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"Fashion victims": le vere vittime della moda

Da dove arrivano i capi di abbigliamento che ci vengono offerti a profusione, a prezzi sempre più bassi? A darci una risposta, dura ma reale, è il documentario "Fashion Victims".

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Credit foto
©DFID - UK Department for International Development / Wikimedia Commons

Il fast fashion può essere sostenibile?

Basta dare uno sguardo alle vetrine dei negozi che affollano il centro città, o a quelle virtuali dei siti di e-commerce, per capire quanto è difficile resistere alle tentazioni che ci vengono proposte di continuo. 

 

Le collezioni ormai si rinnovano di settimana in settimana, con i loro colori sgargianti e i loro prezzi sempre più bassi: basta sborsare qualche decina di euro ed ecco il vestito giusto per fare bella impressione alla festa di venerdì sera, o alla riunione con il nuovo cliente. Non bisogna per forza essere appassionati di moda per lasciarsi abbagliare da questa sovrabbondanza di offerta

 

Per questo, siamo chiamati a sfoderare tutta la nostra forza di volontà per prendere coscienza dei meccanismi del fast fashion. Com’è possibile che una maglietta confezionata dall’altro capo del Pianeta, che è passata di mano in mano decine di volte prima di arrivare allo scaffale, ci venga offerta a meno di 10 euro? Qual è il suo vero prezzo e chi lo paga? 

 

La risposta ci può turbare, ma merita di essere conosciuta. Se non altro perché ci dà gli strumenti per scegliere con più consapevolezza

 

“Fashion victims”, il documentario

Presentato al 29° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina (Fescaal), “Fashion Victims” è un documentario di Alessandro Brasile e Chiara Cattaneo

 

Il reportage ci fa viaggiare fino a Tamil Nadu, lo stato più meridionale dell’India insieme al Kerala, dove milioni di adolescenti e giovani donne migrano dalle campagne alle città per lavorare nell’industria tessile. Quella stessa industria che inonda noi occidentali di capi di abbigliamento a basso costo. 

 

Pur di lasciarsi alle spalle le loro condizioni di assoluta indigenza, le ragazze finiscono per essere assunte attraverso i cosiddetti schemi di reclutamento e sfruttamento. Uno dei più noti prende il nome di “Sumangali scheme” e, senza troppi giri di parole, può essere definito come puro e semplice schiavismo.

 

Ad attendere queste ragazze sono turni di venti ore al giorno all’interno di strutture insane e pericolose, senza il permesso di allontanarsi né comunicare con l’esterno, ricevendo una somma che basta a malapena per la sussistenza. Solo tre anni dopo (o addirittura cinque) dopo arriva il tanto agognato compenso, che si aggira tra i 500 e gli 800 euro

 

I risvolti tragici sono all’ordine del giorno. Incidenti, mancati pagamenti, fughe, suicidi, violenza sessuale, addirittura omicidi.

 

Il disastro del Rana Plaza e le sue conseguenze

Una descrizione del genere è agli antipodi rispetto al nostro vissuto, a tal punto da sembrarci istintivamente quasi una finzione cinematografica. Eppure, è la realtà quotidiana per migliaia di persone. Sulla loro esistenza si sono accesi i riflettori sei anni fa, nel modo più improvviso e drammatico. 

 

Era il 24 aprile 2013 quando alla periferia di Dacca, la capitale del Bangladesh, un edificio di otto piani chiamato Rana Plaza iniziò a mostrare i primi segni di cedimento. Al suo interno c’erano migliaia di operai tessili.

 

Dopo una prima evacuazione, gli operai furono rispediti al lavoro. Nell’arco di poche ore il palazzo crollò. 1.129 i morti e 2.515 i feriti, molti dei quali rimasero disabili.

 

Fu uno shock per l’opinione pubblica di tutto il mondo. Sia perché nella storia non si era mai verificato un incidente mortale così grave in una fabbrica tessile, sia perché gli operai confezionavano i capi destinati a finire sugli scaffali di Auchan, Benetton, El Corte Inglés, Inditex, Mango, Primark, Walmart e molti altri brand che ben conosciamo.

 

L’ondata di indignazione, quantomeno, ha prodotto i suoi frutti. Nell’arco di pochi mesi si è istituita la Clean Clothes Campaign (in Italia, Campagna Abiti Puliti) che ha convinto più di 200 aziende tessili bengalesi a sottoscrivere l’Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh.

 

Da lì è partito un programma di ispezioni indipendenti e formazione dei lavoratori, che ha migliorato sensibilmente la sicurezza delle fabbriche locali. 

 

Il programma quinquennale è stato esteso e arricchito nel 2018, per rendere ancora più stringenti le garanzie per gli operai e coprire quelle aree che ancora erano escluse dal perimetro dell’accordo precedente. 

 

In tutti questi anni, gli attivisti non hanno mai mollato la presa. Continuano a organizzare mobilitazioni pubbliche, riunioni con i vertici delle aziende, campagne informative e di comunicazione. Un’opera che vale la pena di seguire e sostenere. 

 

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