Intervista

Il 10% dei ghiacciai scomparirà anche se l'Accordo di Parigi sarà rispettato

Qual è il futuro che attende i ghiacciai del Pianeta e, in particolari, quelli delle nostre Alpi? L'abbiamo chiesto a Guido Nigrelli, ricercatore presso il CNR-IRPI di Torino.

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©Tommaso Barbanti / 123rf.com

Il 10% dei ghiacciai sulle montagne del Pianeta scomparirà entro la metà di questo secolo anche se la comunità internazionale riuscirà a rispettare l’Accordo di Parigi sul clima, contenendo l’aumento delle temperature medie globali entro gli 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali.

 

Ciò significa perdere l’equivalente di oltre 13.200 chilometri cubici di acqua, abbastanza per riempire il Lake Superior, il più grande lago d’acqua dolce del mondo, a cavallo tra Stati Uniti e Canada. Questo per giunta è un dato medio, ma alcune zone geografiche (come l’Europa centrale e il nord America) rischiano di dire addio al 50% dei loro ghiacciai.

 

Siamo partiti da questi dati allarmanti, elaborati in esclusiva per il quotidiano inglese Guardian, per chiedere qualche spiegazione in più a Guido Nigrelli, ricercatore presso il CNR-IRPI di Torino (l’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Consiglio nazionale delle ricerche). 

 

Lo studio riportato dal Guardian è coerente con i dati in vostro possesso? Vi aspettavate previsioni simili?

Lo studio si basa su fonti attendibili e aggiornate, quindi sicuramente uno studio a cui fare riferimento per avere un quadro generale sulla situazione mondiale. Per quanto riguarda l’Italia invece, dobbiamo segnalare percentuali ancora più elevate. Ad esempio, il più recente catasto dei ghiacciai italiani (2015), basandosi su dati acquisiti fra il 2005 e il 2011, indica una riduzione della copertura glaciale del 30% rispetto ai dati del periodo 1959-1962.

 

Guardando al futuro la situazione in Italia sarà ancora più negativa, nessun falso allarmismo. Entro il 2050 molti ghiacciai sotto i 3.000 m di quota saranno estinti. Recenti studi hanno stimato che nel 2100 la linea di equilibrio dei ghiacciai (cioè la linea di altitudine sopra la quale si accumula ghiaccio e sotto la quale predominano i processi di fusione) si troverà a una quota di quasi 3.300 metri.

 

Entro la fine di questo secolo le Alpi saranno quasi del tutto prive di aree glacializzate, presenti solamente nei più importanti ed elevati massicci montuosi, come ad esempio Monte Bianco e Monte Rosa.

 

Quali sono le peculiarità dei ghiacciai alpini? Sono più o meno a rischio rispetto ad altri ghiacciai europei?

I ghiacciai presenti sulle Alpi sono oltre 2.300 e, di questi, circa 950 sono in Italia. Se paragonati ai ghiacciai di altre zone geografiche come nord e sud America, oppure Himalaya, i nostri ghiacciai hanno dimensioni più ridotte, sono posizionati a quote relativamente più basse e complessivamente occupano un areale geograficamente meno esteso.

 

Queste caratteristiche li rendono ancora più sensibili ai cambiamenti climatici perché tanto sono più ridotti i volumi di un ghiacciaio e tanto più questo reagisce con maggiore velocità all’aumento della temperatura. 

 

Molti dei ghiacciai presenti sulle Alpi sono di tipo vallivo, cioè sviluppano verso il basso una lingua di forma allungata che, come dice il nome, si protende in una valle. Altri invece sono di tipo montano, privi di lingua e in genere di piccole dimensioni (meno di 0,5 km2), occupano le nicchie, i pendii, oppure i canaloni dei rilievi alpini.

 

I ghiacciai delle Alpi presentano tutti spessori molto inferiori ai 1.000 m e la temperatura della loro massa è costantemente attorno a 0 °C, quindi con presenza di acqua di fusione al loro interno: per questo motivo vengono definiti ghiacciai temperati, o caldi.

 

Da alcuni anni a questa parte, molti dei nostri ghiacciai si stanno coprendo di detrito proveniente dai crolli di roccia delle pareti circostanti: una sorta di “coperta naturale” che li protegge dai raggi solari diretti rallentandone un po’ la fusione, ma che toglie al paesaggio glaciale quel bianco candore di cui tutti noi vorremmo godere. La stessa situazione si osserva anche per gli altri ghiacciai europei.

 

Quali sono le possibili conseguenze della fusione di un ghiacciaio alpino?

In realtà, il processo di fusione che interessa un ghiacciaio alpino non costituisce un problema se il bilancio di massa annuale di un ghiacciaio – cioè la differenza tra gli apporti nevosi che alimentano il ghiacciaio e le perdite di ghiaccio sotto forma di acqua di fusione che escono – risulta positivo.

 

In buona sostanza un semplice bilancio entrate e uscite, praticamente come un conto in banca. Se il bilancio è positivo, il ghiacciaio diventa una sorta di “banca dell’acqua”. L’acqua viene raccolta e conservata sotto forma di neve e ghiaccio, per poi venire gradualmente rilasciata sotto forma di acqua di fusione.

 

Da oltre vent’anni però, i bilanci di massa annuali dei nostri ghiacciai sono quasi tutti negativi, cioè i nostri ghiacciai rilasciano più acqua di quanta ne raccolgano. Questo è il problema. I dati del World glacier monitoring service non lasciano dubbi e questo vale per quasi tutti i ghiacciai del mondo.

 

Pensate che, durante i nostri sopralluoghi annuali ai ghiacciai che osserviamo, ci capita sempre più di frequente di misurare arretramenti delle fronti glaciali di circa 20 metri/anno e diminuzioni dello spessore del ghiacciaio di più di 3 metri/anno. Questo vuol dire che, oltre a fondere lo strato di neve caduto sul ghiacciaio l’inverno precedente (spesso alcuni metri a seconda del settore alpino considerato), ogni anno viene fuso anche un significativo strato di ghiaccio.

 

In caso di bilanci di massa negativi per molti anni consecutivi, come avviene ora, le conseguenze sono diverse, sono negative e si manifestano non solamente dove ci sono i ghiacciai, ma arrivano ad interessare anche le comunità insediate più a valle.

 

Fra le conseguenze più importanti vi sono l’aumento della pericolosità e del rischio nelle zone che prima erano occupate dai ghiacciai, dovute all’evolversi di fenomeni gravitativi quali frane di crollo oppure colate di detrito, come riportato in alcuni nostri studi; oppure, problema ben più grave se proiettato nel medio-lungo periodo, la difficoltà di approvvigionamento idrico per diversi scopi, come riportato anche nell’IPCC focal point for Italy.

 

Quali ghiacciai italiani versano in condizioni particolarmente critiche?

Praticamente quasi tutti i ghiacciai alpini e non solo quelli italiani si stanno riducendo fortemente. Il vistoso arretramento delle fronti e la significativa riduzione dello spessore è ogni anno ben visibile da tutti gli escursionisti e gli alpinisti che frequentano le nostre montagne con regolarità. 

 

In questo contesto generale, i ghiacciai italiani sono ancora più sensibili a queste riduzioni perché, occupando il versante meridionale delle Alpi, risultano maggiormente esposti al sole e quindi a una fusione più accentuata. Inoltre, i ghiacciai di piccole dimensioni, cioè quelli che hanno un’area inferiore a 0,5 km2, sono quelli sicuramente più a rischio di estinzione. 

 

Le conseguenze sono facili da prevedere. Nei prossimi decenni andremo sempre di più incontro a seri problemi di approvvigionamento idrico perché le sole acque meteoriche potrebbero non essere sufficienti per soddisfare i bisogni della popolazione; ci saranno problemi in tutti i settori produttivi e anche sotto l’aspetto ecologico e ambientale.

 

In conclusione, le Alpi subiranno profondi cambiamenti. Ma la situazione riscontrata sulle Alpi rientra in un contesto di cambiamento climatico generalizzato e a scala globale. Le conseguenze sono globali perché il problema è globale e può riassumersi in un’unica parola: Antropocene.

 

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