Intervista

Expressive Arts e la bellezza che ci abita

Per Sara Rinaldi, counselor, facilitatrice di Expressive Arts incentrate sulla persona secondo il metodo rogersiano, la bellezza abita dentro ognuno di noi ed è possibile agire la trasformazione attraverso le arti. Approfondiamo insieme

Expressive Arts e la bellezza che ci abita

Quando parlo con Sara Rinaldi sento tutta la freschezza di chi crede in qualcosa che è possibile trasmettere e la vivacità di chi lo ha compreso con la pelle e l’anima. 

Non è la prima intervista che le viene fatta (questa su Olisticario è deliziosa) e ci troviamo subito d’accordo su un punto: che lei “esca” per come è, proprio per come è. E la trasparenza è un segnale importante, che si stia parlando con un terapeuta o meno. 

Sara è andata via presto dall’Italia, era a Londra quando a Londra di italiani ce n’eran ben pochi. Anche se molto giovane, circa 20 anni, nella City aveva un lavoro che le permetteva di guadagnare bene, le offriva opportunità. Ma qualcosa dentro continuava a farla interrogare sullo scopo, sull’utilità della sua presenza qui. Poi, interviene la sincronicità.  

Una serie di eventi la portano a prendere dei contatti immediati e le risposte arrivano, sorprendentemente puntuali, accoglienti. Ecco che nel 1999 vola verso la California per un laboratorio intensivo di Expressive Arts Centrate sulla Persona, in una contea a nord di San Francisco.

Aveva prenotato il volo solo 10 giorni prima, aveva accettato e ascoltato la forza con cui si accetta un’intenzione che nasce con purezza.

Durante il corso incontra la Dott.sa Natalie Rogers, figlia dello psicologo Carl Rogers, la sua collaboratrice Shellee Davis ed altri Rogersiani.

Quello che doveva essere una settimana di corso intensivo dal titolo Self Exploration Through Expressive Arts, diventano ben 2 corsi intensivi di Expressive Arts Centrate sulla Persona.

La vita di Sara cambia. Dopo questi corsi torna a Londra, si iscrive ad un corso di counseling in Italia, dove si reca una volta al mese per trasferirsi all'inizio del 2001 e ritornare in California appena possibile per terminare tutta la formazione alla facoltà P.C.E.T.I, l’Istituto fondato da Natalie Rogers.

Dopo il biennio presso lo IACP (Istituto Approccio Centrato sulla Persona) integra la formazione triennale presso l'associazione SICUT Convivium. Dal 2005 è iscritta alla S.I.Co, Società Italiana di Counseling. 

Da allora le Expressive Arts si muovono con lei, con il suo entusiasmo unito alla consolidata esperienza, la sua curiosità, l’indole viva. 

 

Hai seguito questa strada come un fiume in piena. Pare che quando si è nel flusso della vita, molto intorno si sintonizzi… 

Sì, queste sono state sincronicità vere e proprie, credo si inneschino quando si fanno scelte di cuore, scelte che magari alle prime non si accettano pienamente per via di varie resistenze interne. Ma quando si osserva e si accetta qualcosa che si sente di dover compiere, qualcosa intorno si dispone, si mette a disposizione.

 

Immagino sia stata ed è un’occasione di crescita sbalorditiva l’incontro con Natalie Rogers

Immagini bene! A livello personale, il mio incontro “casuale” con Natalie, senza neppure sapere chi fosse, ha trasformato la mia vita.

Non solo dal punto di vista pratico, considerato che dopo poco tempo decisi di fare scelte formative e di vita completamente all'antitesi con ciò che avevo vissuto fino ad allora, ma e soprattutto nel lungo termine: più divento grande e più mi accorgo di quanto questo incontro mi abbia trasformata in profondità a livello del mio sentire, di come percepisco la visione della vita, di me stessa e degli altri, in modi e maniere che mai avrei potuto immaginare.

Più passano gli anni e più, guardandomi indietro, vedo quanto sia stato e sia tutt'ora un processo trasformativo profondo.L’approccio rogersiano come sai è incentrato sulla persona (nel lessico tecnico si parla di ACP, Approccio Centrato sulla Persona).

Natalie ha avuto il grande merito di unire i modelli artistici incentrati sul corpo con l’approccio di suo padre, Carl Rogers e creare un processo unico chiamato Creative Connection®. Il corpo, di cui si era prima di allora tanto parlato, ha iniziato a volere la sua parte, a volersi mettere in gioco.

E la parte fisica si è unita attraverso più linguaggi al seme della creatività e che abita in noi tutti. Non più solo parole, non più solo esperienze seduti per ore a studiare il linguaggio non verbale e quanto le emozioni influenzino il corpo, ma piuttosto partire dalle emozioni come fonte di ispirazione creativa e tradurle in forme esterne, sbloccare l'energia trattenuta all'interno del corpo con la creatività, il movimento, la libera espressione, così da portare insights e trasformazione. 

 

Perché le arti possono essere una terapia?

 

Cosa fa davvero la differenza in termini del lavoro rogersiano?

Il fatto che l’ambiente in cui si lavora venga reso psicologicamente sicuro dal facilitatore o dalla facilitatrice. Questo è fondamentale; un clima psicologico sicuro, empatico, nel quale si pratica una totale accettazione della persona, senza giudizi e pregiudizi, provando piena fiducia nella sua dignità e capacità di autodirezione, è la premessa per un ambiente dove ci si possa muovere con libertà anche in termini di integrazione del dolore o di presa di coscienza delle resistenze e di qualunque altra espressione autentica delle proprie emozioni.

Quando c’è questa condizione, cade il giudizio e l’esperienza dell’Expressive Arts si riempie di un’utilità profondamente trasformatrice sul lungo periodo per la persona. 

 

Quali sono i “pilastri” su cui si regge il tuo lavoro? 

Credo nella dignità, nel valore e nella capacità di autodirezione di ogni persona. Soprattutto se le viene messo a disposizione un contesto sicuro, empatico e non giudicante. 

L'applicazione delle Expressive Arts è radicata in questa filosofia. Non a caso le chiamiamo Expressive Arts Centrate sulla Persona (Person Centered Expressive Arts). Da questa base di partenza, proviamo a stimolare l’individuo a rivelare ed esprimere se stesso attraverso un processo espressivo unico nel suo genere, la Creative Connection®, in cui si combinano e alternano in sequenza più modalità artistiche: suono, arte, danza, psicodramma, scrittura, ecc. Lo scopo è quello di portare la persona in contatto profondo con la sua creatività innata, con la propria essenza.

Quando questo accade la persona è in grado di attingere alla sua verità, diventando più autentica, più sicura di sé, più chiara su chi è e cosa vuole. Più “se stessa”. Si sta molto meglio quando ci si sente liberi di essere se stessi. 

Si tratta di andare verso l’autenticità, in quello spazio/tempo dove sei tu davvero. Vedi, io credo nella possibilità di ogni persona di esprimere il suo massimo potenziale, ciò che nel nostro lavoro chiamiamo “tendenza attualizzante”, che Rogers riconobbe come la tendenza che tutti gli organismi in natura hanno di riuscire ad attualizzare il massimo potenziale, specie se vengono forniti loro alcuni strumenti facilitanti essenziali, dopo avere posto in essere delle condizioni favorevoli, ovvero le tre condizioni facilitanti di Rogers, cioè la congruenza, l'accettazione positiva e incondizionata e la comprensione empatica. 

 

Come inizia di solito una sessione? 

Nella collettiva, di solito inizio con un grande cerchio. C'è un momento in cui faccio dei brevi cenni teorici sull'ACP e do delle linee guida, cioè dei suggerimenti su come approcciarsi al gruppo e alle sessioni pratiche di Expressive Arts.

Ma in generale tendo a parlare molto poco, già nella prima ora entro subito in esercizi pratici, anche giocosi, che consentono di stare nel corpo, passare un po’ meno dal mentale per permettere ai partecipanti di incontrarsi attraverso linguaggi non verbali. Poi, appena sciolto il ghiaccio, entro nel vivo delle sessioni.

Le Expressive Arts sono esperienziali, bisogna farle, bisogna viverle. Nell’individuale, con la persona singola che è in studio con me, spiego sempre brevemente da dove vengo, la mia filosofia e quanto sia importante per me e per la funzionalità del nostro percorso insieme, creare un clima di fiducia, onestà e totale assenza di giudizio, nel quale il cliente possa sentirsi libero di scegliere, ad esempio, la modalità con cui iniziare ad affrontare la questione per cui è venuto. Faccio sempre presente che ha a disposizione la possibilità di esprimere il proprio stato d'animo attraverso una modalità artistica di sua scelta, e incoraggio a provare l'esperienza, ma senza mai essere direttiva o impositiva.

Può accadere che ricorra alla visualizzazione creativa. In generale, seguo molto l’intuizione sia nelle sessioni collettive che in quelle individuali, anche per capire quando, in che modo e quale modalità artistica proporre, qual è quella che il momento specifico veicola con sé. 

 

Cosa hai imparato sull’umanità da quando fai questo lavoro? 

Tanto. La cosa più bella è che davvero io penso che tutti possiamo veramente essere belli. Tutti siamo belli: io questo lo vedo. Durante il mio lavoro vedo le persone entrare nel processo, danzare la propria forma artistica in libertà.

Quando condividono ciò che esce, ciò che è quanto di più profondo e autentico tenevano dentro, sono di una tale bellezza, sono delle vere e proprie visioni e io mi sento così fortunata ad assistere a tutto ciò. Credo sia perché in quei momenti entrano in contatto con quello che Rogers chiamava la “forza curativa”, la tendenza umana di diventare le proprie potenzialità.

Un'energia potente, una forza vitale che ti trasforma e ti dà un grande senso di espansione e bellezza. Ecco, io quei momenti li ho vissuti in prima persona e, vedendoli dal di fuori come counselor e formatrice/facilitatrice di gruppi, posso assicurare che cambiano i loro visi, cambiano i loro occhi.

 

Hai lavorato con gruppi e facilitatori di Expressive Arts a livello davvero globale. Queste esperienze su scala internazionale cosa ti hanno insegnato? 

Sì, ho conosciuto questo tipo di lavoro in ambienti davvero internazionali, in effetti sono l'unica persona in Italia con questo tipo di formazione, quindi volente o nolente non sarebbe stato possibile altrimenti. Nella mia esperienza ci sono gruppi di lavoro con americani, coreani, giapponesi, europei, ecc. E in questo tipo di lavoro vedi bene quanto siamo tutti diversi, ma se veramente ci si vuole incontrare, conoscere, comunicare, lo si fa, al di là della lingua che si parla e del background culturale. 

La cosa meravigliosa è che le Expressive Arts sono una modalità per tutti, per ogni età e condizione fisica e di salute, non è necessaria nessuna particolare abilità.

Questo è un altro grande potere delle arti, possono diventare un linguaggio efficace, naturale, uno strumento di incontro, scambio e comprensione. Disegno, pittura, uso della creta,movimento, danza, suono, psicodramma, uniscono e ci avvicinano come la parola, o forse proprio addirittura oltre la parola.  

 

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