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Migrazione climatica, perché dovremmo iniziare a pensarci seriamente

Entro il 2050 143 milioni di persone in tutto il mondo potrebbero essere costrette ad abbandonare le loro case a causa dei cambiamenti climatici, che rendono invivibile il territorio in cui sono nate e cresciute.

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©Dmitry Rukhlenko - 123RF

Quando parliamo di migranti, la prima immagine che ci viene in mente è quella di persone disperate in fuga dalla guerra o dalla miseria. A queste cause, però, dobbiamo aggiungerne un’altra che si fa sempre più tangibile: la crisi climatica.

 

L’impatto degli eventi meteorologici estremi

A primo acchito potrebbe essere difficile cogliere il legame tra i due fenomeni, ma i numeri possono aiutarci a comprenderlo. 

 

Tra il 1880 e il 2012 la temperatura media sulla superficie terrestre si è già innalzata di 0,85 gradi centigradi, spiega l’Ipcc (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico) nell’ormai celebre Special Report 15 (Sr15), che lancia un vero e proprio ultimatum alla comunità internazionale. 

 

Questo però è soltanto un dato medio. Una percentuale compresa fra il 20 e il 40 per cento della popolazione globale ha già vissuto sulla propria pelle un incremento delle temperature pari almeno a 1,5 gradi centigradi, perlomeno in una stagione dell’anno. 

 

E cosa succede quando le temperature aumentano? I sistemi naturali e gli insediamenti umani subiscono profonde alterazioni che, a seconda delle circostanze, scatenano siccità, inondazioni, cicloni, piogge eccezionali o eccezionalmente scarse. Nel frattempo, il livello del mare si alza minacciando coste e città. Mentre la biodiversità, preziosissima per l’equilibrio degli ecosistemi e per la sicurezza alimentare, subisce pesanti contraccolpi.

 

Le persone più coinvolte vivono in Paesi a basso e medio reddito, alcuni dei quali hanno subito un calo in termini di sicurezza alimentare, che a sua volta è parzialmente legato all’aumento delle migrazioni e della povertà”, scrive chiaro e tondo il report.

 

“Tra i territori più coinvolti ci sono le piccole isole, le mega città, le regioni costiere e le alte catene montuose. Numerosi ecosistemi nel mondo rischiano impatti severi, in particolare le barriere coralline tropicali e le regioni artiche”. 

 

Quanti saranno i migranti climatici nel 2050

Entro il 2050 143 milioni di persone in tutto il mondo potrebbero essere costrette ad abbandonare le loro case a causa dei cambiamenti climatici, che rendono invivibile il territorio in cui sono nate e cresciute. 

 

La stima è attendibile perché a fornirla è la Banca mondiale, con un report pubblicato nel 2018. Eppure è dichiaratamente parziale, perché considera soltanto i migranti interni, cioè coloro che rimangono entro i confini del proprio Stato. Inoltre esclude gli spostamenti inferiori ai 14 chilometri; una distanza che può sembrarci insignificante, ma non lo è affatto agli occhi di chi vive in una piccola isola.

 

Le fa eco un recente studio dell’organizzazione umanitaria Oxfam, che parla di una media di 20 milioni di migrazioni climatiche interne che si sono susseguite ogni anno nell’ultimo decennio.

 

Al giorno d’oggi, essere costretti a spostarsi all’interno del proprio Paese a causa di cicloni, inondazioni e incendi è sette volte più probabile rispetto all’eventualità che il motivo scatenante siano terremoti ed eruzioni vulcaniche. Tra la probabilità di cambiamenti climatici e quella di conflitti, il rapporto è di tre a uno

 

Il caso dell’Afghanistan

Per farci un’idea più chiara di cosa significhi vivere circostanze così estreme, può essere utile osservare un caso concreto. Il National Geographic per esempio dedica un lungo reportage all’Afghanistan, definito come “uno dei Paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici e uno dei meno equipaggiati per affrontarli”.  

 

Già oggi l’80 per cento dei conflitti si scatena per il controllo di acqua, terra e risorse naturali. Su una popolazione di 33 milioni di abitanti, che per la maggior parte vivono di agricoltura, si stima che circa 13,5 milioni rischino di soffrire la fame. A partire dal 2012, afferma l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, un terzo della popolazione è stata costretta ad abbandonare le proprie case. 

 

Questa tendenza preoccupante è destinata a inasprirsi sempre più, se non si interverrà in modo serio ed efficace per tagliare le emissioni di gas serra

 

Per ora, gli esperti prevedono che l’aumento delle temperature in Afghanistan corra più veloce della media globale. Nella migliore delle ipotesi segnerà +2°C entro il 2100, nella peggiore potrebbe attestarsi sui +6,5°C. Considerato che le precipitazioni resteranno più o meno stabili, il risultato più probabile è una siccità sempre più intensa. Con tutto ciò che ne consegue per la sussistenza della popolazione.