Intervista

Alla radice di noi stessi. Gli insegnamenti di Sri Ramana

Cos'è l'auto-investogazione? E come realizzarla in modo sincero e costante? Intervista a Carlo Barbera in occasione dell'uscita del libro “Le Tre Gemme - Gli insegnamenti fondamentali di Sri Ramana”. Carlo, che ha saputo traghettare il grande lavoro realizzato dal tamil da Michael James e che oggi ci spiega alcuni precetti fondamentali del grande guru, alcune verità su emozioni, pensieri e molto altro

Alla radice di noi stessi. Gli insegnamenti di Sri Ramana

Ho incontrato Carlo Barbera a Pantelleria, dove sono approdata grazie a una persona molto speciale nella mia vita.

Mancavo all’appuntamento della meditazione da un po’ e ci stavo capendo poco circa la mia vita e forse le due cose erano collegate.

Non la faccio lunga: ho avuto modo di conoscere un uomo meraviglioso che, nel silenzio verde e sacro di un’isola piuttosto unica, porta avanti un’opera di traduzione e trasmissione spaventosa.

Con la straordinaria cagnolina Bimba al suo fianco, oltre a essere egli stesso praticante della meditazione che pone il fulcro sull’autoattentività, Barbera è una persona dall’essenza luminosa, semplice e profonda insieme.

Con lui parliamo della lezione incarnata da Sri Ramana, della sua storia, della sua grandezza, del messaggio fondamentale alla base della sua opera e divulgazione in occasione dell'uscita de Le Tre Gemme - Gli insegnamenti fondamentali di Sri Ramana”. 

L'unico modo per avviare questa intervista è riportare una porzione di testo tratto dall’Introduzione di Carlo Barbera a ‘Le Tre Gemme’:

Sri Ramana ha vissuto su questa terra in forma umana dal 1879 al 1950, e durante la sua permanenza tra gli uomini, trascorsa quasi interamente in silenzio, ai piedi della sacra collina di Arunachala, ha tracciato, con poche parole scritte o solo pronunciate, l’essenza della propria esperienza, che lo ha portato, all’eta di sedici anni, a conoscere pienamente la vera natura dell’essere, ad estinguere per sempre l’insorgenza della falsa identificazione con ciò che non è reale, l’ego, che è il pensiero-radice ‘io sono questo corpo’, e a dissolversi e a fondersi nell’assoluta totalità non-duale della pura auto-consapevolezza dell’essere. Sulla base di questa esperienza assoluta e definitiva le sue parole hanno avuto lo scopo di rivelare la natura della realtà eterna e non-duale ed il mezzo per realizzarla permanentemente come l’essenza stessa del proprio vero sé. Così dall’infinito oceano di silenzio, attraverso il nome e la forma di Sri Ramana, sgorgarono parole misericordiose, poche, semplici e logicamente coerenti, ma immutabili ed eterne, come l’essenza stessa della realtà, manifestata nel sogno che tutti condividiamo e che chiamiamo tempo e spazio, il nostro corpo e il mondo in cui viviamo.

Michael James, con la guida di Sri Sadhu Om (discepolo diretto di Sri Ramana) si è occupato della traduzione inglese dal tamil delle opere fondamentali di Sri Ramana, Carlo Barbera della traduzione italiana delle specifiche traduzioni di James. E ci ha reso un’opera magnifica, ha portato avanti un lavoro indispensabile con la massima cura, devozione, senza inutili identificazioni o afflati ma con una spinta giusta, necessaria, in qualche modo davvero unica. 

 

Quando hai incontrato questo insegnamento?  

Il mio percorso di ricerca interiore è stato lungo e mi ha condotto a studiare e a praticare diverse vie di risveglio e di realizzazione interiore. Il denominatore comune di tutta la mia ricerca è stato quello di conoscere, rivelare la forza, la presenza senza nome e senza forma che, fin da ragazzo, occasionalmente mi travolgeva, inondandomi di una smisurata e sconosciuta potenza e di un amore infinito, la potenza di qualcuno o qualcosa che mi chiamava a sé, in un invisibile abbraccio che non mi ha mai più lasciato.

Nel tempo ho dato a questa misteriosa forza vari nomi e vari volti, che nella mia mente sono mutati, facendomi compiere in questo modo un viaggio, una ricerca, che è stata tutta la mia vita. Ho conosciuto e studiato Advaita Vedanta (filosofia indiana non dualista) nelle opere di Sankara (teologo e fondatore di questa scuola filosofica indiana), per circa 25 anni, ma solo da alcuni anni ho conosciuto Bhagavan Ramana ed il suo insegnamento non-duale, e ne sono rimasto totalmente folgorato.

 

Qual è una gestione saggia delle emozioni e cosa sono nella visione di Sri Ramana? 

Secondo l’insegnamento di Sri Ramana l’intero essere umano (composto di cinque guaine che ricoprono il sé, corpo fisico, corpo energetico, corpo mentale, corpo intellettuale, corpo causale), il mondo e tutta l’infinità di fenomeni che lo compongono, sono una proiezione illusoria della mente.

Il nostro ego fantasma, che costituisce l’illusoria sostanza della persona che crediamo essere, per reggersi e prosperare ha bisogno di proiettare e di afferrare un corpo e di identificarlo come sé stesso, in quanto entità separata dal mondo e dai fenomeni con cui interagisce.

Le emozioni sono ovviamente un elemento importante della sfera della nostra persona, strettamente collegate prima di tutto a desideri e avversioni e al flusso costante dei pensieri, ma essendo proiezione dell’ego illusorio tutto ciò è anch’esso illusorio, in realtà della stessa consistenza di un sogno dal quale alla mattina ci svegliamo comprendendo che era solo il frutto di un’immaginazione mentale.

Quindi il modo più saggio per interagire con le emozioni, come con i pensieri, è quello di lasciare che sorgano. Quando ti sarai ricordata di te, il soggetto che è presente e consapevole di sé stesso, l’emozione sarà già stata gestita nel modo più saggio, cioè sarà ritornata ad essere pura consapevolezza, e comunque in sé stessa dissolta.   

 

Le emozioni nel sentiero dello yoga

 

Neti neti è una locuzione che in Tamil sta a significare il processo di eliminazione di ciò che non è io. Cos’è che erroneamente potremmo confondere, ovvero scambiare per io? 

All’interno della nostra consueta percezione di noi stessi, all’origine del nostro pensiero primario ‘io’, che è l’ego-mente da cui si proietta il nostro corpo e ogni cosa che sperimentiamo diversa da noi stessi, risplende eterno l’io assoluto, senza secondo, privo di qualsiasi aggiunta e alterità, l’io unico che sta all’origine di ogni essere senziente di questo mondo. È luce di pura auto-consapevolezza, un riflesso della quale genera un corpo illusorio e separato, lo confonde con sé stesso e proietta al di fuori di sé un intero universo con cui interagire dualisticamente. 

Quindi ciò che fondamentalmente e primariamente confondiamo con ‘io’ è il nostro corpo, la forma primaria che l’ego-mente proietta prima di proiettare qualsiasi altra forma diversa da sé stesso.

Del resto chi confonde ‘io’ con un corpo è il nostro ego, che appunto è solo un fantasma senza forma, un riflesso illusorio di ciò che siamo realmente, ovvero luce di pura auto-consapevolezza. Motivo per cui, Sri Ramana ha scritto nel verso 25 di Ulladu Narpadu:  Afferrando la forma, l’ego-fantasma senza forma ha origine, afferrando la forma si regge; afferrando e nutrendosi di forma prospera abbondantemente; lasciando una forma, afferra un’altra forma. Se cercato prenderà il volo. Investiga di conseguenza. 

Sri Ramana non solo ci descrive la natura dell’ego con magistrale semplicità ed evidenza, ma ci fornisce chiaramente anche il mezzo con cui possiamo dissolverlo direttamente. Il mezzo con cui annientare completamente l’ego è quello di cercarlo nel suo luogo di origine, investigare cosa questo ego è realmente, ricerca espressa simbolicamente nella domanda ‘chi sono io?’, ma che si compie spontaneamente essendo semplicemente ed attentivamente auto-consapevoli. Il comportamento dell’ego che, se cercato, prenderà il volo, ne dimostra la sua natura evanescente, la sua inconsistenza, la sua irrealtà. Al suo annientamento ciò che rimane è solo ‘io sono io’, illimitata e pura auto-consapevolezza

 

Arive nan è la conoscenza dell’io. Il modo in cui veniamo educati dai genitori, le leggi sociali, possono rallentare questa conoscenza che è la più alta e nobile? 

Io è solo consapevolezza, ha risposto Sri Ramana alla prima domanda posta da Sivaprakasam Pillai in ‘Nan Yar?’. Tale conoscenza-consapevolezza non ci abbandona mai, perché se non fosse in noi sempre esistente e risplendente non esisteremmo e neppure potremmo illuderci, come facciamo, di esistere in quanto ego-persone. L’esistenza umana è frutto di questo processo illusorio ed è necessariamente direzionata verso l’esterno di noi, dove proiettiamo il mondo e tutta la nostra tribolata esistenza.

L’educazione e le leggi sociali fanno parte di questo mondo di sogno, è ovvio che rallentino o per meglio dire offuschino questa conoscenza fondamentale, che è ciò che siamo realmente. Il punto importante non è quello di sottrarsi alle limitazioni delle leggi sociali o deprogrammarsi dall’educazione ricevuta ma è agganciare, con l’auto-attentività, questo flusso ininterrotto di consapevolezza che sottende il nostro sognare di esistere come persone, e cercare di restarci aggrappati più possibile. Facendo questo tutto ciò che compone la nostra persona e questo mondo sarà visto come un sogno, e saremo perfettamente consapevoli di essere anche quel sogno ma che quel sogno non è ciò che siamo realmente.

 

In che rapporto sta la ricerca dei “chi sono io” con tutte le scuole esoteriche e mistiche che richiedono di liberarsi dell’ego? 

Tutte le scuole, le tradizioni, le religioni, in definitiva, in un modo o in un altro ed in misura variabile, richiedono di liberarsi dell’ego, o almeno di sottometterlo a Dio.

La ricerca ‘chi sono io’, propria dell’insegnamento di Sri Ramana, e che in sostanza è la semplice pratica della perseverante auto-attentività (atma vicara), concentra tutta l’attenzione della mente solo ed esclusivamente a sé stessa, che potrebbe sembrare apparentemente un rafforzamento dell’ego. Ma come Sri Ramana dice nel verso 25 di Ulladu Narpadu, se si cerca l’ego, cioè se lo si sottopone ad una attenta osservazione, esso prenderà il volo, cioè scomparirà, in quanto è solo un’immaginazione illusoria, un fantasma senza forma e senza sostanza.

Questo processo di osservazione e di spontanea dissoluzione, può iniziare a livelli parziali di osservazione e relativo indebolimento dell’ego, per poi approfondirsi fino ad un’osservazione perfetta, assolutamente penetrante, completamente focalizzata, cioè guardare solo ed esclusivamente sé stessi ad esclusione di ogni altra cosa, che determinerà il completo annientamento dell’ego. Essendo l’io-ego, secondo l’insegnamento di Sri Ramana, il fondamento e la sorgente della dualità, del corpo e del mondo fenomenico, questa pratica si rivela l’unico e vero mezzo davvero efficace e certamente risolutivo per dissolvere non solo l’ego ma anche tutto ciò che da esso deriva.

Del resto, se confondiamo una corda a terra come un serpente, il solo mezzo efficace per vedere che in realtà è una corda è quello di osservare quello che sembra un serpente in modo attento e ravvicinato. Allo stesso modo, se osserviamo con totale attenzione noi stessi, il fantasma illusorio dell’ego scomparirà, e resterà risplendente ciò che è sempre stato, ciò che siamo realmente, pura consapevolezza di sé. 

Quindi tutte tutte le scuole, le tradizioni, le religioni che richiedono di liberarsi dall’ego con qualsiasi mezzo con non sia questa attenta e focalizzata osservazione di se stessi ma che coinvolga azioni del corpo, della voce-energia o della mente, cioè qualsiasi cosa diversa da ciò che siamo realmente, stanno nel migliore dei casi prescrivendo pratiche che non dissolvono l’ego ma che possono produrre solo un certo grado di purificazione, pratiche che devono infine confluire nell’unica pratica realmente efficace e risolutiva per vedere cos’è realmente questo pensiero-io, cioè osservarlo con attenzione esclusiva per dissolverlo e vedere ciò che siamo realmente. 

 

Quali sono i consigli pratici per avvicinarsi a un’autoinvestigazione efficace? 

L’auto-investigazione non è una pratica che necessita di posizioni specifiche di corpo, voce e mente, di sessioni prestabilite nella giornata, di preliminari di alcun genere. L’auto-investigazione non è neppure una pratica, perché consiste solo in essere consapevoli di noi stessi, cosa che sempre siamo, anche se siamo contemporaneamente consapevoli di molte altre aggiunte a noi stessi che compongono la nostra persona e di infiniti altri fenomeni che compongono il mondo in cui viviamo. Ma ad un’attenta auto-osservazione tutto ciò si dirada da subito lasciando sempre più intravedere la risplendente realtà che lo sottende, fino a dissolversi completamente e per sempre.

Quindi l’auto-investigazione è solo dimorare nel nostro puro essere, guardarci, con massima attenzione, con coraggio e sincerità, con grande amore, e lasciare che ciò che è irreale si dissolva e ciò che è reale risplenda. Serve la perseveranza, che è l’unico segno di progresso veramente affidabile.  

 

Quali possono essere “indizi” che ci fanno capire che non siamo su un percorso di autoconoscenza e investigazione, ma stiamo sprecando preziose energie? 

Le energie si sprecano riversandole all’esterno di noi, nei fiumi e nei rivoli infiniti del dualismo e dell’alterità. Ciò che deriva da questo è gioia effimera e sofferenza.

Nel percorso di auto-conoscenza le energie devono risalire alla loro unica sorgente, che è sempre e solo noi stessi come siamo realmente. Ciò che invece crediamo essere, questo ego e persona limitata da spazio e tempo, può conoscere e padroneggiare tutte le scienze e le arti di questo mondo, ma non potrà mai conoscere l’unica cosa che è realmente, perché la conoscenza del vero sé implica la rivelazione dell’inganno e quindi la morte dell’ego stesso.

Quindi ogni volta ci accorgiamo di esserci distratti da noi stessi, quella precisa sensazione di dispersione, di mancanza, di dimenticanza di sé stessi, sarà non solo l’indizio che stiamo sprecando energie preziose ma sarà anche lo stimolo e la forza per riprendere il filo della nostra auto-attenzione. 

 

L’umiltà è condizione necessaria per stare dentro, nel proprio cuore. E, d’altro canto, solo stando in osservazione di sé sincera la si sviluppa. Come conciliare questa possibile contraddizione? 

Apparentemente la sincera, focalizzata ed esclusiva osservazione di sé può essere intesa da alcuni come un atto di egoismo, di mancanza di umiltà. Come se si potesse praticare questa arte e scienza dell’auto-attentività per coltivare e nutrire la propria personalità illusoria.

Al contrario, anche il praticante inesperto, per mezzo dell’auto-investigazione, può immediatamente fare esperienza dei primi scricchiolii e delle prime crepe della fatiscente struttura egoica nella quale viviamo, e può vedere i primi spiragli di luce della realtà che trapela dalle crepe dell’ego e che si appalesa come la nostra stessa luce di auto-consapevolezza.

Il pensiero ‘io’ è il primo pensiero, da cui tutti gli altri pensieri hanno origine. In questo senso la caverna del cuore, dove regna il silenzio, dove l’essere auto-consapevolezza è la totalità che trascende il pensiero, l’identità e la forma. Qui lo spazio e il tempo non si concepiscono, e né il karma, né la forma, né il mondo esistono, né sono mai esistiti. Nella caverna del cuore, risplende sovrano sul suo trono l’unico sé, ‘io sono io’, la sorgente in cui l’ego, le sue infinite illusioni si dissolvono e si annientano per sempre.  

Questo scrive Sri Ramana nel verso 20 di Upadesa Undiyar:  Quando la mente raggiunge il cuore investigando interiormente chi sono io, e quando egli, che è ‘io’, a causa di ciò muore, una cosa [o l’unica] appare spontaneamente come ‘io sono io’. Sebbene essa appaia, non è ‘io’ [l’ego]. È poruḷ-pūṉḏṟam [l’intera sostanza, la realtà totale o pūrṇa-vastu], la sostanza che è sé stessa. 

 

Sri Ramana ha avuto una vita molto solitaria e silenziosa sulla sacra collina di Arunachala. Come si fa oggi, in un contesto febbrile e pieno di suoni, opinioni, possibilità? 

Le sollecitazioni esterne che possono distrarci oggi dalla nostra auto-attentività non sono poi così diverse da quelle del tempo in cui Sri Ramana ha avuto, all’età di 16 anni, la sua esperienza definitiva di totale immersione e dissolvimento nel sé.

Le sollecitazioni nel tempo cambiano forma e forse intensità, con il mutare delle circostanze storiche del mondo ma prima di tutto con il mutare della mente umana, della quale tutto ciò è solo una proiezione immaginativa. La tendenza della mente a esteriorizzarsi si sperimenta nella forma di desideri o paure, propensioni o avversioni, simpatie o antipatie, che proiettano all’esterno la nostra attenzione facendoci dimenticare noi stessi.

Se il nostro intimo amore per essere presenti a noi stessi, il nostro amore per essere la pura consapevolezza che, anche se parzialmente, sappiamo essere, è più grande di qualsiasi desiderio per qualunque cosa diversa da noi stessi, la nostra attenzione resterà totalmente focalizzata verso ciò che più amiamo, cioè noi stessi come siamo realmente, lasciando al proprio corso naturale lo scorrere illusorio del mondo delle forme e dei fenomeni

 

Una possibile conseguenza del praticare sempre più intensamente l’autoattentività può essere allontanarsi da alcune persone cui si era legati o che erano legati a noi senza una chiamata autentica dal cuore? 

L’auto-attentività rivolge l’attenzione all’interno di noi in modo esclusivo, cioè ad esclusione di qualsiasi altra cosa diversa da noi stessi.

L’inversione dell’orientamento della nostra attenzione, dall’esterno all’interno, provoca sicuramente delle profonde mutazioni nella nostra mente e quindi in tutto ciò che da essa si proietta all’esterno, prima di tutto nel nostro corpo fisico e in tutti gli aspetti della nostra esistenza di individui e poi nel mondo con cui interagiamo.

Giungendo, con la nostra auto-investigazione, alla radice di noi stessi, ci troviamo ad essere quell’io che, alla nostra ferma ed attenta osservazione, perde lentamente i confini della propria forma, rivelandosi illimitata espansione di pura e non-duale consapevolezza di essere, l’’io sono io’ che è il tutto infinito, gioia senza limiti.  

 

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