News

I piccoli crostacei possono frantumare la microplastica in 4 giorni

La scoperta di un'università irlandese accende i riflettori su un fenomeno finora sottovalutato: le microplastiche ingerite dalla fauna marina possono essere trasformate in nanoplastiche, amplificando così il pericolo per l'ambiente. E per l'uomo.

Crostacei e microplastiche

Credit foto
©https://www.nature.com/articles/s41598-020-69635-2

Uno studio della University College di Cork, Irlanda, ha dimostrato che alcuni esemplari di piccoli crostacei possono frantumare i frammenti di microplastica in pezzi ancora più piccoli, addirittura più piccoli delle dimensioni di una cellula, in tempi rapidissimi (meno di 96 ore).

Studiando l'anfipode Gammarus duebeni, un crostaceo lungo appena 2 centimetri, il team di scienziati ambientali ha scoperto che le sfere di microplastica non solo vengono ingerite dagli animali, ma anche frammentate fino a diventare particelle di nanoplastica.
 

Non è una buona notizia

Sgomberiamo subito il campo da eventuali equivoci: non è una bella notizia. A dirlo è Alicia Mateos-Cárdenas, autrice principale della ricerca pubblicata su Scientific Reports, la quale ha affermato che l’inaspettata scoperta dimostra che “questi frammenti sono abbastanza piccoli da passare attraverso le membrane cellulari” e pertanto si ritiene che “possano essere potenzialmente più dannosi per la fauna selvatica rispetto alle microplastiche”.

Perché si considerino microplastiche, infatti, i frammenti devono misurare almeno 5 millimetri. Ma una volta scomposti dai crostacei, questi frammenti misurano meno di un micron, ovvero un millesimo di millimetro.

Non solo questa frammentazione biologica potrebbe essere una minaccia per la fauna (questo crostaceo è infatti solo una delle oltre 200 specie di Gammarus trovate a livello globale nei fiumi, negli estuari e negli oceani) ma gli effetti dannosi dei contaminanti plastici potrebbero aumentare al diminuire della dimensione delle particelle.
 

Effetti della plastica in mare ancora poco conosciuti

Fino a ora la frammentazione della plastica negli oceani è stata in gran parte attribuita a processi fisici lenti come l'azione di onde e luce solare: un processo che può richiedere anni o persino decenni.

"Quando ho iniziato a studiare il fenomeno tre anni fa, sembrava così folle che animali così piccoli potessero frammentare la plastica” ha aggiunto Cárdenas “ma la nostra ricerca mostra che i frammenti di plastica comprendevano quasi il 66% di tutte le particelle microplastiche osservate accumulate nell'intestino di questi animali”.

Gli scienziati hanno utilizzato microsfere di polietilene, il polimero più comune che si trova nelle bottiglie di plastica. Ogni microperla era stata contrassegnata con un colorante fluorescente, quindi l'ingestione e la frammentazione potevano essere monitorate utilizzando un microscopio.

"Questa scoperta accresce la nostra comprensione sul destino della plastica nell'ambiente", ha concluso Mateos-Cárdenas. "Ma una volta che la plastica raggiunge i fiumi e gli oceani, non sappiamo veramente cosa succede.

Se gli animali li ingeriscono e li frammentano, il problema si amplifica: le nanoplastiche potrebbero accumularsi più in alto nella catena alimentare, anche potenzialmente negli esseri umani e le sostanze chimiche tossiche potrebbero potenzialmente aderire alla superficie di queste nanoparticelle".