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Fronti di deforestazione: il nuovo studio del WWF

43 milioni di ettari di foresta andati perduti nell’arco di appena tredici anni tra Asia, Africa e America Latina. È il dato più preoccupante che emerge da un nuovo report del WWF.

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©Richard Whitcombe / 123rf.com

Persi 43 milioni di ettari di foreste in 13 anni

Pensiamo alla California, con le sue metropoli trafficate, gli avveniristici campus della Silicon Valley, i magnifici parchi nazionali costellati di sequoie monumentali. Questo Stato americano si estende su 43 milioni di ettari. L’equivalente della superficie forestale che è andata distrutta nell’arco di appena 13 anni, dal 2004 al 2017. 

 

È quanto svela un nuovo report del WWF che si focalizza su 24 fronti di deforestazione, cioè luoghi che hanno una concentrazione significativa di hotspot di deforestazione e dove vaste aree delle restanti foreste sono minacciate”.

 

Questi 24 fronti di deforestazione occupano un’area complessiva di 710 milioni di ettari e si trovano tutti nelle aree tropicali e subtropicali di Asia, Africa e America Latina. Oltre a quelli già tristemente noti, come l’Amazzonia brasiliana e l’isola di Sumatra (Indonesia), rispetto alle precedenti indagini ne sono stati aggiunti altri, come la Liberia, la Costa d’Avorio e il Ghana (in Africa), la foresta amazzonica in Guyana e Venezuela e la foresta Maya tra Messico e Guatemala.

 

Il WWF si concentra su questi 24 territori poiché tra il 2004 e il 2017 hanno perso circa un decimo della loro superficie totale, subendo in prima persona almeno i due terzi della deforestazione avvenuta su scala globale tra il 2000 e il 2018. Quasi la metà della foresta superstite risulta frammentata, rivelandosi così più vulnerabile agli incendi e ad altri sconsiderati interventi umani.

 

La deforestazione nel nostro carrello della spesa

I numeri già da soli dicono molto, ma vanno accompagnati da una riflessione sulle cause di questo fenomeno

 

Il settore agroalimentare è il principale indiziato soprattutto in America Latina, dove le foreste vengono bruciate per lasciare spazio a pascoli di bovini e piantagioni di soia, e nel Sudest asiatico, dove invece prevalgono le coltivazioni di palma da olio. 

 

Proprio di recente il WWF ha pubblicato un altro report che va a ricollegare i consumi di noi europei alla distruzione della foresta amazzonica. Accendendo i riflettori sul pesante impatto di prodotti comunissimi, dal caffè alla bresaola.

 

E in Africa? Lì “l’agricoltura di sussistenza rimane un fattore chiave, tuttavia l’agricoltura commerciale tende ad espandersi nel tempo, accompagnata dal prelievo su piccola scala di legname per l’energia, sebbene quest’ultimo produca principalmente degrado forestale piuttosto che vera e propria deforestazione”, si legge nel report. 

 

Le altre cause di deforestazione

Il taglio – legale o meno – del legname resta un fenomeno preoccupante perché contribuisce al degrado dell’ecosistema, preludio del disboscamento vero e proprio. In questi ultimi anni, però, avviene soprattutto su piccola scala. 

 

Altre volte le foreste vengono intaccate dalla costruzione di nuove strade. Proprio in questi giorni per esempio è stata asfaltata – nonostante il parere contrario dell’Unesco– un’arteria che attraversa il parco nazionale di Gunung Leuser, in Indonesia. Un ecosistema unico in cui convivono almeno trecento specie di uccelli e 130 specie di mammiferi, incluse specie in via di estinzione come l’elefante e il rinoceronte di Sumatra.

 

Tra le altre cause citate dal report si annoverano le operazioni minerarie non industriali, gli insediamenti umani e l’accaparramento di terreni pubblici funzionale a interessi industriali.