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Covid-19 e una chance per un capitalismo diverso

Lo shock del coronavirus può essere il punto di partenza per costruire un modello di sviluppo diverso, in cui i governi sono garanti del bene della collettività e dell’economia. È la tesi dell’economista Mariana Mazzucato.

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©Grosescu Alberto / 123rf.com

Covid-19, le misure economiche dei governi

Oltre che un’emergenza sanitaria, il coronavirus è un’emergenza economica. Da un giorno all’altro interi comparti sono rimasti letteralmente paralizzati (basti pensare a turismo, hospitality, ristorazione, spettacolo, musica, cultura, sport). Altri hanno dovuto rivoluzionare i loro processi per garantire la sicurezza dei dipendenti.

 

Le attività produttive non essenziali sono state costrette a chiudere, oppure hanno scelto di riconvertire i loro stabilimenti per la produzione di mascherine (è il caso, tra gli altri, di Calzedonia), camici (Armani, Prada e non solo) o disinfettanti (come Bulgari e Ramazzotti).  

 

È evidente che la priorità assoluta in questo momento è quella di fermare il virus, costi quel che costi. Ma è altrettanto evidente che, al tempo stesso, bisogna scongiurare il tracollo dell'economia

 

Con il cosiddetto decreto Cura Italia, il governo italiano guidato da Giuseppe Conte ha stanziato circa 25 miliardi di euro per quattro grandi capitoli di spesa: potenziare il servizio sanitario nazionale e la protezione civile; dare sollievo immediato a lavoratori e aziende, tramite la cassa integrazione e una serie di bonus e indennizzi; garantire la liquidità a famiglie e imprese; sospendere alcuni adempimenti fiscali. 

 

Nella serata del 28 marzo Conte ha annunciato una nuova iniezione di liquidità per i Comuni: 4,7 miliardi di euro da mettere a disposizione delle fasce più povere della popolazione per l’acquisto di cibo e altri beni di prima necessità, anche tramite i “buoni spesa”. 

 

Nel frattempo, i leader dell’Unione europea respingono al mittente l’ipotesi dei coronabond (cioè obbligazioni emesse per finanziare le spese sanitarie e la ripresa dell’economia) e si prendono altro tempo per impostare una linea unitaria. 

 

I governi sono troppo fragili per affrontare la crisi

“Ma c’è un problema. Gli interventi di cui abbiamo bisogno richiedono una cornice molto diversa rispetto a quella che hanno scelto i governi”. È la tesi di un editoriale del Guardian a firma di Mariana Mazzucato, economista, docente alla UCL di Londra e autrice di The value of everything (edito in italiano da Laterza con il titolo Il valore di tutto).

 

A partire dagli anni Ottanta – spiega – i governi hanno lasciato che i mercati si sviluppassero in autonomia, entrando in gioco soltanto emergeva qualche problema evidente. Cosa significa? Che in questo momento il settore pubblico non è abbastanza solido per fare fronte a uno shock sistemico come la crisi climatica o, appunto, il coronavirus. 

 

Ne abbiamo una prova osservando il servizio sanitario nazionale annaspare di fronte all’ondata di malati da trasferire in terapia intensiva. In questi giorni a Milano procedono i lavori per l’insediamento di circa duecento posti letti nei padiglioni di fieramilanocity, un progetto mai sperimentato prima nel nostro Paese. Non è affatto una consolazione scoprire che quest’emergenza non riguarda solo noi. Nel Regno Unito, per esempio, dal 2015 in poi la sanità pubblica ha subito tagli superiori al miliardo di sterline.  

 

L’occasione per dare vita a un capitalismo diverso

Questa crisi drammatica, suggerisce però Mazzucato, può servirci come punto di partenza per costruire un capitalismo diverso. Un sistema in cui i governi assumono un ruolo nuovo, attivo, propositivo. 

 

Come tradurre questo proposito in termini più concreti? Secondo l’economista, i governi sono chiamati a svolgere quattro compiti fondamentali:

 

  • Sostenere – o creare ex novo – enti capaci di prevenire l’insorgere delle crisi e intervenire in modo più efficace quando si verificano (uno tra tutti, il sistema sanitario);

 

  • Coordinare le attività di ricerca e sviluppo per fare in modo che siano al servizio del bene pubblico, non dei profitti delle aziende; 

 

  • Strutturare le partnership tra pubblico e privato per coniugare il benessere dei cittadini con quello dell’economia;  

 

  • Imparare la lezione della crisi finanziaria globale del 2008. Nel momento in cui i privati bussano alla porta del pubblico, non ci si può limitare a elargire fondi senza chiedere nulla in cambio. Ben vengano le iniezioni di denaro pubblico, purché siano reinvestite in un futuro più sostenibile

 

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