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Digital Detox: perché è importante imparare a usare la tecnologia nel modo giusto

Un rapporto equilibrato con le nuove tecnologie, smartphone in primis, ha enormi vantaggi in termini di serenità e sicurezza. Ecco le più utili strategie di digital detox.

Digital detox

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©prykhodov / 123rf.com

Perché abbiamo bisogno del digital detox

Quante volte abbiamo sentito parlare in astratto di “digital detox”? Ai più disincantati sembrerà solo un’espressione modaiola che ben di rado si traduce in qualcosa di concreto. Per i più idealisti, invece, è il sogno di esplorare zaino in spalla qualche paradiso tropicale, tagliando i ponti con tutto e tutti.

 

Anche tenendoci lontani da questi due estremi, possiamo iniziare a riflettere sul fatto che un sano digital detox è una necessità, considerati i tempi in cui viviamo. 

 

Uno studio di Dscout sostiene che ciascuno di noi tocchi lo smartphone addirittura 2.617 volte in una giornata-tipo. Se è vero che nella stragrande maggioranza dei casi ci limitiamo a controllare l’ora o le notifiche in arrivo, le sessioni più impegnative sono 76. Un numero di tutto rispetto.

 

Quest’onnipresenza di internet, però, può peggiorare sensibilmente la qualità della nostra vita su due fronti: quello psicologico e quello della sicurezza. Ripercorriamo i motivi principali e cerchiamo poi di capire cosa possiamo fare, nella pratica, per affrontarli. 

 

L’attenzione di un pesce rosso

Suona la sveglia e d’istinto, prima ancora di alzarci dal letto e aprire la finestra per far entrare la luce del sole, controlliamo se qualcuno ci ha scritto un messaggio su Whatsapp durante la notte.

 

Se la risposta è “sì”, magari ne approfittiamo per rispondergli. Già che ci siamo, tanto vale ripetere lo stesso procedimento con le mail, poi Facebook e Telegram. Dopo mezz’ora siamo ancora sotto le coperte, con gli occhi ancora impastati di sonno ma il cervello già sovraccarico.

 

È la routine di tante, tantissime persone. Fino a qualche anno fa di questo gruppo faceva parte anche Alessio Carciofi, oggi docente in Marketing & Digital Wellbeing e speaker di un interessante TEDx Talk dedicato proprio al digital detox.

 

A un certo punto, però, Alessio Carciofi si è reso conto che qualcosa si era rotto. Che l’uso compulsivo dello smartphone gli stava rubando il sonno, la concentrazione, l’efficienza, il tempo da dedicare a sé stesso e alle persone care.

 

Lo sostengono anche numerose ricerche. Nel 2000 la soglia di attenzione media dell’uomo era pari a 12 secondi, nel 2015 era scesa a 8. Ci supera addirittura il pesce rosso, smemorato per antonomasia, che arriva a 9.

 

A chi si trincera dietro il concetto di multitasking risponde una ricerca della University of London, che attesta un peggioramento delle capacità cognitive quando si fanno più cose in contemporanea. Un po’ come capita dopo aver passato una notte insonne o aver fumato marijuana.  

 

Come avere un rapporto equilibrato con la tecnologia

Dobbiamo quindi rassegnarci a essere perennemente distratti e inefficienti? Tutt’altro! Senza eccessi, una certa dose di digital detox ci può aiutare a impostare una routine più salutare. Ecco qualche semplice consiglio:

  • in determinati momenti della giornata (al mattino appena svegli, durante i pasti, durante la corsa al parco o il workout in palestra, di notte) scolleghiamo i dispositivi elettronici;
  • se vogliamo aumentare la produttività nello studio o nel lavoro, viene in nostro aiuto la tecnica del pomodoro che prevede di scaglionare il tempo in modo perentorio, con 25 minuti di concentrazione intensa seguiti da 5 minuti di pausa;
  • se proprio ci sentiamo sopraffatti dallo stress, possiamo concederci una vacanza digital detox, cioè totalmente disconnessa dal mondo digitale. Non serve andare in capo al mondo! Sono più che sufficienti un impegnativo trekking in montagna con pernottamento in rifugio, o un rilassante weekend in un agriturismo immerso nel verde.

 

Tutti i rischi informatici che sottovalutiamo

Esiste però un altro, grande motivo per cui dovremmo riflettere molto bene sul nostro stato di iperconnessione (e possibilmente correre ai ripari). Usiamo i dispositivi digitali per fare qualsiasi cosa con eccessiva disinvoltura, e lo faremo ancora di più quando la rete 5G riempirà le nostre case di dispositivi intelligenti. Non ci rendiamo conto, però, di quanto tutto ciò ci renda vulnerabili.

 

Il Rapporto Clusit 2020 sulla sicurezza ICT in Italia annovera 10.087 attacchi informatici noti di particolare gravità che si sono susseguiti dal 2011 in poi, di cui 1.670 nel 2019. Questa è una stima al ribasso, perché prende in analisi solo le minacce cibernetiche che sono andate a segno provocando danni consistenti. Per giunta, è lecito immaginare che molte altre non vengano mai rese note.

 

Gli attacchi di questo calibro vanno a colpire soprattutto le infrastrutture informatiche delle aziende, ma noi cittadini non possiamo certo ritenerci immuni. Nel 2019 la Polizia Postale ha ricevuto oltre 196mila segnalazioni di truffe online e ha segnalato 6.854 casi di financial cybercrime. In aumento soprattutto il phishing, che consiste nei vari stratagemmi per sottrarre password, pin e dati sensibili.  

 

Come proteggere la nostra privacy in Rete

Ma noi comuni cittadini, che magari abbiamo ben poca confidenza con gli aspetti tecnici e non possiamo certo sguinzagliare squadre di esperti IT come fanno le multinazionali, cosa possiamo fare per difenderci?

 

“In un mondo sempre più connesso, tutti dovrebbero adottare delle misure per proteggere la propria privacy e la sicurezza online, come usare delle VPN, l’autenticazione a due fattori, controllare le impostazioni della privacy ecc.”, sostiene Harold Li, vice presidente di ExpressVPN.

 

Andiamo dunque ad approfondire i suoi tre consigli:

  • che cos’è una VPN? La possiamo immaginare come un canale di comunicazione riservato tra il singolo dispositivo e Internet. Letteralmente la sigla sta per “virtual private network”, dove il termine “virtual” sottolinea come non ci sia bisogno di un allacciamento fisico simile a quello della LAN domestica. Una VPN aggiunge un livello di protezione ulteriore rispetto a quello della comune connessione, criptando i dati e nascondendo posizione geografica e IP;
  • dopo l’iscrizione a un nuovo social network o a un sito di e-commerce, qual è la prima cosa da fare? L’utente medio si getta a capofitto alla scoperta dei contenuti, dimenticando totalmente di verificare le impostazioni della privacy. Salvo poi scoprire (magari dopo anni) che le sue scelte d’acquisto sono state vendute a terze parti per generare inserzioni profilate, o che ai post che credeva riservati si può risalire da una banale ricerca su Google;
  • il primo passo per tutelarsi in Rete è quello di scegliere password complesse e sempre diverse, cambiarle a intervalli regolari e conservarle in modo sicuro. Questo però potrebbe non bastare di fronte al proliferare dei data breach (violazioni dei dati personali). A quel punto si può ricorrere all’autenticazione a due fattori. Invece di chiedere soltanto “una cosa che sai” (cioè appunto password o pin), il servizio digitale può chiedere anche “una cosa che sei” (cioè la scansione dell’iride, dell’impronta digitale ecc.) oppure “una cosa che hai” (il tipico esempio è il codice numerico inviato a un dispositivo di proprietà come lo smartphone o un token).

 

Un’ultima considerazione per chiudere il cerchio. I device digitali che ci accompagnano giorno dopo giorno non vanno demonizzati, anzi. Sono risorse incredibili che possono davvero migliorare la nostra qualità della vita. Farne un uso più consapevole serve proprio a questo: a vivere appieno le opportunità che ci offrono, abbassando il più possibile i rischi.