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Cos'è "Chimica verde"

Con l’associazione Chimica Verde Bionet, Legambiente – insieme a un gruppo di esperti e accademici – ha voluto dare il suo contributo a una chimica più rispettosa del Pianeta

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©Chokniti Khongchum / 123rf.com

Verso una chimica buona

Chi ha detto che la chimica debba essere “cattiva” a prescindere? Dopotutto, noi stessi siamo chimica, così come tutto ciò che ci circonda. 

 

Se questo termine negli ultimi anni ha assunto una connotazione negativa, è perché viene istintivamente ricollegato a tutti quei prodotti di sintesi che sono realizzati con materie prime non rinnovabili e, spesso, sono difficili da smaltire e hanno un impatto negativo sul nostro Pianeta. 

 

Ma anche di quei prodotti, in fin dei conti, abbiamo bisogno. Pensiamo a coloranti, solventi e addensanti, tessuti e materiali compositi, lubrificanti, tensioattivi, bioplastiche, prodotti per cosmesi e nutraceutica. O a tutto ciò che ruota attorno al mondo dell’energia.

 

Ciò significa che dobbiamo arrenderci a distruggere il Pianeta? Tutt’altro. Legambiente, insieme a un gruppo di esperti e accademici italiani, ha optato per un approccio propositivo, dando vita nel 2006 a un’associazione senza scopo di lucro chiamata Chimica Verde Bionet.

 

Il suo obiettivo è quello di promuovere la ricerca e l’applicazione industriale di alternative ai prodotti di origine petrolchimica. Alternative che sfruttino le materie prime di origine vegetale e che, lungo tutta la loro filiera di lavorazione, rispettino la salute del territorio e degli esseri umani.

 

Il Manifesto della chimica verde

Lo sviluppo del settore della Chimica Verde è un’opportunità per il rilancio dell’economia nel nostro Paese così come nel resto del Mondo. In Italia vi sono riconosciute punte di eccellenza”. Inizia così il Manifesto della chimica verde, che si può consultare integralmente nel sito dell’associazione.

 

L’associazione ha voluto mettere nero su bianco alcuni criteri per il corretto sviluppo della chimica verde, basati sui principi della sostenibilità e validati dagli scienziati. 

 

Di seguito, i cinque punti fondamentali del manifesto:

  1. la prima bioraffineria è la pianta e la chimica verde è un’opportunità da coltivare;
  2. i bioprodotti e i processi correlati necessitano di criteri di sostenibilità che definiscano rinnovabilità, biodegradabilità, tracciabilità e minima tossicità per l’uomo e l’ambiente;
  3. la ricerca scientifica, l’innovazione tecnologica, la produzione e il consumo di bioprodotti richiedono l’introduzione e l’applicazione di una adeguata normativa, non discriminatoria nei confronti di alcuna filiera;
  4. la chimica verde deve essere adeguatamente regolamentata attraverso un percorso condiviso con i portatori di interesse;
  5. un piano di comunicazione, trasferimento e formazione pluriennale deve essere elaborato e condiviso con le amministrazioni regionali e gli altri enti competenti ad esso predisposti. 

 

I progetti dell’associazione Chimica Verde

Nel concreto, l’associazione si è cimentata con una serie di iniziative eterogenee.

 

Una di esse è il vademecum plastic free, che parte dal presupposto per cui non è pensabile azzerare l’uso di plastica da un giorno all’altro, ma ciascuno deve fare la sua parte per sostituirla laddove non è indispensabile e per gestire in modo più responsabile il suo fine vita.

 

O ancora, c’è Capraia Smart Island, che ha fatto sì che la piccola isola dell’Arcipelago Toscano diventasse la prima 100% rinnovabile dell’intero Mar Mediterraneo, grazie a un impianto pilota alimentato a biodiesel capace di soddisfare il suo intero fabbisogno. 

 

Il progetto Isaac invece è finanziato dal programma europeo Horizon 2020 e si pone l’obiettivo di rimuovere tutte le barriere di carattere non tecnologico che rallentano la diffusione degli impianti a biogas e biometano. All’interno di questo lavoro complesso, che coinvolge una cordata di partner, Chimica Verde si occupa di svolgere analisi, stendere le proposte normative e fare opera di divulgazione e formazione di funzionari locali. 

 

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