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Amazon e soci: perché le big del web pagano poche tasse

Fatturare miliardi e pagare soltanto il 2,4% di tasse? È il trattamento di favore di cui godono i colossi del web in Italia.

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©prykhodov / 123rf.com

Quanto guadagnano i colossi del digitale in Italia

Amazon, Microsoft, Alphabet (la holding di Google), Facebook, Apple, Uber, Expedia... I nomi di questi colossi tecnologici bene o male ci sono familiari, così come i servizi digitali che offrono, ormai onnipresenti nella nostra quotidianità.

 

Sono sedici le big del web presenti in Italia con le loro società controllate, tutte ubicate tra Milano e dintorni, fatta eccezione per la biellese Bonprix e per la romana Booking. Il report pubblicato da Mediobanca a fine novembre le chiama WebSoft, da “web” e “software”. 

 

Le loro attività nel Belpaese sono solo briciole rispetto a quelle globali, ma raggiungono comunque numeri interessanti: il loro fatturato supera i 2,4 miliardi di euro, con una forza lavoro pari a 9.840 persone.

 

Giganti nel web, invisibili (o quasi) per il fisco

Teniamo bene a mente queste cifre, perché ci sono utili per riflettere su una situazione apparentemente assurda. Nel 2018, queste aziende hanno versato al fisco italiano 64 milioni di euro di tasse, che equivalgono ad appena il 2,7 per cento del loro fatturato complessivo. A questo, si aggiungono 39 milioni di euro di sanzioni.

 

Tutto ciò mentre un lavoratore dipendente con un imponibile di 15mila euro, poco più di mille euro al mese, deve versare allo stato il 23% del suo reddito, che sale progressivamente fino al 43% per la quota di imponibile che supera i 75mila euro. E una ditta ci deve aggiungere anche Irap, Iva e Ires. 

 

Com’è possibile tutto questo? La formula magica, spiega il report di Mediobanca, si chiama “cash pooling”: l’84,7% della liquidità viene spostata in paesi a fiscalità agevolata, mentre in Italia restano (e vengono tassate) soltanto le briciole.

 

Che fine ha fatto la web tax

In teoria, ad appianare queste palesi discrepanze doveva essere la web tax di cui si parla addirittura dal 2017. Come specifica QuiFinanza, però, la norma è stata approvata soltanto formalmente, perché i decreti attuativi sono rimasti nel limbo fino a oggi.

 

Ritroviamo la web tax nella legge di bilancio 2020, con una fondamentale differenza: niente più decreti attuativi, dal 1° gennaio sarà in vigore.

 

Come spiega Money.it, si applica un’aliquota fissa pari al 3% a una serie di “prestazioni di servizi effettuate tramite mezzi elettronici e rese nei confronti di imprese residenti nel territorio dello Stato e delle stabili organizzazioni di soggetti non residenti”. In altre parole, alle famose websoft. Nello specifico, si vanno a tassare i ricavi della pubblicità digitale, i servizi a pagamento dei social network o delle piattaforme di e-commerce, e così via.

 

Se andiamo a spulciare l’ultimo comma della legge di bilancio, però, scopriamo che la web tax decade automaticamente se entrano in gioco accordi a livello sovranazionale. Insomma, potrebbe non essere ancora detta l’ultima parola.

 

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