati o potenzialmente contaminati (su cui sono in corso attività di approfondimento da parte delle autorità pubbliche) e in tutta Italia circa 6 milioni di persone sono a rischio perché vivono in prossimità di suoli o acque inquinate. Un tema figlio dello sviluppo industriale del Paese, ma anche di un agire troppo spesso criminale all’interno del ciclo dei rifiuti.

È questa la realtà raccontata da “La terra di sotto – Viaggio nel contaminato nord”, libro fotogiornalistico firmato da Luca Rinaldi e Luca Quagliato, finanziato tramite un crowdfunding che ha raccolto 11 mila euro in quattro mesi ed edito da Penisola Edizioni

Il progetto racconta con la fotografia, il giornalismo e i dati alcune tra le criticità ambientali del nord Italia. Realizzato in collaborazione con IrpiMedia, Transparency International Italia e Brad&K Productions, “La terra di sotto” si trova in vendita sul sito www.laterradisotto.it

Abbiamo intervistato i due autori Luca Quagliato, fotografo e project manager, e Luca Rinaldi, giornalista.
 

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©La Terra di Sotto

Nella vostra recente presentazione del libro (disponibile su Facebook), siete partiti da tre parole fondamentali: ambiente, trasparenza e open data. Come si fa a raccontare l’inquinamento, talvolta invisibile ai nostri occhi, attraverso la fotografia e i dati?

Quagliato. Questo progetto nasce nel 2014: ero a Milano e stavo lavorando su casi di inquinamento in provincia. E ho iniziato a chiedermi: quelle campagne in cui sono cresciuto, cosa nascondevano sotto? Allora abbiamo iniziato a unire i puntini, partendo dai casi segnalati dalla cronaca locale, e pian piano ne è venuta fuori un’immagine preoccupante.

In una mappa abbiamo rappresentato la densità di siti inquinati: l’area di Milano è una galassia, come lo è quella di Torino, mentre in Veneto i punti sono più sparpagliati. Quando si parla di Terra dei Fuochi vengono alla mente immagini di discariche e fumi che si levano dal terreno. Un’immagine catastrofica che non rappresenta la situazione al nord, dove invece l’inquinamento è più invisibile. Ma c’è.

Allora abbiamo pensato di rappresentare questo inquinamento invisibile attraverso le immagini dei luoghi o cantieri abbandonati, delle sorgenti d’acqua avvelenate, insomma dove l’inquinamento si nasconde. Ecco, non attraverso la drammatizzazione o la spettacolarizzazione, ma immagini se vuoi più decadenti, a cui affiancare il racconto dei dati.
 

Nel libro ci sono 97 fotografie corredate da cartografie e, come abbiamo detto, molti dati. Come li avete raccolti?

Rinaldi. Quello dei dati è un tema cruciale nel raccontare l’ambiente. Trovare criticità puntuali e i luoghi in cui esse si dislocano è un lavoro complesso. Innanzitutto c’è bisogno di un set di dati ben strutturato ma soprattutto trasparente. Questo è un aspetto cruciale per un’inchiesta giornalistica.

Non sempre questa trasparenza viene garantita sui dati ambientali da parte delle istituzioni. Se non c’è trasparenza, il lavoro sui dati si complica. L’altro aspetto è quello di avere database che parlano tra di loro linguaggi diversi.

Ogni regione fa parlare il suo database come vuole: ci sono regioni che da anni ci dicono quali attività esistessero su un sito inquinato – vedi il Piemonte – e altre a cui abbiamo dovuto procedere con un accesso agli atti, come in Lombardia.

Rimediare tutti questi dati, e darne la giusta interpretazione, ha assorbito molto tempo perché, una volta raccolti, i dati vanno elaborati prima ancora di capire se e come possono essere comparati con quelli già in possesso. Massimo Cingotti, il nostro cartografo, ha fatto un grande lavoro di lettura di tabelle.
 

Un caso esemplare a cui date “voce” nel progetto, è quello sui PFAS in Veneto. Come lo avete costruito?

Rinaldi. Questo è il caso forse più noto di inquinamento invisibile. Oggi sappiamo che i PFAS (sostanze perfluoro alchiliche) hanno ricadute importante sulla salute, ci sono evidenze scientifiche che non possono essere smentite. Quello dei PFAS è uno dei casi ambientali più importanti in Europa, che però è rimasto relegato alla stampa locale, con poche eccezioni. Per noi la sfida è stata quella di andare a vedere le reazioni di chi quel territorio lo abita quotidianamente.

Lì mi sono reso conto della difficoltà di raccontare l’inquinamento invisibile. Quando abbiamo iniziato a raccogliere materiale per questa storia, mi stavo occupando della scia di capannoni colmi di rifiuti, incendiati tra Lombardia, Piemonte e Veneto: quelli hanno un impatto visivo molto forte. Sui PFAS ci siamo invece trovati davanti a una situazione opposta, senza impatti visibili perché non c’era acqua visibilmente contaminata.
 

E per le immagini? Come le avete realizzate?

Quagliato. Come prima cosa siamo andati a fotografare le falde. Perché i PFAS entrano da lì e arrivano nelle case delle persone. Allora siamo entrati nelle abitazioni, dove orti e giardini vengono irrigati con l’acqua pescata dai pozzi privati, anche quelli contaminati. E poi c’è una foto molto significativa: si vede uno scarico nel fiume Veneto. Quello è il primo punto dove nel 2013 sono state fatte le prime analisi per misurare la presenza di PFAS.

Prima queste sostanze non venivano neppure cercate. Infine, abbiamo fotografato gli impianti di filtrazione delle acque potabili: si tratta di enormi cisterne, come quelle presenti nelle grandi città.

Qui i paesi sono piccoli ma l’attività di filtraggio delle acque richiedere filtri di grandi dimensioni, proprio perché sono tante le sostanze da filtrare. Questi sono i segni sul territorio che raccontano una storia di inquinamento.
 

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