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La CO2 dell’e-commerce e l’aria da ripulire

Comprare online non è un'attività priva di impatti sull'ambiente. Tra resi e invenduti, anzi, il bilancio può essere molto negativo. Così c'è chi ha introdotto nuove regole per comprare crediti di sostenibilità: il caso della California.

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©Andriy Popov -123rf

È bello poter scegliere tra un’infinità di prodotti online, acquistarli direttamente dal proprio divano con un solo click e riceverlo direttamente a casa. Eppure tutta questa comodità ha un costo ambientale non indifferente.

La domanda è: in termini di emissioni, è più vantaggioso acquistare online o recarsi presso il punto vendita più vicino? Al quesito ha cercato di rispondere il giovane team di DueGradi, web magazine sul cambiamento climatico.
 

L’e-commerce conviene se si abita lontano dai negozi

La risposta non è per niente scontata. Vero è che, almeno nella teoria, l’e-commerce non è più inquinante del commercio offline tradizionale. Anzi: acquistare online può essere un buon modo per ridurre l’inquinamento provocato dallo spostamento autonomo di milioni di consumatori.

La pratica, però, è diversa perché ci sono un sacco di variabili. DueGradi ha affidato la risposta a Fabio Iraldo, docente all’Istituto di Management della Scuola Sant’Anna di Pisa, secondo il quale, in termini ambientali, comprare online conviene quando il cliente per recarsi al punto vendita deve percorrere una distanza significativa.

Quindi, se il negozio fisico serve una clientela che si trova all’interno di un raggio di 15 km, sostituirlo con il negozio online è un danno in termini ambientali.

Naturalmente, questa non è l’unica variabile da prendere in considerazione: l’e-commerce è dispendioso, sempre stando all’impatto sull’ambiente, per via delle consegne veloci, dei resi e della distruzione dell’invenduto.
 

La piaga del reso e dell’invenduto

Secondo un’inchiesta pubblicata da Mani Tese, in Italia il gigante del commercio on-line Amazon distrugge mensilmente fino a 100 mila prodotti nuovi nei poli logistici del territorio. Si tratta di resi danneggiati e beni invenduti: solo una minima parte di questi trova una seconda vita sugli scaffali o diventa un dono.

È più conveniente distruggere che restituire la merce al fornitore e allo smaltimento non finisce solo la merce invenduta o danneggiata ma anche quella restituita dall’utente. La regola per cui “il cliente ha sempre ragione” è sacra e per cui si distruggono centinaia di migliaia di prodotti al giorno.
 

I crediti per ripulire l’aria, in California

Il problema è molto più sentito negli Stati Uniti che altrove. Il South Coast Air Quality Management District della California ha addirittura approvato una nuova regola che obbliga tutti i gestori di grandi magazzini a ripulire l’aria "sporcata".

In che cosa consiste? I grandi brand dell’e-commerce possono acquistare punti che si ottengono con attività di compensazione, per esempio puntando sui camion elettrici per trasportare le merci, oppure producendo energia elettrica da fonti rinnovabili.

Nel caso le aziende non avessero la possibilità di adottare tali iniziative, dovranno pagare multe salate. Secondo gli autori, il nuovo regolamento ridurrà le emissioni di gas del 15%. Che significa 300 decessi e 5800 attacchi di asma in meno e un risparmio complessivo per la comunità di 2,7 miliardi di dollari.

Su questo aspetto, Amazon si è impegnata a raggiungere l’obiettivo di zero emissioni entro il 2040. Per farlo è necessario che cambi politica sulla gestione dell'invenduto e che questo serva da monito anche per gli altri operatori del commercio online.
 

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